Articolo tratto dal numero di novembre 2024 di Forbes Small Giants. Abbonati!
A cura di Luca Brambilla, direttore dell’Accademia di Comunicazione Strategica
Con questo articolo termina il ciclo di interviste e riflessioni Relazioni e conflitti, che ha esplorato le migliori linee guida per favorire i passaggi generazionali con successo. È stato un viaggio sorprendente, attraverso le storie di chi ha vissuto in prima persona queste trasmissioni di valori, conoscenze e abilità.
In maniera ricorrente è emerso che i leader di domani dovranno affrontare sfide ben più complesse dei leader che li hanno preceduti. Ogni impresa opera all’interno di uno scenario globale, che moltiplica i competitor, le variabili da analizzare e in cui l’inarrestabile evoluzione tecnologica costringe a un continuo up-skilling e a una capacità di adattamento inedita.
Nel tentativo di facilitare i leader che operano in questo scenario vorrei concludere fornendo tre parole chiave, le colonne portanti sulle quali ciascuno può costruire la propria impresa.
La prima parola è ‘cultura’. È fondamentale che ciascun imprenditore conosca, apprezzi e valorizzi la storia che ha ricevuto in dote. Ossia il purpose, la ragione profonda per la quale la sua azienda esiste. È utile citare le parole dell’economista Peter Drucker, che asseriva che “la cultura si mangia la strategia a colazione”. Essere consapevoli dei propri valori risulta fondamentale anche per districarsi nella miriade di dati che la tecnologia offre, così numerosi e aleatori da impedirne una corretta analisi alla luce anche dei loro vorticosi mutamenti. I dati sono come infinite gocce che generano una marea inarrestabile che trascina al largo: solo se analizzati con un approccio culturale è possibile non perdere la rotta.
‘Comunicazione strategica’ è la seconda parola chiave, intesa come la disciplina che permette di costruire partnership durature e di prendere decisioni anti-bias.
Un monito a ricordare la necessità di collaborare per perseguire i propri obiettivi sono le parole di Papa Francesco: “Nessuno può salvarsi da solo”. Sempre il pontefice ha affermato che questa “non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento d’epoca”.
A mutare sono i paradigmi sui quali in ogni ambito si è finora fondata la società, compreso quello professionale, in cui lo smartworking ha stravolto logiche di lavoro consolidate. Non è certo un azzardo, poi, interpretare l’avvento dell’IA come fattore di prossima nuova radicale trasformazione di ruoli e competenze. Ecco, in questo cambiamento d’epoca è imprescindibile per le aziende la creazione di ecosistemi relazionali nei quali i migliori talenti siano messi nella condizione di apportare il proprio fondamentale contributo col supporto e sotto la guida di leader capaci di approccio culturale e capacità di indirizzo e sintesi.
L’ultima colonna è la sostenibilità, che per essere completa deve abbracciare i tre fattori riassunti dall’acronimo Esg: environmental (ambientale), social (sociale) e governance. Ciò significa che i leader sono chiamati a generare un reale valore a tutti i livelli: sul conto economico, sugli stakeholder, siano essi interni o esterni, e sull’intero ecosistema.
A questi tre ne aggiungerei un quarto, da me spesso proposto nei master One to One, cioè nei percorsi esclusivi riservati a chi guida le aziende: il coraggio.
Avere coraggio significa guardare al futuro non come una tela bianca ma come un quadro da dipingere con mille colori. Perché, prendendo in prestito le parole dello scrittore Chesterton, “la vita è la più grande delle avventure, ma solo l’avventuriero lo scopre”.