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8 gennaio 2026

Crisi climatica e Pil a rischio: perché l’Europa sta perdendo la partita del Green Deal

Eventi estremi, salute e finanza rivelano il costo dell’inazione. Senza strategia comune e investimenti, il continente rischia declino
Crisi climatica e Pil a rischio: perché l’Europa sta perdendo la partita del Green Deal

Alberto Bruschini
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Alberto Bruschini

Secondo uno studio della Bce, basato sui danni provocati dalle catastrofi naturali dell’estate 2025, si stima che nei prossimi cinque anni gli eventi climatici estremi (caldo estremo, siccità, incendi, inondazioni) potrebbero causare, entro il 2030 e in assenza di interventi a tutela del clima e dell’ambiente, una perdita del Pil dei paesi dell’Eurozona fino al 5%.

La soglia degli 1,5 gradi è superata: il clima accelera mentre l’azione globale rallenta

Gli effetti dei disastri naturali sono evidenziati anche nel rapporto del Copernicus Climate Change Service (C3S), pubblicato nei primi giorni di dicembre 2025. Il rapporto rileva che, per la prima volta, l’aumento medio delle temperature globali su base triennale supererà la soglia di 1,5 gradi. Un andamento che farà dell’anno appena trascorso il secondo più caldo mai registrato, alla pari con il 2023.

Ci si dimentica, come ricorda il responsabile strategico per il clima di Copernicus, che “l’unico modo per mitigare il fenomeno è ridurre rapidamente le emissioni di gas serra”. Ciò significa abbandonare i combustibili fossili – petrolio, gas e carbone – che rappresentano i principali responsabili del problema. Il riscaldamento globale della Terra è infatti la principale causa dei disastri naturali. E mentre le Conferenze dell’Onu sul clima falliscono e l’azione contro il riscaldamento globale arretra, il cambiamento climatico accelera inesorabilmente.

Qualità dell’aria, costi umani ed economici: perché la crisi climatica pesa su salute e competitività

Il deterioramento delle condizioni climatiche si riflette anche nel peggioramento della qualità dell’aria che respiriamo, la quale, pur essendo molto migliorata negli ultimi decenni, non è ancora in grado di evitare le decine di migliaia di morti causate dall’inquinamento atmosferico. Secondo i dati aggiornati al 2023 dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (Eea), le polveri sottili PM2,5 – l’inquinante più pericoloso – mietono 182.399 vittime nell’Unione Europea, cui si aggiungono quelle attribuibili all’ozono atmosferico (O₃), pari a 62.676, e al biossido di azoto (NO₂), pari a 34.179.

I disastri naturali, oltre alla drammatica perdita di vite umane, comportano anche una rilevante perdita economica, sia in termini di costi diretti – distruzione di raccolti, bestiame, strade, ponti, fabbriche e abitazioni – sia di costi indiretti, legati alla mancata produzione agricola e industriale fino alla ricostruzione dell’ambiente devastato dalla calamità.

Investire sulla vulnerabilità climatica, e conseguentemente sulla riduzione dell’inquinamento atmosferico, significa investire sulla nostra resilienza e competitività. Le politiche volte a migliorare l’ambiente in cui si vive generano benefici che superano di gran lunga i costi sostenuti.

Clima e finanza: perché banche centrali e grandi istituti non possono più ignorare il rischio

Alla luce di questo scenario, il vicepresidente del Comitato esecutivo della Bce, l’olandese Frank Elderson, responsabile della vigilanza bancaria, è intervenuto così: “È inevitabile che i rischi correlati al clima e quelli naturali aumentino, e ignorarli non li farà sparire né li renderà meno dannosi per la politica monetaria e la vigilanza bancaria”. Inoltre ha ribadito che “la Bce, nella gestione della politica monetaria e bancaria, continuerà a considerare il peso del crescente aumento di tali eventi, resistendo a qualsiasi cambiamento di venti o di correnti”.

Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, il quale, in una lunga intervista pubblicata dal Sole 24 Ore il 27 novembre 2025, afferma che “mentre il green sembra essere meno di moda, noi di Intesa Sanpaolo continuiamo a essere convinti che la sostenibilità ambientale e l’inclusione rappresentino valori assoluti”.

È singolare ascoltare simili considerazioni da parte di importanti banchieri, preoccupati delle ricadute negative di tali fenomeni sull’economia e, in definitiva, sulle condizioni di vita delle persone, mentre la Commissione Europea, previa approvazione del Parlamento europeo, si affanna a modificare il regolamento sulle emissioni nocive delle auto, puntando a una riduzione del 90% entro il 2035 e aprendo al contempo la porta, per il restante 10%, ai motori ibridi e termici.

Auto, Green Deal e ripensamenti europei: tra pressioni geopolitiche e mancate lezioni strategiche

In sostanza, dalla metà del prossimo decennio – fatta salva la scontata approvazione degli Stati membri in seno al Consiglio dell’Ue – potranno essere immatricolati veicoli elettrici e, entro il limite del 10% delle emissioni, veicoli con estensione di autonomia e veicoli a motore termico.

Ci troviamo di fronte all’ennesimo ripensamento, se non a una vera e propria abiura, del Green Deal, dovuta da un lato agli allarmi lanciati dal settore automotive europeo, che ha trainato lo sviluppo economico e le esportazioni dal dopoguerra a oggi, minacciato dalla concorrenza dei veicoli elettrici cinesi prodotti a costi molto inferiori; dall’altro, alla forte pressione esercitata dagli Stati Uniti per il ribaltamento della visione sulla vulnerabilità climatica – ritenuta inesistente – sostenuta dal presidente Trump.

Colpisce, invece, che i massimi organismi europei non abbiano tratto insegnamento dalla sconfitta epocale sulle auto elettriche per avviare una riflessione sugli errori commessi nell’affrontare le sfide del Green Deal. Errori che, contrariamente a quanto sostengono i negazionisti, non sono riconducibili a un’impostazione ideologica sulla vulnerabilità del clima, bensì alla mancata valutazione degli effetti del cambiamento climatico all’interno di una visione di sviluppo economico e sociale fondata sulle grandi innovazioni tecnologiche in atto.

Green Deal e futuro dell’Europa: senza una strategia federale il rischio è l’irrilevanza globale

Il Green Deal, che investe la società europea in tutte le sue articolazioni economiche, sociali e civili, non poteva essere affrontato senza una strategia europea comune. Per non risultare perdenti, esso avrebbe dovuto rappresentare l’occasione per sciogliere i nodi strutturali dell’Unione Europea attraverso la costruzione di una Repubblica Federale Europea, senza la quale l’Europa non potrà più disporre di una strategia vincente nella competizione internazionale, di fronte ai profondi mutamenti indotti dall’incessante evoluzione dei processi innovativi in ogni ambito della vita economica e sociale.

La dicotomia di pensiero sulla vulnerabilità climatica, richiamata non a caso dalle posizioni di due autorevoli esponenti della politica monetaria e bancaria europea e posta a confronto con l’azione dei massimi organi dell’Ue, dice molto sullo stato di impotenza che sta progressivamente avvolgendo l’Europa, a causa della postura politica miope e nazionalista degli stessi Paesi fondatori. Se non si cambia rapidamente rotta, è lecito chiedersi quale sarà il destino della società europea di fronte alle applicazioni dell’Intelligenza Artificiale in tutte le pieghe della vita economica e sociale.

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