
A Verona la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi non sarà soltanto l’atto finale di un grande evento sportivo, ma l’occasione per osservare la città confrontarsi con un pubblico globale. L’Arena, per una sera sarà invasa dalle delegazioni, e prima e dopo lo spettacolo si cercheranno luoghi in cui sostare, cenare, concedersi una pausa o prolungare la notte.
In questo scenario l’alta ospitalità veronese si muove su più direttrici — centro storico, colline, lago — costruendo un sistema di indirizzi che permette di attraversare la città senza soluzione di continuità, tra cucina d’autore, benessere e mixology.
Ecco dodici indirizzi da provare durante il soggiorno in città:

La proposta gastronomica si muove su una doppia traiettoria che mette in relazione prodotti terrestri e cucina di mare, con una costruzione del percorso affidata alla progressione dei sapori e al dialogo con il vino. Il lavoro dello chef Giacomo Sacchetto punta su una lettura personale del territorio e su una struttura del menu che alterna memoria e tecnica contemporanea, mentre il servizio mantiene un’impostazione formale ma priva di rigidità. L’indirizzo si colloca tra quelli che negli ultimi anni hanno contribuito a ridefinire l’idea di ristorazione fine dining in città, sia per la qualità della proposta sia per il ruolo all’interno di un progetto di ospitalità più ampio.

Nel centro città, Romeo rappresenta il versante più metropolitano della nightlife veronese. La struttura della bottigliera – oltre mille etichette – lo colloca tra i luoghi italiani con la maggiore profondità nella selezione dei distillati, mentre la cocktail list, “Codice del gusto”, lavora su fermentazioni e ridistillazioni per costruire drink in cui sapori familiari vengono accostati a elementi meno immediati. L’impostazione del servizio e l’atmosfera da club internazionale lo rendono uno degli indirizzi più adatti al dopo Arena, quando la serata cerca un secondo tempo in uno spazio raccolto ma ad alta intensità.
Il trasferimento nello storico ristorante veronese ha ampliato il progetto originario senza modificarne il principio fondante: eliminare la distanza tra cucina e sala e costruire un ambiente che funzioni come una casa. Il lavoro architettonico ha mantenuto le stratificazioni storiche degli spazi introducendo materiali naturali e arredi su misura, mentre il percorso gastronomico resta centrato sulla memoria del gusto e su un equilibrio tra rigore tecnico e immediatezza del piatto.
L’esperienza è pensata come un itinerario attraverso ambienti diversi, ciascuno con una propria funzione, in cui il servizio gioca un ruolo determinante nella costruzione del ritmo della serata.

Il benessere entra nel sistema dell’alta ospitalità veronese con uno spazio di grandi dimensioni che integra tecnologie avanzate e trattamenti personalizzati. Il percorso inizia con uno screening individuale e prosegue con rituali che vanno dalle esperienze ayurvediche ai programmi di longevity basati sul galleggiamento asciutto Zerobody. La presenza di una vasca di grandi dimensioni, della criosauna e delle aree dedicate alla rigenerazione mentale rende la spa un luogo pensato per soste lunghe e per un pubblico che cerca un tempo diverso rispetto a quello della città, soprattutto nelle ore precedenti o successive all’evento in Arena.
Da oltre quarant’anni rappresenta una delle continuità più solide della ristorazione veronese. Il passaggio da Elia a Matteo Rizzo non ha modificato l’impianto originario, fondato su una cucina solida costruita nel tempo. Il principio del “mai più di tre” ingredienti per piatto diventa una dichiarazione di metodo, mentre la carta dei vini organizzata per terroir sposta l’attenzione dal dato geografico alla relazione tra suolo, clima e comunità produttiva. L’esperienza complessiva è quella di un luogo che ha attraversato le trasformazioni della gastronomia italiana mantenendo una linea coerente e riconoscibile.
La grande novità della mixology veronese, il cocktail bar in prossimità dell’Adige lavora su una miscelazione costruita attorno a figure storiche, ciascuna tradotta in un drink e in un breve racconto. L’offerta gastronomica segue la stessa logica, con piatti che utilizzano materie prime di fascia alta e che permettono una sosta informale senza rinunciare alla qualità. È uno degli indirizzi più adatti al momento post-evento, dove affidarsi al talentuoso Samuele Pica e al suo team, e scoprire uno degli indirizzi veronesi di cui si comincia a parlare di più anche fuori dei confini cittadini.
In una città dove la carne ha spesso oscillato tra la dimensione della trattoria e quella del ristorante classico, Butcher sceglie una terza via che mette al centro la materia prima e il mestiere. Il progetto nasce da un’idea precisa: riportare il lavoro del macellaio dentro la sala. La selezione degli animali, i tempi della frollatura, il taglio eseguito al momento diventano parte di un racconto in cui il cliente percepisce il ritmo della cucina e la concretezza del lavoro. L’ambiente segue la stessa logica, con materiali essenziali e la piastra a vista come fulcro visivo, mentre la cucina lavora secondo una filosofia nose to tail che recupera tagli e parti meno nobili trasformandoli in piatti di grande profondità gustativa.

Non è un ristorante ma una tappa necessaria per comprendere una parte dell’identità gastronomica contemporanea del territorio. Il laboratorio di Stallavena nasce da una storia imprenditoriale recente e costruisce il proprio posizionamento sulla ricerca ossessiva della qualità del lievito madre, sulla selezione delle materie prime e su una lavorazione che resta manuale nelle fasi decisive. I grandi lievitati – dal panettone al Monte Nuvola – sono il risultato di un processo in continua evoluzione che ha portato l’azienda a una distribuzione internazionale mantenendo una dimensione artigianale.
Il packaging essenziale, il lavoro sul benessere dei dipendenti e l’attenzione alla sostenibilità definiscono un modello produttivo che dialoga sempre più spesso con l’alta ristorazione locale.
Sospesa sopra il lago di Garda, è una delle destinazioni storiche dell’ospitalità veronese che negli ultimi anni ha intrapreso una trasformazione netta senza perdere il proprio ruolo originario. Il passaggio generazionale ha introdotto una cucina fine dining guidata da Filippo Chignola, costruita come un percorso autobiografico. Accanto alla proposta gastronomica, la sala lavora su una doppia anima: da un lato il servizio classico, dall’altro una cocktail experience pensata come abbinamento ai menu degustazione, con drink a basso tenore alcolico e una componente interattiva che coinvolge l’ospite. La cantina, ricavata nelle mura storiche, conserva oltre 1500 etichette e permette vere degustazioni verticali su grandi vini italiani e francesi. A completare il quadro, l’osteria affacciata sulla terrazza e gli spazi per eventi che hanno reso questo luogo, nel tempo, uno dei punti di riferimento per le celebrazioni sul lago.
Perché non approfittare del viaggio a Verona per scoprire poco fuori dalla città, in una delle zone vitivinicole più famose d’Italia, la proposta enoturistica della famiglia Allegrini? Strutturata come un percorso di approfondimento sulla Valpolicella, con degustazioni guidate che introducono alla lettura del territorio attraverso annate, cru e tecniche produttive. Le formule più articolate prevedono la visita al centro di appassimento e alla cantina storica, con gruppi ridotti e tempi distesi, mentre le verticali di Amarone trasformano la degustazione in un esercizio di confronto tra millesimi. Accanto a questo, il Club Allegrini consente l’accesso a esperienze riservate e alla possibilità di acquistare bottiglie provenienti direttamente dalla riserva di famiglia, configurando il luogo come una destinazione per appassionati più che come una semplice tappa fuori porta.
Nella campagna veronese, il progetto voluto da Gian Luca Rana si presenta come uno spazio in cui gastronomia, arte e ricerca tecnologica convivono in modo dichiarato. La cucina di Francesco Sodano, fresco della seconda stella, nasce da un laboratorio attrezzato per maturazioni, distillazioni e lavorazioni avanzate, che determina un approccio contemporaneo alla materia prima e un’impostazione del menu come sequenza narrativa. La sala è costruita su un servizio sincronizzato, affidato a una brigata giovane con esperienze nell’alta ristorazione internazionale, mentre la carta dei vini segue una logica di scoperta e ampliamento continuo.
Sulle colline che guardano il lago, in un ex frantoio quattrocentesco, l’indirizzo gardesano del gruppo Perbellini torna ad una dimensione più distesa rispetto ai locali cittadini. La terrazza panoramica è il centro della scena durante la bella stagione, mentre gli interni conservano le tracce dell’edificio originario. La cucina guidata da Michele Bosco segue la filosofia della semplicità apparente, con piatti costruiti su pochi elementi e su una materia prima legata al territorio — pesce di lago, olio locale, carne da filiera corta — e una carta dei vini ampia, con attenzione ai piccoli produttori e alle grandi denominazioni francesi. Il servizio mantiene un’impostazione calorosa e informale, coerente con l’idea di locanda contemporanea.
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