La formazione ai tempi del Covid-19: cosa cambierà nel prossimo futuro?

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Intervista a Teresa del Torto, Responsabile Formazione e Community di Camplus di Pasquale Sasso

Dopo mesi di lock-down totale, quando il mondo si è fermato e molte cose sono cambiate, gli italiani si stanno esercitando in prove tecniche di ripartenza, provando a riprendere in mano la propria vita e le proprie abitudini.  In questi mesi di lock-down gli italiani hanno “costruito”, a volte anche solo digitalmente, comunità allargate che non aspettano altro di essere vissute. Mentre gli italiani danno prova di estrema voglia di tornare a vivere, il loro Governo non sembra essere in grado di dare delle risposte concrete sui tempi della ripresa e sull’efficacia delle azioni previste nei tanti decreti; un tema su tutti la scuola e l’università.  Quando si parla di comunità, infatti, non si può non parlare dei suoi templi sacri: scuola e università. Come hanno vissuto i giovani questo “esperimento sociale” di isolamento forzato? Cosa è cambiato nel modo di fare formazione? Cosa cambierà nel mondo della scuola e dell’università? In attesa di conoscere la posizione ufficiale del Governo sul tema, abbiamo cercato di rispondere a queste domande intervistando Teresa del Torto, Responsabile Formazione e Community di Camplus, azienda leader in Italia e nel mondo nel settore dello student housing.

Il lock-down totale ha necessariamente colpito anche il mondo della formazione che, però, ha scoperto le potenzialità dell’e-learning; passata l’emergenza sanitaria, quali saranno le sfide che attendono questo settore?

L’emergenza sanitaria provocata dalla pandemia Covid-19 ha costretto il mondo della formazione a muoversi verso l’erogazione di soli corsi online, in tutte gli ambiti e in tutte le discipline.

Chiaramente, c’è chi era meglio preparato a rispondere a questa sfida e chi ha dovuto sperimentare per la prima volta nuovi metodi legati alla didattica a distanza. Farlo in modo efficace, però, non è solamente questione di tecnologia e di piattaforme, ma di riprogettazione dell’approccio formativo e degli obiettivi e orientamenti pedagogici. La sfida più grande non riguarda semplicemente il cambiamento della tecnica didattica, ma la sua efficacia e valutazione.

Poter rafforzare questi aspetti, in questi mesi, scoprendone tutto il potenziale, è stata sicuramente una grande occasione per non fermarsi, dare spazio all’innovazione e far emergere ciò che della formazione ci sta davvero a cuore.

L’esperienza che Camplus oggi può raccontare, essendo una rete diramata sul territorio nazionale – dunque, in parte, già abituata ad avvalersi di strumenti on-line per la formazione e il networking – è il grande lavoro svolto per la creazione della piattaforma “Camplus Educational”. Il portale era già nato diversi mesi prima della pandemia, come “biblioteca multimediale”, per poi essere significativamente potenziato una volta giunti in piena emergenza.

Oggi Camplus Educational ci permette di raggiungere i nostri studenti ovunque siano e di rispondere a tutte le loro esigenze formative, dai corsi tecnici (lezioni di Pyton e Latex, studio dei casi clinici o corsi sulla mediazione civile in ambito giuridico…) a quelli incentrati sulle loro passioni (imparare a fare il pane in casa o scoprire la grandezza dell’opera lirica). La piattaforma è stata anche un prezioso veicolo per diffondere informazioni sul Covid-19 e le sue ripercussioni, osservandolo dal punto di vista medico, economico, giuridico e dell’informazione.

Ciò che, tuttavia, affiora prepotentemente anche in questa difficoltosa circostanza è che, affinché la formazione possa rispondere a un bisogno di crescita e maturazione della persona, la partita è comunque da giocarsi in un luogo chiamato “relazione”.

Fare l’università o fare scuola, non coincidono con la didattica a distanza; al tempo stesso, il “fare formazione” non coincide con la mera erogazione di contenuti ma con qualcosa che accade. L’università, la scuola e la formazione necessitano di un luogo di rapporti e di appuntamenti. Non c’è apprendimento senza rapporto. Se il contenuto che apprendiamo non può giocarsi in un rapporto con il reale, con qualcuno o qualcosa che me lo chiede, non si impara.  Oggi il lockdown ha esaltato la necessità di riscoprire quanto sia profondo il bisogno di conoscere, di comprendere, di realizzare un percorso; ma questo desiderio può emergere solo se qualcuno o qualcosa contribuisce nel sollecitarlo.

La grande sfida che ci attende in futuro è rimettere a fuoco alcune domande fondamentali: rispetto a cosa vogliamo formare ed essere formati? Ci basta il “sapere” o desideriamo i tre livelli della formazione (il sapere, il saper fare e il saper essere)? La didattica a distanza è sufficiente? Come l’e-learning può essere strumento di innovazione a servizio dell’apprendimento: stimolando la creatività̀, supportando le nuove dinamiche di interazione, favorendo il confronto e il lavoro collaborativo tra i discenti, rendendo efficace la modalità blended (la combinazione tra sessioni in classe e approfondimenti digitali)? Come sarà possibile valutare tutto questo?

 

L’emergenza Covid19 ha forzatamente isolato le persone e in particolare i giovani che, più di tutti, risentono negativamente dell’impossibilità di “costruire” comunità. Quanto è importante per i ragazzi mantenere questo aspetto? Quali rischi intravede nell’individualismo che la situazione di questi mesi ha generato?

Oggi parte dei giovani universitari presenti in Camplus ha deciso di restare presso le nostre residenze nel periodo di lockdown proprio per non rinunciare al senso di comunità, a quei rapporti significativi che normalmente costituiscono la loro vita quotidiana ma, soprattutto, quella universitaria. Parte di coloro che sono andati via, avrebbero per questo voluto tornare.

Chi è rimasto in Camplus, ha potuto creare un “microcosmo” in cui trovare sostegno nelle difficoltà. Il rischio che questa pandemia ha in alcuni casi rafforzato il senso di isolamento che esisteva anche prima del Covid-19, un problema che investe soprattutto le nuove generazioni. Vivere il virtuale e la community on-line ci illude di avere tanti amici, collezionandoli come figurine, osservando le loro vite dalla finestra; cerchiamo di generare attenzione attraverso le foto di ciò che mangiamo o stiamo facendo in quel preciso istante, rilevante o meno che sia. Ma sono i legami reali quelli che davvero generano comunità e favoriscono la possibilità di scoprire quanto la vita possa svelarsi avvincente e interessante, anche nelle difficoltà e nonostante tutti i compromessi e le negoziazioni che un rapporto richiede. La lontananza può essere in parte colmata dai numerosi strumenti digitali a nostra disposizione offrendoci incredibili opportunità, ma guardare su uno schermo, seppur in diretta, lo sbocciare del Giglio dell’Amazzonia, non sarà mai come sentirne il profumo.

 

Siamo stati alle prese con una sorta di “esperimento sociale” e lo stare in casa ha accelerato l’affermazione del ruolo della tecnologia come elemento mediatore nei rapporti con l’esterno. Come cambierà il mondo del lavoro nel prossimo futuro? Quali saranno le professionalità più richieste? Le Università italiane sono pronte a soddisfare la richiesta di queste nuove professionalità?

L’”esperimento sociale” che ci siamo trovati a vivere è stato una sorta di assolutizzazione del ruolo della tecnologia come elemento mediatore dei rapporti con l’esterno, cosa che, in termini seppur non assoluti, avveniva ormai già da tempo.

Posso chiacchierare guardando negli occhi la mia amica Adele che è a Chicago godendo del suo nuovo taglio di capelli; posso lavorare quotidianamente con il mio collega che è a Bologna; posso leggere un libro senza nemmeno andare in libreria: posso fare un colloquio di lavoro con una azienda di Dublino ed essere selezionata senza mai esserci andata prima. Ma per l’ambito della formazione, restano i dubbi che ho espresso prima: capire fino a dove può spingersi l’uso della tecnologia per continuare a garantire la crescita della persona.

Il virus ha coinvolto oggi 183 Paesi nel mondo mettendo in ginocchio le loro economie e portando a ingenti perdite di capitali ma, soprattutto, di vite umane.

Il lavoro a distanza è cresciuto del 90% grazie all’uso delle tecnologie e all’adattamento di alcuni contesti professionali al “lavoro da casa”, affievolendo le pesanti ricadute sul tasso di disoccupazione.

Per quanto riguarda le professioni, questa emergenza ha dato una grande spinta, ovviamente ai lavori legati al mondo sanitario, ma anche ad altri settori: trasporti, logistica, e-commerce e piattaforme web in genere. Continuano, però, ad essere tra le più ricercate, le professioni con skill legate all’analisi e all’interpretazione di dati e processi digitali: data specialist, digital marketing e SEO expert, e-commerce specialist, esperti di comunicazione (soprattutto per la gestione della crisi) e IT developer. Essi sono chiamati a favorire l’ormai prorompente necessità di una riconversione, non solo di prodotto ma anche di processo. Ma è proprio questo bisogno che a breve porterà alla nascita di nuovi ruoli che potrebbero ridisegnare i trend professionali più ricercati nel prossimo futuro.

Abbiamo certamente avuto un rapido slancio in avanti, accelerando i tempi di un’innovazione che stava già pian piano cambiando le nostre esperienze, sia come abitudini che come logiche dei servizi, privilegiando l’on-line nella comunicazione e negli acquisti, grazie all’accesso a servizi sempre più innovativi di take away e delivery.

Tutto questo inciderà su molti ambiti, come quello medico, dove osserveremo la creazione di nuove app e dispositivi per le diagnosi e la gestione personalizzata di alcune malattie; oppure quello legato al benessere personale, con wearablet per tenere sotto controllo i nostri parametri fisiologici e migliorare la qualità degli ambienti in cui viviamo, per esempio tramite cardiofrequenzimetri e depuratori d’aria.

Non torneremo più indietro. Le nostre esperienze saranno comunque modificate anche nel futuro, ma la novità più sorprendente sarà la riscoperta di come la vita ci chiami costantemente a svelare qualcosa di nuovo su noi stessi, non nell’isolamento, nella disinfezione o nella facilitazione tecnologica, ma nell’apprendere, nel produrre o generare qualcosa di nuovo se si è dentro la vita e nel mondo. Solo così potremo scoprire cosa ci soddisfa davvero nello studio, nel lavoro, nel tempo trascorso con le persone a cui vogliamo bene.