Dalle Olimpiadi all’Expo, il designer veneziano firma eventi globali e racconta il valore umano dietro lo spettacolo e l’impresa italiana
Le Olimpiadi sono state 100% made in Italy, anche (per una volta) all’insegna del consenso generalizzato, senza polemiche e atteggiamenti autolesionistici. Anzi, una festa orgogliosamente tricolore che porta la firma di una star internazionale, per una volta profeta in patria: il veneziano Marco Balich, creative lead opening ceremony Milano Cortina 2026 con il suo Wonder Studio.
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Chi è Marco Balich? Ecco il palmares
Direttore creativo e produttore esecutivo di eventi istituzionali in tutto il mondo, con un palmares di 16 cerimonie olimpiche e 13 giochi regionali, oltre a diversi show di grande portata prodotti in tutto il mondo. L’esperienza olimpica di Marco, premiata con un Emmy Award nel 2006 e un Compasso d’Oro nel 2017, è iniziata con la consegna della bandiera a Salt Lake City 2002, seguita dalle cerimonie olimpiche di Torino 2006. Tra gli altri, ha preso parte alle cerimonie di chiusura dei Giochi Olimpici e Paralimpici di Sochi 2014, alle cerimonie olimpiche di Rio 2016 e alla cerimonia della Coppa del Mondo Fifa 2022 in Qatar.
Questi spettacoli sono stati trasmessi a un pubblico medio di 2,6 miliardi di persone. Ha ricoperto il ruolo di direttore artistico all’Expo di Milano del 2015, dove ha creato l’iconico Albero della Vita. Nel 2018, ha ideato il rivoluzionario format Superlive, Giudizio Universale, the Sistine Chapel Immersive Show, lo spettacolo più venduto in Italia quell’anno, in collaborazione con i Musei Vaticani. Nel 2013, insieme ai soci storici Gianmaria Serra e Simone Merico, ha fondato Balich Worldwide Shows, oggi Balich Wonder Studio, condividendo l’ambizione di inaugurare una nuova era nel settore dell’intrattenimento dal vivo, in cui le vere emozioni siano il motore della narrazione creativa.
L’ultima firma proprio su Milano Cortina 2026, che lo stesso Balich ci ha raccontato così.
Una cerimonia ‘analogica’. Per una volta il digitale non è stato protagonista. Nell’era dell’AI è un messaggio di cui abbiamo bisogno?
È stata una cerimonia che ha rimesso al centro l’essere umano. Volevamo lanciare un forte messaggio di connessione, dialogo e rispetto. L’uomo è l’unico vero artefice della pace e colui che può ristabilire una relazione armonica tra le persone, ma anche tra se stesso e la natura. La tecnologia è uno strumento straordinario, che utilizziamo sempre nelle sue migliori espressioni, ma non deve mai sostituire l’emozione, la presenza, l’energia delle persone. Nell’era dell’intelligenza artificiale, forse il gesto più contemporaneo è proprio questo: ricordare quanto sia potente ciò che è reale. Il calderone, ad esempio, è una macchina tecnologia perfetta che ha dato vita ad un vero rituale collettivo; ogni sera centinaia di persone si sono ritrovate all’Arco della Pace per vivere insieme un’emozione condivisa.
L’hai definita ‘profondamente umana’. Quanto era importante questo aspetto, parlando di Olimpiadi?
Le Cerimonie Olimpiche celebrano gli atleti, simbolo di forza e fisicità, ma anche di sacrificio, impegno, lealtà e rispetto. La dimensione umana, fatta di gesti e storie, è l’unica davvero coerente per raccontare lo sport, l’orgoglio e i valori della Carta Olimpica. Ci auguriamo che il messaggio di pace e di dialogo tra tante voci diverse sia arrivato forte e chiaro in tutto il mondo.
Possiamo definirti una ‘event star’? Un’icona della creatività italiana nel mondo?
Non amo le etichette. Ciò che mi piace dire è che, insieme al mio straordinario team, costruiamo architetture effimere, visioni che raccontano l’uomo e il senso profondo di ciò che viviamo. La mia città natale, Venezia, così come l’Italia, mi ha trasmesso l’amore per il bello, per la cultura, per la storia. Sento profondamente che il nostro lavoro è radicato in questa contaminazione di arti. L’Italia non è solo un luogo: è un modo di guardare il mondo, di creare, di dare significato alle cose. Questo è il motivo per cui noi abbiamo imparato a lavorare con successo in tutto il mondo, perché rispettiamo la storia e la cultura del paese e delle persone con cui lavoriamo.
Forse dovremmo valorizzare meglio questo patrimonio creativo italiano a livello internazionale, anche in un’ottica di impresa?
L’Italia ha un patrimonio creativo e culturale enorme che può dialogare in modo naturale con l’impresa. Quando questi mondi si incontrano, generano valore culturale, economico e sociale. Questo patrimonio è una responsabilità, prima ancora che un riconoscimento, ed è ciò che cerco di portare nel mondo: progetti capaci di durare nel tempo, nella memoria e nel territorio.