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Business 6 Aprile, 2020 @ 5:26

La lettera del numero uno di JP Morgan agli investitori

di Forbes.it

Staff

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Jamie Dimon
Il ceo di JP Morgan, Jamie Dimon (Photo by Scott Olson/Getty Images)

Articolo di Sarah Hansen per Forbes.com

Il ceo di JP Morgan, Jamie Dimon, ha consegnato questa mattina la sua annuale lettera agli azionisti, largamente anticipata nei contenuti, in cui spiega come la più grande banca degli Stati Uniti stia facendo fronte a “una delle più rilevanti sfide alla salute di un’intera generazione”. Ecco qui di seguito alcuni passaggi.

“Non sappiamo esattamente cosa ci riservi il futuro”, scrive Dimon, “ma come minimo ci aspettiamo che comprenda una brutta recessione, combinata con stress di natura finanziaria similmente a quanto accaduto con la crisi del 2008”.

Dimon mette in guardia anche dal fatto che, mentre l’anno scorso JP Morgan ha fatto registrare performance da record con 36,4 miliardi di dollari di utile netto a fronte di ricavi complessivi pari a 118,7 miliardi di dollari, nel 2020 i ricavi della banca saranno “significativamente inferiori” per effetto della crisi scatenata dal coronavirus.

JP Morgan ha già fermato il riacquisto di azioni proprie, un’iniziativa “davvero prudente” secondo Dimon, ma non ha ancora sospeso il pagamento dei dividendi.

Dimon ha altresì lodato le azioni intraprese dalla Federal Reserve per mitigare l’impatto economico del coronavirus, ma ha anche aggiunto che l’istituto potrebbe fare di più: “Per esempio, allargamento del bilancio, ulteriori linee di finanziamento per i prestiti, modifiche ai requisiti di capitalizzazione e liquidità sono misure per garantire che l’accesso al capitale attraversi tutto il sistema”.

Dimon ha garantito che JP Morgan parteciperà alle semplificazioni degli obblighi decise dal Governo ma non ne chiederà alcuna per sé.

Il ceo di JP Morgan ha colto l’occasione per criticare anche alcuni regolamenti finanziari che possono “indirettamente impedire a istituti di credito in salute e ben capitalizzati di prestare con libertà in tempi di stress” con l’effetto di colpire i clienti nel lungo termine.

La pandemia da coronavirus, intanto, sta già chiedendo un prezzo altissimo all’economia statunitense. Gli americani hanno perso 10 milioni di posti di lavoro soltanto nelle ultime due settimane, stando ai dati del Dipartimento del lavoro, e le domande di mutui ipotecari sono calate del 24% in un anno, secondo la Mortgage Bankers Association. L’indice S&P 500 è sceso del 25% dal picco raggiunto non più tardi di un mese fa.

Dimon, che ha un patrimonio di 1,2 miliardi di dollari secondo quanto stimato da Forbes, è tornato al lavoro il mese scorso dopo essere stato sottoposto a un intervento d’urgenza al cuore. Nel 2019, anno in cui ha raggiunto il suo personale record, grazie anche al record della valutazione delle azioni della banca, ha guadagnato uno stipendio da 31,5 milioni di dollari.

Investimenti 19 Agosto, 2019 @ 9:02

I fondi d’investimento sono come l’automobile

di Pieremilio Gadda

Staff

Giornalista, coordinatore di Forbes, scrivo di economia e finanza.Leggi di più dell'autore
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Lorenzo Alfieri è country manager per l’Italia di J. P. Morgan asset management. (Laila Pozzo)

Articolo tratto dal numero di agosto 2019 di Forbes Italia. Abbonati. 

Il risparmio gestito è come l’automobile. O meglio, ricorda alcuni trend evolutivi che hanno già trasformato radicalmente l’industria dell’auto. “La tecnologia è sempre più pervasiva. Si sono moltiplicati i sensori di sicurezza e le dotazioni elettroniche. Alla fine però, quando impugniamo il volante, i fondamentali della guida sono gli stessi. Anzi guidare è diventato persino più facile. E i costi sono rimasti accessibili”. La suggestione di Lorenzo Alfieri, country manager per l’Italia di J.P. Morgan am, società di gestione da 41,52 miliardi di euro, distribuiti su 133 fondi, con una raccolta positiva per 119 milioni di euro anche nei primi cinque mesi dell’anno (ultimo dato disponibile) sviluppa un’analogia che, in effetti, regge. “Da un certo punti di vista, oggi i fondi d’investimento sono più semplici”, premette. A chiederlo è anche Mifid2, la nuova direttiva europea che disciplina il mercato degli strumenti finanziari e, al capitolo dedicato alla product governance, impone a intermediari e fabbriche prodotto di coordinarsi per garantire un migliore allineamento tra le esigenze dei risparmiatori e le caratteristiche degli strumenti. Risultato: l’offerta ha subìto un forte ridimensionamento, anche per ridurre la mole di flussi informativi tra case d’investimento e canali di vendita e semplificare gli accordi distributivi. Sì, ma che c’entrano le auto? C’entrano eccome. La semplificazione in atto, chiarisce Alfieri, riguarda solo le caratteristiche essenziali degli strumenti, il loro profilo di rischio e rendimento.

“Le modalità di gestione e selezione dei titoli da inserire in portafoglio, invece, sono sempre più sofisticate: oggi disponiamo di una quantità di dati molto superiore rispetto al passato, anche perché attingiamo a una gamma più ampia di fonti. La novità è che, grazie alla tecnologia, tramite potenti algoritmi, possiamo elaborare le informazioni molto più velocemente, offrendo preziosi spunti ai nostri gestori per la scelta delle migliori opportunità d’investimento e per approntare presidi più efficaci nella gestione del rischio di portafoglio. Questi sistemi basati su big data e machine learning sono già integrati in tutte le nostre strategie”.

I costi degli strumenti, al tempo stesso, sono rimasti stabili, anzi si sono ridotti. Merito anche di Mifid2, che chiede agli intermediari maggiore trasparenza sulle spese complessive sostenute dai risparmiatori. A farne le spese sono state per adesso soprattutto le fabbriche prodotto, molto meno le reti di consulenti, che vendono i fondi ai clienti, incassando mediamente il 50/70% delle commissioni. “C’è spazio per un’ulteriore compressione dei costi. Vedremo se sarà sostenuta dai produttori o dai distributori”, chiosa Alfieri.

Intanto, a proposito di costi, aumentano strutturalmente i flussi di capitali a favore dei fondi passivi, come gli etf (exchange traded fund), che si limitano a replicare un indice di riferimento senza pretese di battere il mercato. E costano molto meno: circa un quarto, in termini di spese correnti. Nel febbraio del 2018, J.P. Morgan am ha lanciato i suoi primi etf sul mercato italiano. Una decisione che ai tempi fece scalpore tra gli addetti ai lavori, trattandosi di uno dei campioni della gestione attiva. Qual è il bilancio, dopo circa 18 mesi? “Molto positivo, c’è un interesse significativo e crescente. Oggi gli etf valgono già il 20/25% dei nuovi flussi”, calcola il country head, che precisa: “in questo segmento i nostri clienti sono investitori istituzionali: li utilizzano, ad esempio, altri asset manager per la gestione dei loro fondi”.

I parallelismi tra il mercato dell’automotive e quello del risparmio gestito non finiscono qui: entrambi stanno dedicando sempre più attenzione al tema della sostenibilità. Da una parte c’è il motore elettrico. Dall’altra l’investimento socialmente responsabile, che integra la tradizionale analisi finanziaria con quella del profilo di sostenibilità del business, riconducibile all’acronimo Esg (environment, social, governance). “Siamo già attivi su questo mercato, ma c’è margine per aumentare l’offerta di soluzioni che adottano questo approccio, sia sul fronte dei fondi attivi, che nel segmento degli etf”, anticipa Alfieri.

Intanto, l’ultima novità sul fronte dell’industria è la recente approvazione in Commissione Bilancio, con l’emendamento al decreto Crescita, degli incentivi fiscali per gli eltif (European long term investment fund), i fondi a lungo termine istituiti nel 2015 da un Regolamento europeo e definitivamente accolti nel nostro ordinamento solo nel febbraio del 2018. A lungo sono rimasti lettera morta, o quasi. Ma negli ultimi mesi alcuni operatori hanno iniziato a commercializzare i primi strumenti. E il recente provvedimento potrebbe innescare l’atteso rilancio del comparto: il legislatore, infatti, ha esteso agli eltif l’esenzione delle imposte sui redditi finanziari. Caratteristico beneficio già previsto sui pir, i piani individuali di risparmio introdotti dalla Legge di Stabilità 2017 con il duplice obiettivo d’incentivare l’investimento a medio lungo termine e far affluire nuovi capitali a favore dell’economia domestica. Strumenti che hanno raccolto capitali per 15 miliardi di euro in due anni, ma i cui flussi si sono totalmente prosciugati dopo una modifica normativa che ha imposto nuove regole, paralizzando di fatto il mercato.

Le analogie tra pir ed eltif però finiscono qua: a differenza dei piani individuali, infatti, gli eltif sono fondi chiusi a lungo termine – vincolano per tutta la durata dell’investimento – focalizzati sul sostegno alle piccole e medie imprese. “Sono strumenti particolarmente interessanti perché rendono accessibili asset illiquidi a investitori privati. Hanno quindi un profilo di rischio peculiare che deve essere correttamente spiegato in fase di consulenza”, osserva Alfieri. Condizione posta anche dal regolamento europeo, che ha fissato ulteriori presidi in termini di concentrazione del rischio. “L’industria sta esplorando questa nuova strada”. Il motore è acceso. Pronto a scattare, a caccia di nuove opportunità.