L’escalation militare spinge al rialzo il petrolio, ma il dollaro si rafforza. Mentre le Borse globali restano relativamente stabili
Secondo David Solomon, amministratore delegato di Goldman Sachs, gli operatori potrebbero impiegare ancora diverse settimane prima di assorbire pienamente le conseguenze economiche del conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti.
Nel suo intervento all’Australian Financial Review Business Summit di Sydney, Solomon ha osservato che la risposta dei mercati è stata finora “più benigna di quanto ci si potesse aspettare, data la portata della situazione”. La lettura del manager è prudente: l’impatto reale potrebbe emergere soltanto nel corso delle prossime settimane. “I mercati tendono a reagire in modo attenuato agli eventi geopolitici finché non si materializzano effetti diretti sulla crescita economica”, ha spiegato.
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I fatti chiave
- Le tensioni nello Stretto di Hormuz stanno spingendo al rialzo i prezzi del petrolio, con il Brent sopra gli 83 dollari e il Wti oltre i 76 dollari al barile.
- Nonostante l’escalation militare, Wall Street ha registrato perdite contenute, con l’S&P 500 in calo inferiore all’1% nell’ultima settimana.
- Le Borse europee hanno mostrato una certa resilienza, con Milano in rialzo di oltre l’1% e movimenti più moderati a Parigi e Francoforte.
- I mercati asiatici risultano più vulnerabili alle tensioni geopolitiche, con Tokyo in calo di oltre il 3% e forti ribassi a Seul.
- In un contesto di incertezza globale, gli investitori stanno privilegiando il dollaro rispetto all’oro come principale bene rifugio.
Il nodo energetico
Il primo canale di trasmissione della crisi resta quello energetico. Le tensioni nello Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi per il commercio mondiale di petrolio, alimentano il timore di un possibile shock sull’offerta globale.
Le quotazioni del greggio hanno già reagito con un rialzo significativo. Il Wti viaggia sopra i 76 dollari al barile, mentre il Brent supera gli 83 dollari, livelli che riflettono il rischio geopolitico legato alla sicurezza delle rotte marittime nel Golfo Persico.
Teheran sostiene di avere il “controllo totale” dello stretto, mentre Washington ha dichiarato che la Marina statunitense potrebbe scortare le petroliere se necessario. L’eventuale blocco dei flussi energetici rappresenterebbe uno scenario capace di alimentare una nuova pressione inflazionistica a livello globale.
Borse resilienti
Nonostante l’incertezza geopolitica, i mercati azionari occidentali hanno mostrato una certa capacità di tenuta. Negli Stati Uniti le perdite di Wall Street sono state relativamente contenute: l’S&P 500 ha ceduto meno dell’1% nell’ultima settimana.
In Europa, invece, i principali listini hanno provato a recuperare terreno: Milano è salita di oltre l’1%, mentre Parigi e Francoforte si sono mosse intorno al punto percentuale.
Il quadro appare più fragile in Asia. Il Nikkei di Tokyo ha visto un calo superiore al 3%, mentre Seul ha registrato una flessione a doppia cifra. In diversi mercati della regione gli investitori hanno ridotto l’esposizione agli asset più rischiosi, penalizzati dall’aumento dei prezzi energetici e dalla volatilità delle valute.
La corsa al dollaro
Un altro segnale rilevante riguarda i flussi verso gli asset rifugio. In questa fase gli investitori privilegiano il dollaro più dell’oro, un comportamento insolito nelle fasi di forte tensione geopolitica.
La valuta statunitense si rafforza nei confronti delle principali divise internazionali: il cambio euro-dollaro oscilla attorno a quota 1,16. L’oro invece si aggira intorno ai 5.180 dollari l’oncia con un rialzo di circa 1%.