L’ordine della Cina a Jack Ma: “Via i prestiti dalla app di Alipay”. E Pechino punta ai dati di un miliardo di utenti

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(foto Michael Loccisano/Getty Images)
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È l’ultimo atto della lotta tra il governo cinese e Jack Ma. Secondo il Financial Times, Pechino pretende la scissione di Alipay – la app di pagamenti di Ant Group, braccio finanziario di Alibaba – e la creazione di un’applicazione separata per le sue attività di prestito. Con l’obiettivo di prendere il controllo dei dati di oltre un miliardo di utenti.

Al momento, Alipay è una sorta di super app che integra vari servizi finanziari. Tra questi ci sono Jiebei, che eroga piccoli prestiti non garantiti, e Huabei, che permette a chi non ha una carta di credito di fare acquisti e ripagare la somma entro 12 mesi. Jiebei e Huabei saranno adesso dirottati verso la nuova app. E i dati finiranno a una joint venture tra Ma e società pubbliche cinesi.

La super app di Jack Ma

Come scrive il South China morning post (di proprietà di Alibaba group holding), “la super app di Ant ha acquisito una posizione di supremazia tale da spingere la Banca popolare cinese a sviluppare la sua moneta digitale, l’e-yuan, già nel 2014, allo scopo di contrastarla”. Ciò nonostante, Alipay condivide tuttora il dominio del mercato con WeChat pay, di proprietà di Tencent: le due app sono utilizzate per il 90% dei pagamenti da dispositivi mobili tramite terze parti in Cina.

Nei primi sei mesi del 2021, l’unità CreditTech di Ant, che include Huabei e Jiebei, è stata per la prima volta la principale voce delle entrate di Alipay (39%). Proprio “l’enorme crescita” dell’attività di prestiti, scrive il Financial Times, era “in parte responsabile dell’Ipo” prevista per il novembre 2020. “Le dimensioni dell’unità, che lo scorso anno ha contribuito a erogare circa un decimo dei prestiti al consumo del Paese, se si escludono i mutui, ha sorpreso e preoccupato i regolatori”. Forbes scrive che “la nuova mossa potrebbe porre pesanti limiti alla crescita” di Huabei e Jiebei.

Dall’Ipo sospesa allo spezzatino di Alipay

Nei documenti depositati per la quotazione in Borsa, Ant faceva sapere che Alipay aveva processato, fra il 1 luglio 2019 e il 30 giugno 2020, pagamenti per 118mila miliardi di Yuan, pari a 18.300 miliardi di dollari. E proprio con la sospensione dell’Ipo da 34,5 miliardi di dollari, a pochi giorni dallo sbarco simultaneo alle Borse di Hong Kong e Shanghai, era cominciata la battaglia tra Pechino e Jack Ma – e, in generale, tra Xi Jinping e le grandi aziende tecnologiche cinesi -.

In aprile, la Banca popolare cinese scriveva che “un piano di ristrutturazione onnicomprensivo e praticabile” dovrebbe includere la rottura dei legami “impropri” tra il servizio di pagamenti Alipay e i prestiti. Nello stesso mese, la Cina avevano inflitto ad Alibaba una multa da 18,2 miliardi di yuan (circa 2,8 miliardi di dollari) per avere abusato della sua posizione dominante sul mercato.

Il potere dei dati

Secondo una fonte vicina ai regolatori cinesi, citata dal Ft, “il governo ritiene che il potere monopolistico delle grandi aziende tecnologiche derivi dal loro controllo dei dati. Le autorità vogliono porre fine a questo fenomeno”.

L’obiettivo di Pechino sarebbe dunque quello di impossessarsi dei dati acquisiti da Alipay e di controllare l’erogazione del credito. Già in estate, si legge nell’articolo, “la Banca popolare cinese aveva avvisato le aziende del settore che le decisioni in fatto di prestiti dovranno essere prese sulla base dei dati in possesso di società di valutazione del credito approvate dalle autorità, anziché su dati proprietari”. 

La nuova joint venture, secondo il Ft, “chiederà una licenza per la valutazione del merito del credito”, da tempo desiderata e mai ottenuta da Ant. In futuro, gli utenti di Alipay vedranno così le loro richieste di prestito inoltrate alla nuova società a partecipazione pubblica, e solo in seguito, se otterranno il via libera, all’app di Huabei e Jiebei per l’erogazione. Al momento, l’intero processo è invece integrato all’interno di Alipay, che afferma di poterlo gestire in pochi secondi.

Come sarà composta la nuova joint venture

Già il 1 settembre Reuters annunciava l’assetto della nuova joint venture. Ant avrà una quota del 35%, pari a quella di Zhejiang tourism group, società della provincia cinese di Zhejiangin cui ha sede Alibaba. Il restante 30% sarà suddiviso tra altri azionisti pubblici e privati.

Un ex funzionario della Banca popolare cinese ha dichiarata al Financial Times che, “data la fiducia reciproca tra Ant e Zhejiang, il gruppo di Ma avrà grande peso nel determinare come opererà la nuova joint venture. Questo nuovo equilibrio, però, assicura che Ant ascolterà il partito quando si tratterà di prendere decisioni critiche”.

Un’altra fonte, vicina invece ad Ant, ha affermato che Ma avrebbe mantenuto, per il momento, il controllo della nuova joint venture: “Che cosa ne sa Zhejiang tourism investment group sulla valutazione del credito? Niente”. I dirigenti di Ant, tuttavia, temono di perdere il controllo della joint venture in futuro.

L’effetto sulla Borsa

La notizia della scissione di Alipay ha provocato il crollo delle azioni di Alibaba, che ha perso il 4,2% a Hong Kong. Un calo che ha contribuito a quello dell’indice tecnologico Hang seng tech, in ribasso del 2,3%. La mossa di Pechino arriva peraltro, come scrive Repubblica, in una fase “già delicata”. Molti analisti temono “un autunno volatile dopo i molti record messi a segno dai listini” nei primi mesi del 2021. “Pesano la presenza delle varianti di Covid-19, che controbilanciano i progressi vaccinali”, e l’attesa riduzione degli stimoli straordinari. Un sondaggio di Deutsche Bank ha rilevato che la maggioranza degli investitori si attende “una correzione” del mercato tra il 5 e il 10% entro la fine dell’anno.

L’indice Hang seng tech ha registrato finora un -22% rispetto all’inizio del 2021. Alibaba ha fatto peggio, con un calo del 30%. Proprio nel nuovo accordo con il governo cinese, però, potrebbe risiedere la migliore occasione di ripresa per Jack Ma, che ha un patrimonio di 41,5 miliardi di dollari, ma è sceso dal primo al quarto posto nella classifica delle persone più ricche del Paese. Secondo Reuters, infatti, la svolta “allenterà la presa di Ant Group sul tesoro costituito dai dati di oltre un miliardo di utenti”, ma “potrebbe contribuire a resuscitare i suoi piani per un’Ipo”.