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13 febbraio 2026

L'ascesa del manager “Vinciano”: perché il futuro del lavoro ha bisogno di una mentalità "alla Da Vinci"

Crescere in Italia non significa semplicemente studiare la storia; significa viverci dentro. La lezione più duratura della mia eredità è sempre stata la figura di Leonardo da Vinci
L'ascesa del manager “Vinciano”: perché il futuro del lavoro ha bisogno di una mentalità "alla Da Vinci"

Da Vinci Vitruvian from 1492

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di Fabio Moioli

Crescere in Italia non significa semplicemente studiare la storia; significa viverci dentro. I lasciti del Rinascimento sono intrecciati nell’architettura delle nostre strade e nella cadenza delle nostre conversazioni. Ma per me, la lezione più duratura della mia eredità è sempre stata la figura di Leonardo da Vinci.

Tendiamo a ricordare Leonardo come due persone distinte: l’artista che dipinse la Monna Lisa e lo scienziato che schizzò macchine volanti e cuori anatomicamente perfetti. Ma questa distinzione è un’invenzione moderna, ed è pericolosa. Per Leonardo, non esisteva una linea di confine dove finiva l’”arte” e iniziava la “scienza”. Studiava la fisica della luce per dipingere uno sguardo più profondo. Sezionava i muscoli umani per comprendere la meccanica di un sorriso. Il suo genio non risiedeva nel fatto di essere sia artista che ingegnere; risiedeva nel suo rifiuto di riconoscere la differenza tra le due discipline.

Oggi, leggendo il rapporto Future of Jobs del World Economic Forum, rimango colpito da quanto ci siamo allontanati da questa saggezza integrata. Il rapporto, e la conversazione globale che lo circonda, presenta una visione frammentata del potenziale umano. Ci viene detto che mentre l’intelligenza artificiale conquista le “hard skills” della logica e dell’analisi, gli esseri umani devono rifugiarsi nella sicurezza delle “soft skills” come l’empatia, la motivazione e l’autoconsapevolezza. Stiamo costruendo un futuro basato su una scelta binaria: essere la macchina, o essere l’umano emotivo che vi si oppone.

Ritengo però che questa separazione sia profondamente sbagliata, quanto meno in questa nuova era pervasa dall’intelligenza artificiale. L’era dello specialista sta tramontando: assisteremo presto alla nascita del manager “Vinciano”.

La fine delle “due culture”

Un errore che commettiamo spesso nella leadership moderna è presumere che l’intelligenza emotiva (EQ) e l’intelligenza artificiale (AI) siano forze opposte. Consideriamo l’EQ come l’antidoto alla freddezza della tecnologia. Ma nel prossimo decennio, questo pensiero a compartimenti stagni diventerà un limite.

Il manager “Vinciano” comprende che, in un mondo digitale, la tecnologia è il mezzo attraverso il quale viene veicolata l’empatia. Consideriamo un moderno responsabile del customer service: se possiede un’alta empatia ma manca di competenza tecnica, potrebbe consolare personalmente un cliente insoddisfatto, ma non riuscirà a implementare i sistemi basati su AI che potrebbero prevenire la frustrazione di altri diecimila. Al contrario, un leader tecnico senza una profonda intelligenza emotiva potrebbe ottimizzare un flusso di lavoro per la velocità, eliminando inavvertitamente quei punti di contatto umano che costruiscono la fedeltà al brand.

La vera competenza oggi risiede nella sintesi. Proprio come Da Vinci usò la scienza della geometria per perfezionare l’arte della prospettiva, il leader di oggi deve usare la scienza dei grandi modelli linguistici (LLM) per scalare l’arte della connessione umana. La barriera tra i due mondi è un’illusione.

Saper vedere: l’arte di conoscere il mondo

Leonardo aveva un motto: “saper vedere”. Credeva che la competenza suprema non fosse solo guardare il mondo, ma comprenderne i livelli profondi e interconnessi sotto la superficie.

Per il manager moderno, saper vedere è la capacità di guardare un problema aziendale complesso e sapere istintivamente quale strumento selezionare da un vasto kit ibrido. È una nuova forma di giudizio ad alta fedeltà. È la saggezza di dire: “Questa svolta strategica richiede la pura potenza computazionale di un agente IA per analizzare i dati”, riconoscendo simultaneamente: “Ma questo annuncio organizzativo richiede una riunione plenaria vulnerabile e non programmata per affrontare i timori delle persone”.

Questo processo di selezione è l’atto che definisce la leadership. Richiede una persona che rispetti l’algoritmo abbastanza da usarlo e rispetti lo spirito umano abbastanza da proteggerlo. Non si tratta di saper programmare; si tratta di saper orchestrare. Si tratta di vedere la propria organizzazione non come una fabbrica di lavoratori, ma come una bottega di artigiani, alcuni di silicio, altri di carbonio, che lavorano all’unisono.

Le persone restano il capolavoro

In definitiva, il manager “Vinciano” sa che, nonostante le sfolgoranti capacità dei nostri nuovi strumenti, il soggetto del nostro lavoro rimangono le persone. Il rapporto Future of Jobs identifica correttamente che la motivazione e l’influenza sociale sono fondamentali. Ma la prospettiva rinascimentale aggiunge un livello di sofisticazione: non ci limitiamo a guidare le persone; curiamo l’ambiente in cui esse prosperano.

Un leader con la mentalità di Da Vinci usa l’intelligenza artificiale per eliminare la fatica, i report ripetitivi, la pianificazione, l’inserimento dati, che soffoca la creatività umana. Considera la tecnologia non come un sostituto del proprio team, ma come una leva per restituire ai collaboratori lo status di artigiani. Rimuovendo i compiti “robotici” dalle scrivanie umane, non stiamo rendendo le persone obsolete. Al contrario, le stiamo liberando per svolgere il lavoro che richiede davvero un battito cardiaco: negoziazione, ragionamento etico, mentorship e concettualizzazione creativa.

Il futuro Vitruviano

Esiste un famoso disegno di Leonardo, l’Uomo Vitruviano, che mostra un uomo in due posizioni sovrapposte, iscritto in un quadrato e in un cerchio. È uno studio di proporzioni, ma è anche il simbolo dell’umanità al centro dell’universo, che fa da ponte tra il terreno (il quadrato) e il divino (il cerchio).

Questo è il progetto per il nostro futuro. Non dobbiamo scegliere tra essere guidati dai dati o essere incentrati sull’uomo. Possiamo essere entrambe le cose. Possiamo essere rigorosi nella logica e sconfinati nell’empatia.

Il futuro del lavoro non sarà di chi si nasconde dalla macchina, né di chi si arrende ad essa. Sarà vinto da chi avrà il coraggio di trattare l’IA come Da Vinci trattava il suo pennello: come uno strumento potente per esprimere una visione profondamente umana. La separazione è finita. È tempo di progettare il futuro con entrambe le mani.

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