
Giorgio Metta IIT
Contenuto tratto dal numero di febbraio 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
Supercomputer, intelligenza artificiale, robotica. La tecnologia propone e dispone nuovi scenari inimmaginabili fino a pochi anni fa. E il bello (computer quantistici?) deve ancora venire. Non serve più una sfera di cristallo: basta mettere in linea le informazioni con gli interlocutori giusti. Come il direttore scientifico dell’Istituto italiano di tecnologia di Genova, uno dei luoghi della robotica più prestigiosi al mondo. Giorgio Metta è un esperto internazionale di robotica cognitiva e intelligenza artificiale, lo scienziato che ha coordinato lo sviluppo del robot iCub all’Iit.
Proviamo a raccontare il futuro così. Arriva sul mercato il computer quantistico…
Quando il computer quantistico inizierà davvero a essere usato in modo stabile fuori dai laboratori, non assisteremo a una rivoluzione di massa paragonabile a quelle che abbiamo visto con il personal computer o con lo smartphone. Non lo troveremo sugli scaffali e non sostituirà il computer classico. Sarà, piuttosto, un nuovo strumento scientifico e industriale, destinato a convivere con le tecnologie esistenti e a intervenire solo in contesti molto specifici, là dove la complessità diventa ingestibile e dove gli algoritmi quantistici fanno la differenza. Le prime applicazioni saranno inevitabilmente mirate: simulazione molecolare, scoperta di nuovi materiali, chimica computazionale, ottimizzazione avanzata. Sono ambiti in cui il numero di variabili cresce in modo esponenziale e rende insufficienti anche i supercomputer tradizionali. In alcuni di questi casi, il computer quantistico permette di esplorare molto velocemente spazi di soluzioni che oggi siamo costretti a semplificare drasticamente. Chi inizierà prima a usarlo potrà costruire un vantaggio competitivo importante, ma a una condizione: avere competenze solide, modelli teorici maturi e problemi reali da risolvere. Il computer quantistico non è una scorciatoia tecnologica. È un moltiplicatore di capacità per chi sa già dove guardare e come integrare questo strumento in un ecosistema scientifico e industriale ben strutturato.
Con questi computer, che cosa ne sarà dell’intelligenza artificiale e delle sue capacità?
L’intelligenza artificiale che utilizziamo oggi si fonda essenzialmente su due risorse: grandi quantità di dati e una potenza di calcolo sempre crescente. Il computer quantistico introduce un terzo elemento, ma non in modo universale. Non rivoluzionerà tutta l’IA, bensì aprirà nuovi scenari per classi molto specifiche di problemi, in particolare quelli legati alla crittografia, alla simulazione e all’ottimizzazione. Non renderà l’IA ‘più intelligente’ nel senso umano del termine, e questo è un punto importante da chiarire. Potrà però ridurre in modo significativo le approssimazioni che oggi accettiamo per necessità computazionale. In altre parole, potrà aiutarci a costruire modelli più accurati e più aderenti alla realtà fisica dei sistemi che stiamo studiando dove oggi dobbiamo procedere per tentativi. Come spesso accade, il limite non sarà la macchina in sé, ma la nostra capacità di sviluppare nuovi algoritmi e nuovi modelli che integrino fisica e apprendimento automatico in modo coerente ed efficiente.
Computer quantistici + IA + Robot. Che cosa dobbiamo aspettarci?
Qui è importante evitare la tentazione della fantascienza. Probabilmente non avremo robot con un’autonomia decisionale paragonabile a quella umana, né macchine ‘coscienti’. Avremo robot progettati meglio. L’effetto combinato di queste tecnologie agirà soprattutto a monte, nella fase di progettazione: corpi più efficienti, materiali più adatti, controlli più stabili, interazioni più sicure con l’essere umano. Robot più affidabili, più accurati e più capaci di lavorare accanto alle persone in ambienti complessi. La trasformazione vera avviene prima della fabbrica, nel momento in cui oggi spendiamo tempo, risorse ed energia, andiamo per tentativi, sbagliando e correggendo. Migliorare gli strumenti di progettazione significa migliorare l’intero sistema produttivo. È in questa fase che l’industria europea, e quella italiana in particolare, può ancora giocare una partita importante, facendo leva su competenze ingegneristiche, qualità progettuale e integrazione tra ricerca e industria.
Incideranno sul destino del genere umano e del pianeta? Chi farà il direttore d’orchestra, il pubblico o il privato?
Queste tecnologie incideranno certamente sul nostro futuro, ma non in modo automatico, né deterministico. Possono aiutarci ad affrontare due grandi sfide del nostro tempo: la salute e la sostenibilità ambientale. Ma il loro impatto dipenderà in larga misura dalle scelte che facciamo oggi, soprattutto in termini di governance. Il punto non è scegliere tra pubblico e privato, ma riconoscere che alcune infrastrutture strategiche non nascono senza un investimento pubblico iniziale. Il mercato è molto efficiente nel breve periodo, ma fatica, almeno in Europa, a sostenere investimenti di lungo termine ad alto rischio scientifico. La nostra esperienza è che quando pubblico e privato lavorano insieme, ciascuno nel proprio ruolo, i risultati si vedono. È una sinergia da coltivare e alimentare con incentivi e visione prospettica.
Dobbiamo temere o agganciare la Cina?
La Cina non va né temuta, né imitata. Va compresa. Ha fatto una scelta chiara di investimento massiccio su tecnologie strategiche, integrando ricerca, industria e Stato. L’Europa ha un modello diverso, fondato su qualità scientifica, valori e regole. Ma deve decidere se vuole limitarsi a regolare le tecnologie o se vuole contribuire attivamente a costruirle. Regolare senza costruire significa dipendere, e spesso rendersene conto troppo tardi. La vera sfida dei prossimi anni non è solo tecnologica, ma strategica: decidere se vogliamo partecipare allo sviluppo delle tecnologie che useremo nei prossimi decenni o limitarci ad adottarle quando saranno già state decise altrove. Partecipare richiede investimenti adeguati, pianificazione e attrazione dei talenti.
IL PERSONAGGIO
Giorgio Metta è direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit), dove guida ricerche nel campo della robotica e dell’intelligenza artificiale. La sua specializzazione è nel campo dei sistemi bioispirati e della robotica umanoide, e in particolare nella progettazione di macchine in grado di imparare dall’esperienza. Laureato con lode in ingegneria elettronica nel 1994, ha conseguito un dottorato di ricerca all’Università di Genova nel 2000, per poi approdare l’anno successivo all’AI-Lab del Massachusetts Institute of Technology (Mit). Lì ha affinato le sue competenze e ha contribuito a sviluppare soluzioni all’avanguardia.
Prima di diventare direttore dell’Iit, è stato vice direttore scientifico dello stesso Istituto dal 2016 al 2019 e ha coordinato la partecipazione dell’Iit a due centri di competenza per l’industria 4.0 del ministero dello Sviluppo economico. Dal 2012 al 2019 è stato professore di robotica cognitiva part-time all’Università di Plymouth, nel Regno Unito. Con oltre 300 pubblicazioni scientifiche e una posizione di leadership in numerosi progetti di ricerca internazionali e industriali, ha svolto un ruolo chiave nella promozione della robotica in Europa. Gestisce i rapporti con gli enti finanziatori e le relazioni internazionali per conto dell’Iit ed è stato membro del consiglio di amministrazione di euRobotics, l’associazione di riferimento per la robotica europea.
Il suo lavoro ha anche influenzato le politiche pubbliche, come dimostra la sua partecipazione al forum G7 sull’intelligenza artificiale nel 2018 e il suo contributo all’Agenda strategica italiana sull’intelligenza artificiale. Tra i suoi lavori più significativi c’è il coordinamento per la progettazione e lo sviluppo del robot iCub, un umanoide destinato alla ricerca, progettato per aiutare a sviluppare e testare algoritmi di ‘embodied AI’. Oggi più di 50 di questi robot sono distribuiti in laboratori di ricerca tra Giappone, Cina, Singapore, Germania, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti.
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