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5 gennaio 2026

Il petrolio venezuelano vale davvero la grande scommessa di Trump?

La Casa Bianca punta a sfruttare le immense riserve petrolifere del Venezuela. Ma gli ostacoli non mancano
Il petrolio venezuelano vale davvero la grande scommessa di Trump?

Tommaso Carboni
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Tommaso Carboni

Trump è un Putin che ce l’ha fatta. Nello spettacolare blitz (riuscito) in Venezuela c’entrano molto poco libertà e diritti umani. A Trump va benissimo lavorare con regimi autoritari, purché siano malleabili e accondiscendenti. Ha snobbato la leader democratica Maria Corina Machado, fresca di premio Nobel, la cui coalizione nel 2024 aveva vinto le elezioni poi rubate da Maduro. “È una donna gentile, a cui però manca l’autorità e l’influenza per governare”.

Molto meglio affidarsi ad altri esponenti dello stesso regime. La scommessa della Casa Bianca è che ciò che resta del chavismo cooperi di più con gli Stati Uniti. In prima linea c’è Delcy Rodriguez, ex vice di Maduro, nominata presidente dopo la cattura del dittatore (prelevato in pigiama mentre dormiva con la moglie). Poi due uomini forti, Vladimir Padrino Lopez, ministro della Difesa, e Diosdado Cabello, ministro degli Interni. Trump è stato chiaro: America First. Significa sicurezza (quindi stop alle infiltrazioni iraniane, cinesi, russe) e denaro.

“Abbiamo bisogno di un’apertura totale. Vogliamo accedere al loro petrolio e ad altre risorse del loro paese che ci consentano di ricostruirlo”, ha detto Trump. In queste frasi c’è anche il gusto della vendetta: diciotto anni fa Hugo Chavez nazionalizzò gli asset di grosse società americane, e gli Usa hanno chiesto nei tribunali risarcimenti per 60 miliardi di dollari. Ma oggi Trump vorrebbe prendere molto di più.

Il costo del petrolio venezuelano

Quanto vale davvero il petrolio venezuelano e quanto costa sfruttarlo pienamente? Decenni di corruzione, investimenti scarsi e da ultimo sanzioni hanno ridotto a brandelli il settore petrolifero. Oggi il paese sforna circa un milione di barili al giorno, due terzi in meno dal picco degli anni duemila. L’idea di molti è che la produzione possa essere ripristinata, con i giusti investimenti e una gestione capace, gonfiando le tasche americane. Il Venezuela siede su circa 300 miliardi di barili di petrolio, un quinto delle riserve mondiali. E si tratta, dicono gli esperti, di greggio pesante, proprio il tipo di petrolio di cui oggi le raffinerie Usa sono a corto.

Qui entriamo nel vivo della scommessa di Trump: e cioè che il regime collabori con lui, consentendo di rimuovere le sanzioni, e che le compagnie petrolifere si lancino su questo piatto potenzialmente molto ricco. Ma ecco gli ostacoli: Rystad Energy, una società di consulenza, stima che servirebbero 110 miliardi di dollari di investimenti solo in esplorazione e produzione per riportare l’output venezuelano ai livelli di 15 anni fa – scrive l’Economist. Il doppio di quanto tutte le major del petrolio americane messe insieme hanno investito nel mondo nel 2024.

L’altro grosso rischio è che l’industria venezuelana, anche con investimenti massicci, non riesca a stare al passo. Il gruppo statale, Pdvsa, è stato svuotato negli anni da un’enorme fuga di cervelli. Andrebbe ricostituito dalle fondamenta per essere un partner credibile. Il terzo problema è un mercato già oggi piuttosto saturo. Un aumento di offerta potrebbe spingere i prezzi attorno a 50 dollari al barile, rendendo poco competitivi molti giacimenti venezuelani.

Lo scenario più ottimistico? Secondo Kpler una crescita della produzione a 1,7-1,8 milioni di barili al giorno entro il 2028. Gli Usa si avvantaggerebbero, ma senza grossi miracoli. Tornerebbero a importare forse 500mila barili, cioè quanto compravano dal Venezuela una quindicina d’anni fa. Nel frattempo le raffinerie cinesi indipendenti, le cosiddette “teapot”, potrebbero essere escluse dal mercato, mentre Cuba si rivolgerà di più alla Russia. Crescite più radicali della produzione – tornare a 3 milioni di barili al giorno – richiederebbero molti più anni, secondo un’analisi di Rystad Energy: ben oltre i tempi dell’amministrazione Trump.

Si capisce quindi che la cattura di Maduro non è solo un calcolo geopolitico. C’è anche la pressione della politica interna. Trump resta poco amato dagli americani, e quest’anno ci sono le elezioni di metà mandato. Umiliare un dittatore “comunista” è un colpo notevole di campagna elettorale.

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