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Trending 25 Marzo, 2020 @ 12:17

1.200 dollari a ciascun cittadino, il piano Usa anti Coronavirus da 2mila miliardi

di Massimiliano Carrà

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Piano economico usa contro coronavirus
Win McNamee – Getty Images

“È il più grande pacchetto di salvataggio nella storia americana. Un vero e proprio piano Marshall”. Così il leader democratico del Senato americano Chuck Schumer ha definito il piano economico Usa da 2mila miliardi di dollari in risposta alla crisi dettata dal coronavirus.

Dopo due bocciature, arrivate nelle giornate di domenica 22 marzo e lunedì 23 marzo, proprio nelle scorse ore la maggioranza repubblicana al Senato Usa ha dichiarato di aver trovato l’accordo con i democratici per l’approvazione del piano economico da 2mila miliardi di dollari che il leader repubblicano del Senato Mitch McConnell definisce “un investimento ai livelli di quelli che la nostra nazione fa in tempo di guerra”.

Proprio in base a quanto comunicato da McConnell la votazione decisiva dovrebbe essere fatta nelle prossime ore. Dalle dichiarazioni rilasciate dai due partiti non dovrebbero esserci sorprese. Di conseguenza, dopo la votazione al Senato e alla Camera, si attenderà la firma del presidente Usa Donald Trump.

Coronavirus, cosa prevede il piano economico Usa 

Entrando più nel dettaglio, il piano economico Usa contro il coronavirus prevederebbe, dal punto di vista prettamente riferito alle famiglie, assegni diretti da 1.200 dollari a tutti i cittadini americani e di circa 500 dollari per i bambini. 

Circa 867 miliardi di dollari sarebbero invece stanziati per prestiti agevolati e aiuti per le aziende dei settori più colpiti dalla crisi, Stati e città. Nello specifico, 367 miliardi sarebbe la quota prevista per le piccole imprese e i prestiti; 500 miliardi, invece, andranno al Dipartimento del Tesoro.

Oltre a ciò, il piano economico Usa contro il coronavirus dovrebbe prevedere anche significativi aumenti di spesa per gli ospedali e gli operatori sanitari in prima linea nell’emergenza. Proprio gli ospedali dovrebbero ricevere circa 150 miliardi di dollari. 

Grazie a questi stanziamenti, la Federal Reserve – che nei giorni scorsi ha annunciato un Qe illimitatopotrà mobilitare fino a 4mila miliardi di dollari  grazie a un effetto leva. Il segretario al Tesoro Steven Mnuchin potrà assegnare parte dei fondi alle società danneggiate dal blocco.

Inoltre, va anche sottolineato che il piano economico Usa dovrebbe prevedere anche un importante impulso alle assicurazioni contro la disoccupazione, che consentirà ai lavoratori fermi di non essere licenziati e di ricevere regolarmente i loro stipendi per un massimo di quattro mesi.

Business 9 Gennaio, 2020 @ 11:30

Chi sono i miliardari signori dei droni che hanno colpito in Iraq

di Massimiliano Carrà

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Drone
(Shutterstock)

Il braccio armato degli Usa e del suo presidente Donald Trump. Possono essere soprannominati così Linden e Neal Blue, i due fratelli ultraottantenni padri del drone Predator MQ-9 Reaper che ha ucciso il generale iraniano Qasem Soleimani.

Paragonabili a Yuri Orlov, protagonista del film “Lord of War”, Linden e Neal Blue, oltre a far parte della classifica dei miliardari di Forbes con un patrimonio stimato di 4,1 miliardi di dollari, sono i proprietari di General Atomics, l’azienda con sede a San Diego che, tra le tante cose, sviluppa velivoli senza piloti, come appunto la serie Predator, sistemi e sensori laser per gli aerei e soluzioni energetiche basate sull’energia nucleare o altre fonti di energia come biocarburanti.

General Atomics: i droni e i rapporti con l’esercito Usa

Neal Blue controlla una quota dell’80% di General Atomics ed è il ceo e il presidente. Linden invece ricopre la carica di vicepresidente e detiene la restante quota del 20%.

La General Atomics però non è una creazione dei fratelli Blue, bensì una loro scommessa (vinta). Infatti, dopo l’esperienza come piloti dell’aeronautica militare Usa e diversi affari commerciali, Linden e Neal Blue hanno acquistato la General Atomics nel 1986 per 60 milioni di dollari. 

Una cifra non paragonabile al reale valore odierno dell’azienda, anche in virtù del fatto che è una delle principali fornitrici di tecnologie del Dipartimento della Difesa americana e della Cia. Per fare un esempio, un esemplare drone Predator MQ-9 Reaper, una delle armi più utilizzate e richieste dal Pentagono (pesa 1,5 tonnellate, viene pilotato a distanza di continenti ed è dotato di missili) costa 16 milioni di dollari.

I droni da soli generano vendite da 2,1 miliardi di dollari l’anno su un totale stimato per General Atomics di 2,7 miliardi di euro, quindi quasi l’80%. Donald Trump appare un estimatore di questa tipologia di armamenti: in tre anni ha autorizzato quasi 260 missioni con droni. Il suo predecessore Barack Obama circa 500 in otto anni. 

Trending 31 Dicembre, 2019 @ 11:00

10 motivi per cui Donald Trump può essere ottimista per il 2020

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
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Usa, il presidente Donald Trump

Con tutta probabilità, il presidente degli Stati Uniti continuerà a suscitare scandali e polemiche per tutto l’anno che verrà. Per i suoi toni arroganti, la sua erosione delle norme liberali e per lo scarso rispetto nei confronti degli avversari. Per il suo essere – in una parola – divisivo. Questo è stato Donald Trump per i suoi primi tre anni di mandato, e le cose non sembrano poter andare diversamente nell’anno in cui si giocherà la rielezione. L’anno di una nuova, estenuante campagna elettorale.

Se, per disarcionarlo, i Democratici puntano tutto sull’impeachment, si trovano però di fronte a una sfida che non si vedeva da almeno tre decenni: quella di convincere gli americani a cacciare dalla Casa Bianca un Repubblicano mentre l’economia va a gonfie vele. E non c’è solo il livello record di occupati, da mettere sul piatto per l’ex immobiliarista e star dei reality diventato la figura più rappresentativa del “momento populista”: c’è la grande fiducia dei consumatori, un’Unione Europea più divisa che mai, un quadro geopolitico irrequieto ma senza nuove guerre al terrore, e un’opposizione che non sembra aver trovato un messaggio unificante.

Il 2020 rischia di rappresentare dunque una rivincita per il presidente più controverso del Dopoguerra, e un annus horribilis per chi vorrebbe interrompere quella che per molti commentatori liberali era sembrata soltanto una inconcepibile anomalia. Vediamo più nel dettaglio perché.

Gli statunitensi promuovono a pieni voti l’economia

I Democratici avranno molto da lavorare per convincere gli elettori che le cose non vanno poi così bene come Trump vuole far credere. In un sondaggio di Cnn, il 76% degli intervistati ritiene che la condizione economica degli Stati Uniti sia “buona” o “molto buona”, con un aumento di nove punti rispetto allo stesso sondaggio commissionato l’anno scorso. L’economia americana passa insomma l’esame, con il voto più alto da quasi vent’anni a questa parte: dal febbraio del 2001, per la precisione, quando erano soddisfatti dell’andamento delle cose l’80% degli statunitensi. Anche in questo campo le divisioni tra Repubblicani e Democratici sono evidenti, ma meno altrove: per il 97% degli elettori del Gop le condizioni economiche del Paese sono positive, e questo vale pure per il 62% degli elettori avversari.

Sempre più americani sono convinti di poter trovare un buon lavoro

Per Donald Trump gli Stati Uniti stanno attraversando il migliore momento economico della loro Storia. Non è proprio così, ma la disoccupazione è al 3,5 per cento, il mercato azionario è ai massimi storici e il livello di povertà è in calo. Quel che più conta, gli elettori si sono convinti che i nuovi lavori disponibili non sono necessariamente quelli precari o pagati poco. Lo rileva Gallup, secondo cui 65 statunitensi su 100 ritengono che questo sia “un buon momento” per trovare occupazioni di qualità. È il dato più alto dal 2001.

La crisi economica preoccupa sempre meno

La percentuale di americani che citano i problemi economici come quelli più importanti in questo momento è ai minimi storici. Lo dice uno studio dell’University of California, dal titolo “Nationscape”, che punta a intervistare oltre mezzo milione di persone prima delle elezioni del 2020. La fotografia che se ne trae è quella di un paese, però, diviso su altri temi. Se gli elettori del Partito Repubblicano hanno come priorità quella di risparmiare Trump dall’impeachment e al secondo posto quella di impedire restrizioni sulle armi da fuoco, i Democratici si trovano sul lato diametralmente opposto della barricata: fanno il tifo per l’incriminazione del presidente in primis, e in secondo luogo vorrebbero un trattamento più umano per gli immigrati. In entrambe le sponde della politica americana i problemi legati alla governance hanno superato di gran lunga quelli legati allo stato dell’economia.

I lavori a basso salario pagano di più

Non è tutto oro quel che luccica. Secondo quanto scrive Axios, quasi la metà dei lavoratori americani è bloccato in posti di lavoro a basso salario spesso non ben remunerati, senza sussidi e all’interno di settori in via di automazione. Ma un’altra buona notizia per Donald Trump è che questi lavori stanno pagando sempre di più – l’aumento più vigoroso da 12 anni a questa parte – mentre decelerano i salari dei lavori più invidiabili. Il merito senza dubbio di un tasso di disoccupazione al minimo da decenni (con relativa scarsità di forza lavoro disponibile). Tuttavia, non bisogna dimenticare l’aumento del salario minimo – misura fortemente voluta dai Democratici – che si materializzerà tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 in ben 22 Stati. Per l’Economic Policy Institute, i lavoratori che ne saranno affetti guadagneranno, a seconda dei casi, tra i 150 e i 1.700 dollari in più all’anno. Questo cosa vuol dire, da un punto di vista comunicativo? Che la destra è in imbarazzo perché l’innalzamento del salario minimo non sta distruggendo l’economia (come temeva) e la sinistra è in imbarazzo perché le cose positive possono succedere anche durante presidenze terribili.

La fiducia dei consumatori continua a salire

Secondo l’Università del Michigan, a dicembre la fiducia dei consumatori americani si è attestata a 99,3 punti, in rialzo rispetto ai 96,8 punti di novembre. Si tratta dei livelli più alti degli ultimi sette mesi. Nel frattempo, l’inflazione continua a sembrare un miraggio, e così la borsa di New York ha festeggiato chiudendo il 2019 in bellezza.

L’impeachment potrebbe naufragare

La battaglia politica più cruciale del 2020 con tutta probabilità si arenerà col voto in Senato, a maggioranza repubblicana, dove sarebbero necessari due terzi dei voti per procedere: non arriveranno mai, a meno che i Democratici non riescano a far parlare nuovi testimoni imbarazzanti in diretta tv e mettere così in difficoltà i senatori repubblicani più moderati. Donald Trump, dal canto suo, vuole un voto del Senato che lo scagioni in fretta e furia, in modo da presentarsi ai suoi comizi da presidente perseguitato senza motivo, che è riuscito a liberarsi dal giogo di oppositori sleali che solo tramite le carte giudiziarie pensavano di farlo fuori.

I democratici sono divisi

Il presidente Usa lo ha ripetuto per settimane: l’impeachment, che lui ritiene infondato e ingiusto, finirà per avvantaggiarlo alle prossime elezioni. Per ora i sondaggi gli danno ragione, ma che l’impeachment possa diventare un boomerang elettorale dipenderà in buona parte anche dal candidato che i Democratici sceglieranno per la Casa Bianca. Per ora nessuno dei papabili al ruolo di sfidante di Donald Trump sembra entusiasmare gli indecisi, e gli stessi Democratici sembrano sparpagliati da Warren, Sanders e Biden. La notizia più preoccupante (per i Dem) è che negli Stati in bilico del Midwest, quelli decisivi per il conteggio dei grandi elettori, le rilevazioni danno Trump in leggero vantaggio su praticamente tutti i possibili candidati avversari.

Gli americani sono stanchi della guerra

I sondaggi lo confermano anno dopo anno: gli elettori, per quanto patriottici, continuano a essere contrari all’imperialismo americano vecchio stile, fatto di bombardamenti umanitari che durano decenni e tentativi maldestri di regime chance che si concludono con la destabilizzazione di intere aree geopolitiche. Trump sa che dietro la sua controversa – e per molti versi tragica – decisione di ritirarsi dalla Siria c’è un Paese stanco delle missioni all’estero, e lui è pronto a dargli ciò che vogliono: un approccio più realista alle contese globali. Isolazionista, se necessario. Tranne, ovviamente, quando si tratta di regimi dichiaramente socialisti nelle Americhe, come Cuba o il Venezuela.

L’Europa è nella bufera

Destabilizzare l’Unione a 28 per strappare gli accordi commerciali e politici più favorevoli a Washington è apparso fin qui uno degli obiettivi della presidenza Trump, che non ha mai fatto mistero del suo tifo per la Brexit (anche in versione hard) e per i leader politici più anti-Bruxelles del continente: da Nigel Farage a Victor Orban. Il guaio, per gli europeisti, è che perduta la Gran Bretagna l’asse politico-economico attorno al quale verte l’Ue – vale a dire il duo Francia-Germania – è più instabile che mai: Macron è assediato dalle tute gialle da oltre un anno, e nonostante i suoi tentativi di portare avanti una riforma dell’entità sovranazionale, continua a restare profondamente antipatico ai francesi. Merkel è a fine ciclo, criticata un po’ ovunque per la politica mercantilista del suo Paese e incalzata dalla crescente popolarità dell’estrema destra. Per Donald Trump il primo è l’emblema di un politicamente corretto tecnocratico da abbattere, mentre la seconda è un simbolo di doppiezza commerciale (vedi anche le risorse energetiche acquistate dai russi). Con l’Italia che ondeggia tra fedeltà all’Europa e prospettive di un ritorno salviniano coi fiocchi, questo blocco geopolitico non sembra certo poter rappresentare un’alternativa solida al fragore trumpiano.

Trump sta diventando sempre più popolare

Nello stesso giorno in cui la Camera votava “sì” all’avvio della procedura di impeachment, un sondaggio pubblicato da Gallup attestava una popolarità record per il presidente. Si tratta di numeri comunque non entusiasmanti: appena il 45%, ma comunque una crescita di sei punti dallo scorso autunno ad oggi. Nello stesso tempo, Cnbc registrava come fosse tracollato – dal 50% al 40% – il numero degli americani che disapprova l’operato di Trump. Certo, è un rafforzamento dovuto soprattutto alla stretta intorno a lui degli elettori repubblicani: praticamente 9 elettori repubblicani su 10 sostengono il leader supremo nella crociata contro il politicamente corretto e il multiculturalismo. In un paese sempre più polarizzato, appena l’8% dei democratici ha invece un giudizio positivo sul presidente.

 

Tutte buone notizie? Niente affatto. Le divisioni tra Repubblicani e Democratici sono più lancinanti che mai, trasformandosi in baratri per quanto riguarda la questione immigrazione, la legalizzazione delle droghe, l’aborto e la cittadinanza. Gli effetti della guerra commerciale con la Cina non sembrano affatto entusiasmanti per l’economia, con un manifatturiero che non ne vuole sapere di risorgere e alcuni esperti che parlano di una possibile escalation militare (da fredda la nuova guerra potrebbe diventare caldissima). Senza contare poi l’ipotesi nuova recessione mondiale.

Ma se gli elettori giudicheranno Donald Trump come una promessa di caos rivelatasi un’amministrazione pragmatica dell’Impero, allora lui potrà guardare al 2020 con particolare fiducia, e il suo ciclo epocale sarà completato.