La rivoluzione “morbida” di Cecilia Laschi, la scienziata-imprenditrice che sta creando una nuova generazione di robot

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La scienziata Cecilia Laschi, ai vertici della robotica mondiale, ha portato la ‘morbidezza’ nella roccaforte della rigidità. Partendo dall’osservazione del mondo animale, e in particolare dei movimenti del polpo, ha creato la prima generazione di robot morbidi e flessibili mettendo a segno un primato nel campo della soft robotics. Ha inventato Octopus, il robot che riproduce i movimenti di un polpo reale: grazie a otto braccia può camminare lungo i fondali raccogliendo oggetti. Octopus venne congegnato nei laboratori dell’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa dove Laschi è stata professore ordinario di Bioingegneria Industriale fino a settembre. Dallo scorso novembre ha infatti una cattedra alla National University of Singapore, tra le venti migliori università del mondo.

Cecilia Laschi è graditissima ospite della serie “Fattore R. Riscrivere per Rinascere”. Cosa va riscritto nella robotica italiana? Lo spiega in questo video.

Laschi è una scienziata-imprenditrice, generatrice di spin-off tra cui RoboTech srl (ora ne è uscita) co-fondata con Nicola Canelli alla Scuola Superiore Sant’Anna. “È cosa comune oggi nelle università trasformare i risultati in prodotti che poi vanno sul mercato”, osserva. Fu il caso di I-Droid01, un piccolo robot umanoide realizzato anni fa con la De Agostini. “L’intento era educativo, andava ricostruito pezzo dopo pezzo, usciva infatti in fascicoli. Ebbe successo, vennero venduti più di 100mila I-Droid01 in nove Paesi compreso il Giappone”, spiega. In Robotech sono nati robot per lo spazzamento automatico, come DustClean, e HydroNet, il robot per il monitoraggio delle acque sperimentato durante le fasi di recupero del relitto della nave Concordia.

Qual è la situazione delle spin-off accademiche a Singapore?

Non trovi colleghi che non abbiano fondato spin off anche perché aldilà degli investimenti, che magari trovi anche in Italia, qui c’è l’accesso al mercato. Un collega italiano mi spiegava che i suoi robot per la riabilitazione subito sono stati ordinati da una serie di centri fisioterapici. Abbiamo la Cina alle porte, e se vendi in Cina è fatta. Perché è bene curare il trasferimento tecnologico connettendo ricerca e industria, ma il nodo è il mercato: se c’è, il prodotto va.

Come sta Octopus?

Lo sto resuscitando. Ho  ripreso un argomento sul braccio del polpo, segmento che all’epoca non era stato sviluppato in modo completo. Con il polpo abbiamo rivoluzionato la locomozione marina, nel senso che già avevamo robot in grado di raggiungere gli abissi però essendo veicoli con eliche non erano capaci di operare sui fondali e quindi di svolgere certi compiti. Una simile piccola rivoluzione è necessaria anche nella manipolazione sottomarina. Pensiamo al disastro del pozzo petrolifero nel Golfo del Messico: fu grazie a un robot che vennero chiuse le valvole ma ci vollero giorni. Con i robot morbidi invece si riescono a ottenere movimenti più efficienti che riducono la resistenza opposta dall’acqua.

E così, la seconda parte di questa rivoluzione sarà Made in Singapore.

Solo in parte perché è condivisa con un collega italiano che si occupa di fluidodinamica. Con i numeri dobbiamo convincere dell’efficacia dei movimenti del polpo in robotica.

C’è un fatto in tutto questo. Le potenzialità del polpo in questi anni sono rimaste silenti. Peccato.

L’Europa finanziò questa nostra ricerca tra l’altro visionaria per l’epoca. Il passo successivo doveva però essere sostenuto dal nostro Paese che a differenza di altri Stati europei non prevede finanziamenti adeguati. E così il polpo è rimasto nel limbo, con grande dispiacere sapendo che è ancora un mondo da esplorare.

E così, lei ha fatto le valigie.

Alla Scuola Sant’Anna mi trovavo molto bene, amo l’Italia. Però mi piace anche uscire dalla “zona di conforto” e rimettermi in gioco. Poi sì, un po’ di sprechi di idee e potenzialità li ho visti sia a livello nazionale sia europeo.

Andiamo per ordine. Partiamo dall’Italia

L’Italia vive un paradosso enorme. Le nostre aule saranno pure brutte e capita che manchino le lavagne digitali, ma la formazione universitaria è ottima e si vede quando mandiamo all’estero i nostri ragazzi. Si fa un forte investimento sull’istruzione dei ragazzi, ma manca l’investimento sulla parte successiva, cioè quella che potrebbe dare frutti. Prendiamo l’esempio dei nostri dottorati, finanziati con borse di studio che non saranno elevate ma ci sono. In aggiunta a questi, finanziamo fra i tre e i sei mesi di esperienza negli atenei esteri. E chi mandiamo? I nostri migliori studenti, ben formati e magari con le idee maturate nei laboratori di origine. Ovviamente all’estero accettano un capitale umano di questa levatura tra l’altro gratuito, anzi poi se lo tengono ben stretto. Del resto, ai nostri migliori non offriamo molte posizioni accademiche e di ricerca, perché appunto mancano gli investimenti in ricerca, per cui i ragazzi giustamente raccolgono altre offerte. E così investiamo senza raccogliere i risultati.

Perché non è chiaro che la ricerca porta economia.

Da noi si continua a pensare che la ricerca è solo una spesa senza capire che è il vero investimento per un paese.

Cosa non va, invece, a livello europeo?

Lo spreco delle idee. Aderire a bandi di ricerca europei chiede la stesura di documenti che sono tomi di enciclopedia, proposte che chiedono mesi di lavoro interdisciplinare. Un lavoro ingente per il team che chiede i finanziamenti ma anche per quello che valuta. Rispetto al budget in gioco, lo sforzo è sproporzionato con l’esito che i ricercatori europei passano la maggior parte del tempo a scrivere proposte poi non finanziate. Il processo di revisione ha un approccio quasi punitivo.

A Singapore invece come funzionano queste operazioni?

Anzitutto vi sono più call nel corso dell’anno per cui se ne perdi una, sai per certo che presto ci sarà un’altra occasione. Poi vengono finanziate da vari enti, ministeri, università ma anche da tanti privati. Per presentare un progetto bastano documenti di cinque massimo dieci pagine, poi c’è una prima parte esplorativa con un riscontro immediato per capire cosa rettificare, quindi la parte conclusiva. Un percorso condiviso insomma, per arrivare a buoni progetti, nell’interesse di tutti. Certo, va detto che qui chiedono progetti principalmente applicativi e tutti incentrati su Singapore.

L’Italia continua a spiccare nella robotica?

Assolutamente sì. Trovi i robotici italiani in tutti i consessi internazionali. Alle conferenze internazionali di robotica gli Italiani sono molto presenti e autorevoli. Nell’immaginario comune si pensa che siamo il solito fanalino di coda. Invece non solo non è vero, ma siamo anche in una posizione competitiva.

Da cosa trae stimolo questa eccellenza?

Dalla forte tradizione meccanica a sua volta stimolata dall’industria automobilistica. Bene la ricerca ma anche l’industria che ci vede da sempre fra i numeri uno assieme a paesi come Germania e Giappone.  Dovremmo semmai investire di più in questo settore.

Ci convinca…

Non ha senso inseguire i temi alla moda, investire nel digitale per esempio. Lì non riusciremo mai ad essere altamente competitivi, non possiamo fare una seconda Apple. Nella robotica invece la partita è ancora aperta.

Cosa fare per premere ancora di più sull’acceleratore della nostra robotica?

Abbiamo capacità e competenze, però non c’è la volontà politica di investire. Una volontà politica legata anche all’opinione pubblica. Di fatto, da noi la robotica è poco accettata. Qui a Singapore ho dovuto modificare le mie presentazioni perché ero abituata a dover sempre giustificare e difendere la necessità di alcune innovazioni. Viceversa qui aspettano con ansia i robot che facciano i lavori più faticosi e umili. Da noi c’è un paradosso, cediamo i lavori più intellettuali alle macchine e ci teniamo quelli umili. I lavori nuovi sarebbero la consegna di cibi comprati con app? Perché non rovesciare il processo e fare in modo che siano dei robot a fare il lavoro di consegna affidando a una persona piena di empatia la ricezione del mio ordine?

Pur in un clima di ritrosia, nel 2019 avete fondato I-RIM (Laschi ne è vicepresidente), l’Istituto nazionale per la robotica e le macchine intelligenti.

Si fa leva sulla forza della industria manifatturiera italiana e sull’eccellenza della nostra ricerca nella robotica e nelle macchine intelligenti per affiancarsi e fare sinergia con le organizzazioni delle ICT e raggiungere i comuni obiettivi di progresso sociale ed economico dell’intera società.