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Investimenti 15 maggio, 2019 @ 1:56

Unicredit – Commerzbank, gli indizi che rendono caldo il dossier

di Ugo Bertone

Contributor, ho visto cambiare l’economia italiana.Leggi di più dell'autore
Ha cominciato a lavorare dopo l'università e la scuola di giornalismo presso l'ufficio stampa della Borsa Valori. È entrato al Sole 24 Ore ancor prima del varo della legge sui fondi comuni, alla Stampa dal 1985, prima alla redazione di Milano, poi caporedattore a Torino (e di nuovo a Milano). Ha avuto l'occasione, grazie alla Stampa, di seguire da vicino la crisi asiatica (Singapore, Tokyo) e la "bolla". Ha partecipato all'avventura di Borsa&Finanza e Finanza&Mercati, di cui è stato direttore. Alle spalle ha alcuni saggi sulla Fiat e sul Nord Ovest. chiudi
La sede di Unicredit a Milano
La Unicredit Tower di Milano (Imagoeconomica)

Unicredit non ha firmato alcun mandato a advisors per mettere a punto una possibile offerta su Commerzbank. A prima vista la nota emessa ieri sera dall’istituto su richiesta della Consob dovrebbe mettere a tacere le voci sollevate dalle indiscrezioni lanciate da Reuters su un mandato affidato a Lazard e JP Morgan in vista di un’offerta per la seconda banca tedesca, partecipata al 15% dal ministero delle Finanze tedesco. A rafforzare il tono della smentita, per giunta, nella nota si ribadisce che “la banca è focalizzata sul proprio piano industriale, basato sulla crescita organica” che sarà illustrato al mercato il prossimo 3 dicembre.

Piazza Affari ha preso atto della precisazione che è in sintonia con le ultime dichiarazioni del ceo Jean Pierre Mustier: fusioni transfrontaliere, ha sostenuto lunedì a Londra, oggi sono ostacolate dalla differenza di regole e dal diverso livello dei tassi. Nel frattempo, dalla Germania arriva l’eco dell’ostilità dei sindacati: l’eventuale merger tra Commerzbank, la seconda banca commerciale tedesca, e Hvb, la controllata d’oltre Reno di Unicredit, non potrebbe che comportare tagli sui costi, a partire dal personale. La prospettiva di un accordo con un istituto italiano, poi, ha già suscitato più di una perplessità, vista la forte presenza di titoli del debito italiano nel portafoglio della banca di piazza Gae Aulenti.

Eppure, nonostante queste indicazioni di segno contrario, più di una ragione consiglia di seguire con attenzione il dossier. Vediamo perché:

  • Ci sono, innanzitutto, motivazioni generali a favore dei matrimoni tra le banche europee, ben illustrate stamane sul Sole 24 Ore da Lorenzo Bini Smaghi, presidente di Société Genérale (altro possibile partner di Unicredit): “Nell’ultimo anno l’esigenza di un processo di aggregazioni cross-border nel settore bancario europeo non si è ridotta. Anzi, è aumentata perché la redditività è sempre più condizionata negativamente dal rallentamento dell’economia e dallo scenario di tassi di interesse vicini allo zero per un lungo periodo: c’è il rischio, in prospettiva, che le banche europee diventino vittime di una “sindrome giapponese”. L’alternativa all’integrazione, aggiunge l’ex membro del direttorio Bce, è che “l’unica leva per aumentare la redditività sia il taglio dei costi che inevitabilmente porta alla riduzione del perimetro delle attività. Così però si va verso banche sempre più piccole e più fragili, creando un circuito perverso”. Particolarmente insidioso, si può aggiungere, per l’Italia in vista di una stagione difficile per il debito pubblico.
  • I vertici di Unicredit sono senz’altro sensibili al problema. Lo stesso Mustier ha comunicato l’intenzione di voler ridurre l’ammontare del Btp in portafoglio, oggi pari a ben 58 miliardi di euro (cifra che vale circa la metà del portafoglio titoli governativi (e circa il 7% degli attivi), indice della vulnerabilità del settore. Soprattutto se, come accaduto lo scorso anno, i titoli italiani dovessero tornare nel mirino della speculazione quando ci sarà da negoziare con l’Ue la prossima legge di bilancio (una strada che si annuncia in salita alla luce dei 23 miliardi di clausole di salvaguardia da disinnescare). Tra i Paesi europei l’Italia è quello in cui le banche sono in assoluto più esposte al rischio sovrano (in media i BTp valgono il 10,7% del totale degli attivi in Italia contro il 7,6% della Spagna) e questo primato si paga tutte le volte che lo spread sale andando a erodere il capitale di vigilanza delle banche.
  • Di qui la necessità di disinnescare la mina del rischio sovrano, esigenza che ben si sposa con l’obiettivo di un merger internazionale. La stessa cessione del 18% di Fineco Bank, che ha portato al deconsolidamento dell’istituto guidato da Alessandro Foti dal gruppo Unicredit, oltre ad irrobustire il Cet 1 dell’istituto, potrebbe favorire l’investimento in Commerzbank, banca che non ha ancora assorbito l’impatto dell’acquisizione di Dredsner Bank, ad un passo dal crack. Dal punto di vista politico l’operazione potrebbe risultare per la Germania meno indigesta di quanto non appaia a prima vista. Una fusione carta contro carta potrebbe avvenire attraverso Hvb, la controllata tedesca di Unicredit, sotto la lente della Bafin e della Bundesbank. La quota di mercato combinata delle due banche in Germania raggiungerebbe il livello del 9%. La capitalizzazione combinata ammonterebbe a 34 miliardi di euro.Insomma, le basi per un matrimonio già annunciato dal Financial Times ancor prima che fallissero le trattative tra Commerzbank e Deutsche Bank, ci sono. Ma le difficoltà, politiche ancor più che finanziarie, sono tante. E molto dipenderà dall’esito del voto del 26 maggio, decisivo per il completamento dell’Unione bancaria.
Investimenti 4 aprile, 2019 @ 2:35

Unicredit e l’offerta per Commerzbank: perché l’ipotesi è così verosimile

di Ugo Bertone

Contributor, ho visto cambiare l’economia italiana.Leggi di più dell'autore
Ha cominciato a lavorare dopo l'università e la scuola di giornalismo presso l'ufficio stampa della Borsa Valori. È entrato al Sole 24 Ore ancor prima del varo della legge sui fondi comuni, alla Stampa dal 1985, prima alla redazione di Milano, poi caporedattore a Torino (e di nuovo a Milano). Ha avuto l'occasione, grazie alla Stampa, di seguire da vicino la crisi asiatica (Singapore, Tokyo) e la "bolla". Ha partecipato all'avventura di Borsa&Finanza e Finanza&Mercati, di cui è stato direttore. Alle spalle ha alcuni saggi sulla Fiat e sul Nord Ovest. chiudi
La sede di Unicredit a Milano
La Unicredit Tower di Milano (Imagoeconomica)

Unicredit è pronto a lanciare l’offensiva sul fronte tedesco. L’istituto di piazza Gae Aulenti, come anticipato dal Financial Times, ha messo a punto un’operazione che prevede l’ingresso in Commerzbank, la seconda banca d’oltre Reno, in vista di un merger con la controllata Hypovereinsbank. Il blitz, però, scatterà solo se non andrà in porto il più volte annunciato matrimonio tra Commerzbank e Deutsche Bank che sta incontrando, sia sul fronte politico che sindacale, forti ostacoli che vanno ad aggiungersi alle perplessità delle autorità comunitarie. L’istituto guidato da Jean Pierre Mustier dovrebbe comunque scontrarsi con varie offerte concorrenti, tra cui  Ing, Paribas e Santander.

L’indiscrezione sta comunque producendo, come prevedibile, forti reazioni sui mercato. Unicredit, per l’occasione il cacciatore, arretra del 2% circa a 11,95 euro a fronte del possibile esborso: la preda Commerzbank, in cui figura una partecipazione pubblica del 15%, capitalizza stamane 9,020 miliardi di euro.

Nel frattempo Commerzbank mette a segno un rialzo del 2,8%. I tempi per una decisione, del resto, sono molto stretti: entro pochi giorni, secondo la Suddeusche Zeitung, dovrebbe arrivare la proposta di Deutsche Bank. Al contrario, l’alternativa Unicredit potrebbe essere al centro dell’assemblea a Milano dell’istituto, fissata per il giorno 11. A favore del deal, un vecchio obiettivo dell’istituto italiano (esiste da sempre un legame tra Commerzbank e Mediobanca, partecipata di Unicredit) contribuiscono vari fattori:

  • La nuova entità potrebbe esser vista con favore a Berlino perché sarà a tutti gli effetti legali una banca tedesca, sottoposta all’autorità della Bafin e della Bundesbank, quotata a Francoforte sotto le insegne di Commerzbank.
  • Il controllo sarà dell’azionista Unicredit, ormai un gruppo con solide radici europee (non solo italiane) che potrebbe usare la consolidata leadership  oltre Reno come trampolino di lancio per la creazione del primo vero gruppo bancario cross-border senza urtare la sensibilità  dei sindacati tedeschi, in fibrillazione per i profondi tagli occupazionali previsti nel merger con Deutsche Bank, un’operazione che imporrebbe un aumento di capitale nell’ordine di almeno dieci miliardi, a carico dello Stato, prospettiva he ha già suscitato un’alzata di scudi al Bundestag e che potrebbe incontrare un veto comunitario ai sensi del bail -in.
  • Sarebbe unito con Hypovereinsbank a formare un’entità combinata con sede in Germania, mentre Unicredit manterrebbe la sua sede legale, gli uffici e la quotazione a Milano. Commerzbank, dal canto suo, resterebbe quotata sul Dax a Francoforte. L’accordo tra Unicredit  e Commerzbank  richiederebbe comunque l’approvazione da parte del governo tedesco, il maggiore azionista del gruppo bancario, con una quota del 15%.Il deal, insomma, è credibile. Resta da capire se lo “scoop” del FT è solo una mossa per accelerare una decisione dei soci più freddi di Db oppure se sul filo di lana Mustier, accompagnato dalla sua inseparabile alce in peluche, confermerà la sua fama di banchiere ”capace di operazioni supercoraggiose”, come l’ha definito due giorni fa Giacomo Campora, ad di Allianz spa.