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Trending 9 Giugno, 2019 @ 9:07

I Minibot spiegati in 4 punti. Cosa sono e perché se ne parla così tanto

di Forbes.it

Staff

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Il governo a Porta a Porta
Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, nello studio di Porta a Porta, sullo sfondo Giuseppe Conte, Matteo Salvini e Luigi Di Maio (Imagoeconomica)

In attesa di un vertice di governo fissato per lunedì sui Minibond, il tema è arrivato con prepotenza al centro del dibattito politico e di conseguenza sulle prime di pagine di giornali e tg.

Ma cosa sono esattamente i Minibot?

Come si desume dal nome, i Minibond sono una sorta di titolo di Stato di piccolo taglio, dai 5 ai 100 euro.
A differenza dei titoli di Stato classici però, non offrono interessi ai loro possessori e non hanno una scadenza.
Si tratterebbe – qualora dovessero vedere la luce – di veri e propri titoli cartacei, da questo punto di vista molto simili a vere e proprie banconote, mentre i titoli di Stato odierni sono dematerializzati, ossia presenti solo sui conti informatici delle banche e non più stampati.
L’assenza di scadenza e l’essere cartacei li renderebbe spendibili immediatamente proprio come banconote.

 

Perché sono stati proposti

L’idea dei Minibot nasce dalla volontà di dare soluzione a un problema concreto: il ritardo nei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni nei confronti delle imprese private fornitrici dello Stato, che proprio in virtù dell’ammontare spesso elevatissimo dei crediti da riscuotere rischiano di trovarsi in situazioni di tensione finanziaria.
Nelle intenzioni dei proponenti i Minibot potrebbero quindi servire per accelerare i pagamenti alle imprese che hanno venduto beni e servizi alla pubblica amministrazione e che sono ancora in attesa di pagamento. Aiuterebbero perciò le imprese a rientrare dei loro crediti, seppur non con moneta avente corso legale bensì con un titolo.
Titoli che, secondo il presidente della commissione Bilancio della Camera, Claudio Borghi, daranno impulso alla domanda interna perché potranno essere spesi per effettuare acquisti nel commercio al dettaglio.

 

Cosa dicono i critici

Il presidente della Bce, Mario Draghi, è stato categorico: “Se sono valuta sono illegali, se sono debito fanno salire lo stock (di debito appunto, ndr)”.
L’agenzia di rating Moody’s si è accodata definendo i Minibot “il primo passo per introdurre una moneta alternativa e preparare l’uscita dall’area euro dell’Italia”.
Critica anche Confindustria, preoccupata che l’introduzione dei Minibot possa far aumentare il debito pubblico complessivo.
Per il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco ”i minibot sono sempre debito, non è di certo una soluzione al problema del nostro debito pubblico”, aggiungendo che non potrebbero avere corso legale perché il Trattato Ue chiarisce che le banconote e le monete metalliche in euro sono le uniche con corso legale nell’unione monetaria

 

Il problema principale

La discussione sui Minibond si incrocia con un altro tema caldo di questi giorni: il fatto che l’Italia si stia confrontando con la possibilità dell’apertura di una procedura d’infrazione sul debito da parte dell’Ue.
Lo ha spiegato sul Sole 24 Ore di ieri Gianni Trovati: il debito commerciale, quello che verrebbe pagato attraverso i Minibot, non rientra nel debito pubblico complessivo. Viene infatti conteggiato come tale nel momento in cui avviene l’effettivo pagamento.
Se le aziende private venissero pagate subito in Minibot si metterebbe dunque una toppa sul fronte dei debiti verso le aziende, ma dall’altro lato si avrebbe una ulteriore impennata del debito pubblico. E a quel punto la procedura d’infrazione diventerebbe pressoché inevitabile.

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Trending 5 Giugno, 2019 @ 1:05

I minibot italiani e la droga finanziaria del debito

di Ugo Bertone

Contributor, ho visto cambiare l’economia italiana.Leggi di più dell'autore
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Nel 2009, a seguito di una crisi di liquidità determinata dalla mancata approvazione del bilancio, la California utilizzò delle vere e proprie cambiali come mezzo di pagamento nei confronti di dipendenti pubblici e fornitori. Si trattava di titoli con scadenza a 3 mesi con un tasso di rendimento pari a oltre il 15 per cento. Nella prima settimana di emissione le banche convertirono queste cambiali in depositi (trattenendo gli interessi); successivamente si rifiutarono di accettarle. Da quel momento fino all’approvazione del bilancio, e quindi fino a quando non fu possibile riscattare anticipatamente le cambiali, si creò un mercato secondario in cui queste erano scambiate a un prezzo assai inferiore al valore facciale (a causa della loro illiquidità e del rischio di default dell’emittente).

Finì così l’esperienza dei mini Bond nello Stato di Apple e di Google, che comunque si limiterà ad essere una sorta di cambiale in attesa dei sempre beneamati dollari. Per trovare un altro precedente, comunque legato ad una grave crisi di liquidità dello Stato, bisogna risalire indietro di quasi un secolo, alla Germania di Weimar investita dalla crisi valutaria da cui discende il rifiuto tedesco ad ogni forma di debito. Nella Germania del 1933 il Governo non poteva finanziarsi sui mercati a causa del blocco imposto dai creditori che controllavano la Banca centrale (gli Stati europei vincitori del primo conflitto mondiale). Il Governo creò una società (MEFO, società per la ricerca in campo metallurgico) che emetteva cambiali garantite dallo Stato per pagare i fornitori statali. Esse potevano essere convertite presso la Banca centrale tedesca in moneta con corso legale a un valore inferiore a quello nominale. Sebbene questa moneta non costituisse quindi un debito dello Stato, era chiaramente un debito della società controllata dallo Stato.

Questi i precedenti della moneta fiscale che ha fatto, a sorpresa, la sua comparsa nel dibattito pubblico con l’approvazione all’unanimità da parte della Camera di una mozione che impegna il governo a varare un provvedimento per il pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione alle imprese mediante titoli di Stato di piccolo taglio. La proposta, inserita in un provvedimento presentato dal forzista Baldelli (giornalista, professore a contratto, vignettista, imitatore, cantante, vicepresidente emerito di Montecitorio, kitesurfista si legge nel suo blog), ha seminato grande scompiglio. La minimoneta, inserita in corso di votazione da Lega e Cinque Stelle, non si è tradotta né probabilmente si trasformerà mai in una misura specifica, come ha subito precisato il ministero dell’Economia, ma il consenso bipartisan (ha votato a favore pure l’ex ministro Pier Carlo Padoan) sta ad indicare l’esistenza di una tendenza di opinione che ha avuto un’immediata eco tra i creditori dell’Italia come ha testimoniato Lorenzo Codogno, ex alto dirigente del Tesoro ai tempi di Romano Prodi oggi chief economist di LC Macro Advisors a Londra che ha riferito di lunghe riunioni notturne tra i gestori che possiedono Bot e Btp.

Si spiega così la preoccupazione del governatore Ignazio Visco. ” I minibot sono sempre debito, non è di certo una soluzione al problema del nostro debito pubblico”, ha detto, sottolineando che “bisogna evitare che con proposte che possono cercare di risolvere percezioni di problemi si mettano in moto percezioni che facciano salire il costo del debito innescando più sfiducia”. Non vale l’obiezione dei proponenti secondo i quali la nuova passività pubblica potrebbe essere utilizzata per finanziare alcuni tipi di spesa (ad esempio per pagare i fornitori o i dipendenti) superando la presenza di vincoli all’espansione del disavanzo o del debito pubblico. I minibot, non avendo corso legale non violerebbero secondo loro, quanto previsto dai Trattati europei in materia di emissione di moneta.

Al contrario, ha subito precisato Banca d’Italia, il minibot “non potrebbe avere corso legale perché il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e il Regolamento Ue stabiliscono, infatti, che le banconote e le monete metalliche in euro sono le uniche con corso legale nell’unione monetaria”. Insomma, non sembra che esistano margini per una scorciatoia fallita in California, dove è autorizzata la marijuana ma non la droga finanziaria del debito.