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Business 8 Novembre, 2019 @ 8:03

La partita per la nuova Mediobanca è iniziata. Quanto somiglierà alla vecchia?

di Ugo Bertone

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Il banchiere Enrico Cuccia, a lungo al vertice di Mediobanca e personificazione degli anni in cui l’istituto ha rappresentato il Salotto buono dell’imprenditoria italiana (Imagoeconomica)

Addio salotto buono. Addio galassia del Nord. Addio ai Cuccia boys, gli eredi della lezione di Raffaele Mattioli e di don Enrico, “padrone dei padroni” che manovrava Piazza Affari come un abilissimo burattinaio. Per carità, sono storie di un tempo ormai remoto. Ma agli occhi di una generazione (anche di giornalisti) il sipario di un’epoca gloriosa è sceso solo ieri quando, dopo 73 anni, si è interrotta la liaison tra Mediobanca e Unicredit, che non ha esitato a mettere in vendita il suo 8,4% nell’istituto considerato alla stregua di partecipazione “non strategica”. Un vero terremoto, anche dal punto di vista simbolico, destinato a rimescolare gli equilibri della scena finanziaria italiana. E non solo. In particolare:

Unicredit +5,96% ha preso il volo, non tanto per la plusvalenza (modesta) incassata con l’operazione o per gli ottimi risultati della trimestrale. A dare la carica al titolo è la prospettiva di un buy back destinato agli azionisti, un ottimo sistema per sostenere il titolo nella prospettiva di un possibile merger internazionale. Il clima è assai più disponibile: il ministro delle Finanze tedesco apre a regole comuni per le banche dell’Eurozona, le autorità di Francoforte chiedono “più coraggio” agli istituti per creare banche più grandi. Unicredit, che si accinge a dar vita ”a una holding internazionale che sarà basata in Italia” sta mettendo le basi per un merger tra pesi massimi.

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E Mediobanca? Leonardo Del Vecchio è destinato a contare sempre di più. Mister occhiali ha acquisito il 2,5% di piazzetta Cucci in occasione della vendita di Unicredit, ovvero la quota massima che, già forte del 7,5% poteva rilevare senza varcare la soglia del 10%, oltre cui non può andare salvo l’esplicita autorizzazione della Bce già investita della richiesta. In realtà Del Vecchio, forte di una quota del 4% abbondante anche in Generali, dovrà fare i conti in Mediobanca con i soci del “patto leggero”   di consultazione che controlla il 12% circa dell’istituto e che ha già garantito il sostegno ad Alberto Nagel. A differenza di quanto ha fatto Del Vecchio, che contesta alla gestione di Nagel di essersi limitata a sfruttare il traino delle due partecipazioni più redditizie: Compass e le Generali. Al contrario, Del Vecchio vuole un’effettiva banca d’affari capace di operare in Italia e non solo. Direzione in cui Nagel si è mosso, vuoi a Londra che con l’alleanza francese con Bernard Maris e Alain Minc (advisor per conto di Fca nell’operazione con Peugeot). Ma ci vuole senz’altro di più.

La soluzione ideale potrebbe essere un merger con un gruppo dell’asset allocation, uno dei segmenti in cui l’Italia può contare su campioni eccellenti. Di qui un’idea che sta prendendo piede: un merger tra Mediobanca e Mediolanum, già alleata a suo tempo con piazzetta Cuccia in Esperia mentre Ennio Doris figura tra i partner più fedeli della banca. Andrà così? Oppure Del Vecchio punta ad una soluzione diversa? E che farà Vincent Bolloré, il terzo socio della banca? L’unica cosa certa è che ormai il treno è partito. Vedremo quale sarà la stazione d’arrivo.

Business 11 Ottobre, 2019 @ 3:50

Perché la finanza italiana è tornata a ruotare attorno a Mediobanca

di Ugo Bertone

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ritratto di leonardo del vecchio
Leonardo Del Vecchio, presidente di Luxottica

Si narra che le disavventure di Giovanni Perissinotto in quel di Generali siano cominciate quando la compagnia del Leone mise gli occhi su un grande investimento immobiliare alla Defence, il centro direzionale parigino, soffiando un buon affare alla Foncière des Regions, la società controllata da Leonardo Del Vecchio destinata poi a fondersi con Beni Stabili. Un vero e proprio sgarbo al re degli occhiali che è tra l’altro uno dei soci più importanti di Generali. Uno sgarbo costato caro al numero uno del Leone del tempo. Qualche mese dopo Del Vecchio insorse contro la gestione Perissinotto: “In cinque anni il titolo – dichiarò in un’intervista –  ha perso i due terzi del suo valore. Dal primo gennaio è sotto del 12%, a confronto Allianz è sopra del 14%, in un anno il titolo ha perso il 34%. Dividendo quasi azzerato. Quello che mi dà fastidio è che i fondamentali sono buoni, l’attività assicurativa funziona. Ma voler fare i finanzieri è quello che rovina tutto”. E sotto le bordate di Del Vecchio la poltrona del manager cominciò a scottare.

Cambiamo palcoscenico: nello scorso luglio, archiviata con la sconfitta di Humanitas e Policlinico San Donato, sembrava tornata la pace attorno allo Ieo, l’istituto fondato da Umberto Veronesi. Ma, al contrario, si scatenò un conflitto ancor più aspro tra i Big della finanza italiana. Da una parte Mediobanca (forte del 25,73%) del capitale spalleggiata da alcuni partner forti, tra cui Mediolanum ed Unipol, per una quota vicina al 50%. Dall’altra la Fondazione Leonardo Del Vecchio che si era fatto avanti attraverso il suo braccio destro Francesco Milleri (che siede in cda), proponendo la donazione di 500 milioni per sostenere un progetto di sviluppo, immobiliare e sanitario, mai formalmente presentato in cda ed alla fine ritirato per l’opposizione degli altri soci. Ma non di Unicredit, che aveva ceduto le sue quote alla Fondazione di Del Vecchio, contabilizzando una perdita di 39 milioni.

Secondo i bene informati è questa una delle chiavi di lettura per capire le ragioni dell’offensiva che Leonardo Del Vecchio, forte, per ora, del 7% circa del capitale, intende lanciare contro la gestione dell’istituto di piazzetta Cuccia dicendo, in vista dell’assemblea di “aspettarsi un nuovo piano industriale che non basi i risultati di Mediobanca solo su Generali e Compass, ma progetti un futuro da banca di investimenti”. Intanto, per valutare  gli umori del mercato, Del Vecchio avrebbe sollecitato un pre-sondaggio presso gli azionisti da parte del proxy advisor Georgeson e fatto i primi passi informali per verificare la disponibilità delle autorità comunitarie a dare l’assenso all’aumento della quota di Delfin oltre il 10%.  Un’eventuale scalata si profila comunque molto difficile, vista la forza di Nagel, confortata peraltro dai risultati. Ma Del Vecchio potrebbe contare sull’appoggio di Unicredit, che potrebbe smobilizzare la sua quota  ritenendolo un investimento finanziario e non strategico, a maggior ragione dopo aver proposto un patto forte e la rimozione della previsione statutaria di scegliere l’ad tra i dirigenti con oltre tre anni di anzianità. E lo stesso vale per Bolloré, che ha mano libera una volta uscito dal patto.

Il patron di Essilor/Luxottica si è preparato del resto per un lungo assedio, mica per un blitz. “Siamo un azionista di lungo periodo e daremo il nostro sostegno per accelerare la creazione di valore a vantaggio di tutti gli stakeholder” ha voluto dichiarare Del Vecchio. Questo attraverso una strategia da banca di investimenti, emancipata dalla stretta dipendenza dalle Generali, che non sembra combaciare con le linee del business plan che Nagel presenterà il 12 novembre in cui non dovrebbe più figurare la previsione di cedere il 3% della compagnia nell’arco del triennio. La partita, insomma, è appena iniziata.

Business 11 Ottobre, 2019 @ 8:00

Tassi negativi sui conti correnti? Accelerano la crisi della banca tradizionale

di Ugo Bertone

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La sede di Unicredit a Milano
La Unicredit Tower di Milano (Imagoeconomica)

Una singolare coincidenza ha legato l’annuncio che Unicredit praticherà dal 2020 tassi negativi ai depositi superiori ai 100mila euro alle prenotazioni per i Btp in dollari, accolti ieri da una pioggia di prenotazioni per un importo tre volte superiore all’offerta del Tesoro per 7 miliardi di dollari. Certo, si tratta di strumenti ben diversi tra loro: un conto sono i depositi a vista, altro investimenti a medio e lungo termine. Ma, d’altro canto, il target è lo stesso: clienti che, nel caso del Tesoro, sono pronti ad investire almeno 200mila dollari su uno strumento comunque negoziabile senza alcun vincolo.

L’esigenza di mettere a disposizione di clienti facoltosi e di imprese (specie società finanziarie e fondi pensione) strumenti nuovi per dribblare gli inconvenienti dei tassi sotto zero sta del resto esplodendo un po’ su tutti i mercati, dall’Europa all’Asia, a fronte di una politica monetaria espansiva, una scelta obbligata ma, accusano i falchi, ormai inefficace. La scorsa settimana il fondo pensione giapponese più importante ha annunciato che d’ora in poi aumenterà gli acquisti Oltrefrontiera. Negli stessi giorni, come è emerso da un articolo del Financial Times, il Comitato degli esperti della Bce consigliava a Mario Draghi di soprassedere al varo di un nuovo Quantitative Easing, preoccupato per gli effetti della misura sul sistema bancario, stremato dalla caduta dei profitti (la sola Deutsche Bank paga 400 milioni di euro per gli interessi negativi sui depositi presso la Bce).

La mossa di Mustier, tra l’altro presidente dei banchieri europei, non è giunta inattesa. Nei mesi scorsi erano stati gli istituti svizzeri, Ubs in testa, ad inaugurare la stagione dei tassi negativi sui depositi: a partire da novembre in Ubs i clienti che mantengono sul conto giacenze superiori ai 2 milioni di franchi svizzeri saranno gravati da un tasso negativo dello 0,75%, lo stesso applicato dalla Banca nazionale svizzera sui depositi come già avviene in  Julius Baer, Pictet e Lombard Odier.

A sorpresa, i cittadini tedeschi hanno iniziato negli ultimi mesi a dare la caccia ai conti italiani, che qualche rendimento positivo lo offrono ancora. Presso le banche del nostro Paese, ha rivelato il presidente del Fondo interbancario di tutela dei depositi Salvatore Maccarone, figurano infatti ”alcuni miliardi” di depositi vincolati intestati a clienti di banche tedesche e il fenomeno è “in netta crescita”. Almeno fino all’annuncio della svolta da gennaio di Unicredit che comunque, anche se applicata all’intero sistema, non toccherà i depositi protetti, quelli cioè sotto i 100mila euro che in Italia ammontano in totale a 602 miliardi di euro.

Resta in ogni caso da capire quanto e come questa misura, destinata ad aumentare la redditività del sistema, inciderà sui comportamenti delle  banche. Mustier ha anticipato che “offriremo ai clienti soluzioni alternative ai depositi come ad esempio investimenti in fondi di mercato monetario senza commissioni e obiettivi di performance in territorio positivo” con l’obiettivo di consentire “rendimenti vicini allo zero piuttosto che avere dei tassi di deposito negativi”. Nel supermarket delle soluzioni offerte dalle varie officine prodotto non mancano di sicuro prodotti di questo tipo. Ma la novità è destinata ad accelerare la crisi della banca tradizionale, con forti ricadute sulle strutture e sul personale. La concorrenza tenderà così a concentrarsi sui servizi a maggior valore aggiunto tagliando fuori gli sportelli. Difficile che il sistema, al di là delle affermazioni di facciata, punti a valorizzare le professionalità della forza lavoro, non fosse che per la necessità di tagliare i costi. Sotto i 100mila euro la consulenza la faranno sempre di più i robot, meno cari ed in funzione 24 ore su 24.

Business 3 Ottobre, 2019 @ 10:11

Perché Unicredit mette all’asta da Christie’s i capolavori della sua collezione

di Glenda Cinquegrana

Dirigo una galleria d’arte e mi occupo di consulenza.Leggi di più dell'autore
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L’arte contemporanea come serbatoio di risorse che possono diventare liquide, carburante per finanziare progetti di sostenibilità sociale ed ambientale. E’ questa la visione innovativa che si trova alla base della decisione di UniCredit di mettere in vendita alcune eccellenti opere della sua storica collezione d’arte moderna e contemporanea, costruita negli anni dall’assemblaggio delle raccolte d’arte delle singole banche locali accorpate nel gruppo.

L’iniziativa Social Impact Banking rappresenta l’impegno di UniCredit nel costruire una società più equa e inclusiva. Il suo scopo è identificare, finanziare e promuovere persone e imprese che possono avere un impatto sociale positivo. Nel 2018 Social Impact Banking ha approvato in Italia 72,9 milioni di euro di finanziamenti a impatto e sarà estesa nel 2019 in altri dieci mercati in cui opera il gruppo.

I proventi ottenuti dalla vendita delle opere saranno usati a supporto di questo grande progetto che implementa i valori etici di responsabilità sociale del più grande gruppo bancario italiano.

Nei prossimi giorni Christie’s, partner scelto per mettere in atto la vendita, e alcune delle sue aste più prestigiose a Londra, saranno il palcoscenico delle prime vendite; fra queste la celebre asta dedicata all’arte italiana Thinking Italian, erede della ventennale Italian Art Sale.

Per capire di più di questo progetto di gestione innovativa, abbiamo intervistato Maurizio Beretta, responsabile per Unicredit dell’Institutional Affairs & Sustainability, ed in particolare del progetto Social Impact Banking, chiedendogli il perché di questa politica di deaccessioning varata dal gruppo. “Dal nostro punto di vista, la gestione dell’arte non è parte costitutiva della nostra mission come banca. Per noi di UniCredit, la messa in vendita delle opere rappresenta un processo di trasformazione del valore con l’obiettivo di riallocare la ricchezza e generare un bene sociale concreto alle nostre comunità locali”. Beretta non ha dubbi nell’affermare che il modello SIB sia lo strumento pratico atto a rafforzare la vocazione sociale della banca: “Il Social Impact Banking è parte del nostro impegno a costruire una società più giusta e inclusiva, secondo una visione che guarda oltre i ritorni economici dei nostri investimenti per produrre un impatto positivo tangibile sulla società ovunque operiamo”.

Gli strumenti operativi del SIB sono il micro credito alle imprese – “che sono generalmente escluse dai prestiti bancari, finalizzato all’inclusione sociale e all’ampliamento dell’occupazione”, afferma Beretta. Il secondo strumento è il finanziamento a impatto, ovvero il sostegno a quelle imprese e organizzazioni no profit che secondo la banca possono generare risultati sociali chiari e misurabili per la comunità a supporto dell’innovazione sociale come motore positivo di cambiamento. Il terzo è la leva dell’educazione e inclusione finanziaria, con cui UniCredit si pone l’obiettivo di promuovere alcune iniziative di sensibilizzazione finanziaria a sostegno delle microimprese e le imprese sociali nella fase iniziale, incoraggiando lo sviluppo di una cultura finanziaria e commerciale tra i segmenti più fragili delle popolazioni locali, compresi i giovani.

In un ampio ventaglio di iniziative promosse dal gruppo alcune sono dedicate all’arte contemporanea, a sostegno della giovane arte nell’ambito dei singoli paesi. Ad esempio, in Germania, UCB AG ha istituito il cosiddetto K4 – Künstlercube, in cui i giovani artisti sono invitati a esporre una delle loro opere in un CUBE dedicato presso gli uffici del private banking tedesco per un periodo di sei mesi. A Venezia, invece, nell’ambito della sponsorizzazione della mostra ‘Rothko in Lampedusa’ a fianco delle Nazioni Unite, UniCredit ha chiesto a un gruppo di artisti rifugiati di creare un’opera per la sede centrale della banca.

Cristiano De Lorenzo, managing director di Christie’s Italia, racconta della grande opportunità della casa d’aste di lavorare con UniCredit in modo innovativo.  ‘Avere l’opportunità di lavorare con UniCredit per portare sul mercato capolavori è un privilegio, aggiunge. Il progetto ha una matrice innovativa e di lungo periodo: le opere della collezione non saranno messe in unico catalogo, poiché provenienti da collezioni e provenienze diverse; saranno allocate in battute differenti, secondo una pianificazione strategica, per “massimizzare il potenziale ritorno a supporto del Social Impact Banking e di altre iniziative UniCredit pertinenti”.

 

La descrizione delle opere di Mariolina Bassetti, Head of Continental Europe per il dipartimento di Post-War & Contemporary Art.

All’asta serale Post-War and Contemporary sono presenti 3 opere di collezione UniCredit:

• Lot 12. Gerhard Richter, Abstraktes Bild (559-1) (1984, stima: £ 6.500.000-9.500.000) è una visione monumentale risalente a un momento spartiacque nella carriera di Richter. Acquistato poco dopo la sua creazione, è tra le più grandi tele prodotte durante l’anno cardine del 1984.
• Lot 13. Gerhard Richter Wiese (Meadow) (1983, stima: £ 3.500.000-5.500.000) è uno squisito esempio dei celebri paesaggi tedeschi fotorealistici che Gerhard Richter ha prodotto negli anni ’80.
• Lot 11. Gerhard Richter. 7.3.86 (1986, stima: £ 550.000-750.000) proviene dal seminale dopo la data della loro creazione, questi complessi lavori su carta punteggiano la pratica dell’artista a vari intervalli dai primi anni ’80 in poi.

Anche nell’asta serale del Post-War and Contemporary:

• Lot 14. Yves Klein Sculpture Éponge bleue sans titre di Yves Klein, (SE 244) – un esempio delle pionieristiche Sculptures Éponges (Sponge Sculptures). L’opera risale al 1959: l’anno cardine in cui l’artista espose una selezione di queste straordinarie creazioni insieme ai suoi monocromi blu nella mostra seminale Bas-Reliefs in un forêt d’ponges alla Galerie Iris Clert di Parigi.

Un punto culminante della SELEZIONE di UniCredit offerto in Thinking Italian è (Lot 111). la Superficie bianca di Enrico Castellani (1989, stima: £ 250.000-350.000).
Concepito come una meditazione sul gioco di luci e ombre, tra profondità positiva e negativa, è un elegante esempio della continua evoluzione della pratica pittorica dell’artista attraverso gli anni ’80.

Questo è presentato in Thinking Italian insieme a (LOT. 110) Untitled di Giuseppe Gallo (2002, stima: £ 25.000-35.000).
Nell’opera dell’artista ricorre spesso l’uso di foglie, numeri, lettere, simboli ed elementi, che commemorano tradizioni e culture lontane. La serie di foglie, che si possono trovare sull’opera, è una sorta di classificazione del mondo naturale, che comprende matematica, cosmogonia, filosofia, materiali naturali ed elementi del paesaggio.

Business 19 Settembre, 2019 @ 3:06

Unicredit ha dedicato un report al prossimo Oktoberfest

di Matteo Rigamonti

Staff

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oktoberfest
Oktoberfest (Pixabay)

Né il caro birra né l’incertezza geopolitica spaventano l’Oktoberfest. Per l’edizione 2019, dal 21 settembre al 6 ottobre, della più iconica e tradizionale festa bavarese si attende un nuovo record nel consumo di birra. A metterlo nero su bianco è il Wiesn Visitor Price Inidex (Wvpi), calcolato da UniCredit, che registra un aumento del 2,7%, in leggero calo sul 3,3% del 2018.

Basato sulla spesa per due boccali di birra da un litro, mezzo pollo e un biglietto andata e ritorno dei mezzi pubblici per raggiungere il prato (Wiesn) a sud ovest di Monaco dove si tiene l’Oktoberfest 2019, l’indice Wvpi ha fatto registrare un segno meno soltanto nel 2013. Quando, spiega una nota di Unicredit, il “trend di crescita che abbiamo osservato da metà degli anni ’90” nel consumo di birra ha conosciuto un “sorprendente calo”. Poi ha ripreso a crescere senza più una battuta d’arresto.

Quest’anno il costo del trasporto pubblico è rimasto invariato, ma quello del pollo e della birra sono aumentati del 3,2%. Un “Mass”, il tradizionale boccale da un litro, costa 11,36 euro in media, 36 centesimi in più del 2018. Aumenti nettamente superiori all’inflazione (che è inferiore al 2%).

Sebbene il numero di giovani sotto i 30 anni che fanno tappa all’Oktoberfest sia calato di 17 punti percentuali tra il 2000 e il 2014, la quota di visitatori sopra i 30 è invece aumentata del 43%. Una fetta di pubblico che, peraltro, ha generalmente maggiore disponibilità economica e capacità di spesa. Bevitori che possono tranquillamente permettersi l’aumento dei prezzi della birra. Senza dimenticare il 14% per cento di visitatori stranieri che ogni anno vengono in Baviera per gustare le birre tradizionali.

Sempre che il tempo sia buono, conclude Unicredit, è “improbabile” che le “attuali incertezze geopolitiche” e lo “sviluppo dei prezzi” impediscano il “raggiungimento di un nuovo record”.

Investimenti 15 Maggio, 2019 @ 1:56

Unicredit – Commerzbank, gli indizi che rendono caldo il dossier

di Ugo Bertone

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La sede di Unicredit a Milano
La Unicredit Tower di Milano (Imagoeconomica)

Unicredit non ha firmato alcun mandato a advisors per mettere a punto una possibile offerta su Commerzbank. A prima vista la nota emessa ieri sera dall’istituto su richiesta della Consob dovrebbe mettere a tacere le voci sollevate dalle indiscrezioni lanciate da Reuters su un mandato affidato a Lazard e JP Morgan in vista di un’offerta per la seconda banca tedesca, partecipata al 15% dal ministero delle Finanze tedesco. A rafforzare il tono della smentita, per giunta, nella nota si ribadisce che “la banca è focalizzata sul proprio piano industriale, basato sulla crescita organica” che sarà illustrato al mercato il prossimo 3 dicembre.

Piazza Affari ha preso atto della precisazione che è in sintonia con le ultime dichiarazioni del ceo Jean Pierre Mustier: fusioni transfrontaliere, ha sostenuto lunedì a Londra, oggi sono ostacolate dalla differenza di regole e dal diverso livello dei tassi. Nel frattempo, dalla Germania arriva l’eco dell’ostilità dei sindacati: l’eventuale merger tra Commerzbank, la seconda banca commerciale tedesca, e Hvb, la controllata d’oltre Reno di Unicredit, non potrebbe che comportare tagli sui costi, a partire dal personale. La prospettiva di un accordo con un istituto italiano, poi, ha già suscitato più di una perplessità, vista la forte presenza di titoli del debito italiano nel portafoglio della banca di piazza Gae Aulenti.

Eppure, nonostante queste indicazioni di segno contrario, più di una ragione consiglia di seguire con attenzione il dossier. Vediamo perché:

  • Ci sono, innanzitutto, motivazioni generali a favore dei matrimoni tra le banche europee, ben illustrate stamane sul Sole 24 Ore da Lorenzo Bini Smaghi, presidente di Société Genérale (altro possibile partner di Unicredit): “Nell’ultimo anno l’esigenza di un processo di aggregazioni cross-border nel settore bancario europeo non si è ridotta. Anzi, è aumentata perché la redditività è sempre più condizionata negativamente dal rallentamento dell’economia e dallo scenario di tassi di interesse vicini allo zero per un lungo periodo: c’è il rischio, in prospettiva, che le banche europee diventino vittime di una “sindrome giapponese”. L’alternativa all’integrazione, aggiunge l’ex membro del direttorio Bce, è che “l’unica leva per aumentare la redditività sia il taglio dei costi che inevitabilmente porta alla riduzione del perimetro delle attività. Così però si va verso banche sempre più piccole e più fragili, creando un circuito perverso”. Particolarmente insidioso, si può aggiungere, per l’Italia in vista di una stagione difficile per il debito pubblico.
  • I vertici di Unicredit sono senz’altro sensibili al problema. Lo stesso Mustier ha comunicato l’intenzione di voler ridurre l’ammontare del Btp in portafoglio, oggi pari a ben 58 miliardi di euro (cifra che vale circa la metà del portafoglio titoli governativi (e circa il 7% degli attivi), indice della vulnerabilità del settore. Soprattutto se, come accaduto lo scorso anno, i titoli italiani dovessero tornare nel mirino della speculazione quando ci sarà da negoziare con l’Ue la prossima legge di bilancio (una strada che si annuncia in salita alla luce dei 23 miliardi di clausole di salvaguardia da disinnescare). Tra i Paesi europei l’Italia è quello in cui le banche sono in assoluto più esposte al rischio sovrano (in media i BTp valgono il 10,7% del totale degli attivi in Italia contro il 7,6% della Spagna) e questo primato si paga tutte le volte che lo spread sale andando a erodere il capitale di vigilanza delle banche.
  • Di qui la necessità di disinnescare la mina del rischio sovrano, esigenza che ben si sposa con l’obiettivo di un merger internazionale. La stessa cessione del 18% di Fineco Bank, che ha portato al deconsolidamento dell’istituto guidato da Alessandro Foti dal gruppo Unicredit, oltre ad irrobustire il Cet 1 dell’istituto, potrebbe favorire l’investimento in Commerzbank, banca che non ha ancora assorbito l’impatto dell’acquisizione di Dredsner Bank, ad un passo dal crack. Dal punto di vista politico l’operazione potrebbe risultare per la Germania meno indigesta di quanto non appaia a prima vista. Una fusione carta contro carta potrebbe avvenire attraverso Hvb, la controllata tedesca di Unicredit, sotto la lente della Bafin e della Bundesbank. La quota di mercato combinata delle due banche in Germania raggiungerebbe il livello del 9%. La capitalizzazione combinata ammonterebbe a 34 miliardi di euro.Insomma, le basi per un matrimonio già annunciato dal Financial Times ancor prima che fallissero le trattative tra Commerzbank e Deutsche Bank, ci sono. Ma le difficoltà, politiche ancor più che finanziarie, sono tante. E molto dipenderà dall’esito del voto del 26 maggio, decisivo per il completamento dell’Unione bancaria.
Investimenti 4 Aprile, 2019 @ 2:35

Unicredit e l’offerta per Commerzbank: perché l’ipotesi è così verosimile

di Ugo Bertone

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La sede di Unicredit a Milano
La Unicredit Tower di Milano (Imagoeconomica)

Unicredit è pronto a lanciare l’offensiva sul fronte tedesco. L’istituto di piazza Gae Aulenti, come anticipato dal Financial Times, ha messo a punto un’operazione che prevede l’ingresso in Commerzbank, la seconda banca d’oltre Reno, in vista di un merger con la controllata Hypovereinsbank. Il blitz, però, scatterà solo se non andrà in porto il più volte annunciato matrimonio tra Commerzbank e Deutsche Bank che sta incontrando, sia sul fronte politico che sindacale, forti ostacoli che vanno ad aggiungersi alle perplessità delle autorità comunitarie. L’istituto guidato da Jean Pierre Mustier dovrebbe comunque scontrarsi con varie offerte concorrenti, tra cui  Ing, Paribas e Santander.

L’indiscrezione sta comunque producendo, come prevedibile, forti reazioni sui mercato. Unicredit, per l’occasione il cacciatore, arretra del 2% circa a 11,95 euro a fronte del possibile esborso: la preda Commerzbank, in cui figura una partecipazione pubblica del 15%, capitalizza stamane 9,020 miliardi di euro.

Nel frattempo Commerzbank mette a segno un rialzo del 2,8%. I tempi per una decisione, del resto, sono molto stretti: entro pochi giorni, secondo la Suddeusche Zeitung, dovrebbe arrivare la proposta di Deutsche Bank. Al contrario, l’alternativa Unicredit potrebbe essere al centro dell’assemblea a Milano dell’istituto, fissata per il giorno 11. A favore del deal, un vecchio obiettivo dell’istituto italiano (esiste da sempre un legame tra Commerzbank e Mediobanca, partecipata di Unicredit) contribuiscono vari fattori:

  • La nuova entità potrebbe esser vista con favore a Berlino perché sarà a tutti gli effetti legali una banca tedesca, sottoposta all’autorità della Bafin e della Bundesbank, quotata a Francoforte sotto le insegne di Commerzbank.
  • Il controllo sarà dell’azionista Unicredit, ormai un gruppo con solide radici europee (non solo italiane) che potrebbe usare la consolidata leadership  oltre Reno come trampolino di lancio per la creazione del primo vero gruppo bancario cross-border senza urtare la sensibilità  dei sindacati tedeschi, in fibrillazione per i profondi tagli occupazionali previsti nel merger con Deutsche Bank, un’operazione che imporrebbe un aumento di capitale nell’ordine di almeno dieci miliardi, a carico dello Stato, prospettiva he ha già suscitato un’alzata di scudi al Bundestag e che potrebbe incontrare un veto comunitario ai sensi del bail -in.
  • Sarebbe unito con Hypovereinsbank a formare un’entità combinata con sede in Germania, mentre Unicredit manterrebbe la sua sede legale, gli uffici e la quotazione a Milano. Commerzbank, dal canto suo, resterebbe quotata sul Dax a Francoforte. L’accordo tra Unicredit  e Commerzbank  richiederebbe comunque l’approvazione da parte del governo tedesco, il maggiore azionista del gruppo bancario, con una quota del 15%.Il deal, insomma, è credibile. Resta da capire se lo “scoop” del FT è solo una mossa per accelerare una decisione dei soci più freddi di Db oppure se sul filo di lana Mustier, accompagnato dalla sua inseparabile alce in peluche, confermerà la sua fama di banchiere ”capace di operazioni supercoraggiose”, come l’ha definito due giorni fa Giacomo Campora, ad di Allianz spa.