
La tutela della salute mentale della forza lavoro è diventata una leva strategica per le aziende e l’accessibilità digitale ha fatto esplodere diventando componente strutturale del welfare aziendale. E intanto arriva lo psicologo AI. Che succederà? Ne parliamo con Danila Di Stefano fondatrice di Unobravo.
La psicologia online, già molto sviluppata in Italia e in forte espansione in Europa, continuerà a crescere considerando l’evoluzione della percezione della salute mentale nella società?
Unobravo è oggi il più grande centro di psicologia clinica online in Europa. La nostra crescita non è stata casuale, certamente dovuta a un’azienda che fin da subito ha funzionato molto bene e che ci ha portato a raggiungere numeri importanti, tra cui 7,5 milioni di sedute erogate per oltre 450mila pazienti. Ma la nostra crescita è stata anche il risultato di un cambiamento culturale profondo: la salute mentale non è più relegata al silenzio, ma sta diventando una dimensione strutturale del benessere individuale e collettivo. Non parlerei ancora di tabù completamente superato, ma certamente di una trasformazione in corso. Chiedere supporto psicologico oggi è sempre più percepito come un atto di responsabilità e cura verso sé stessi, non come un segnale di debolezza. Con oltre 9.500 psicologi nella nostra rete, tra Italia, Spagna e Francia, Unobravo rappresenta un’infrastruttura clinica solida e scalabile. Dal 2022 siamo anche Società Benefit, in linea con la nostra visione etica in cui operare nel campo della salute mentale genera impatto non solo sugli individui ma anche sulla società nella sua interezza. Per noi i numeri non sono una performance da raccontare, ma una prova di sistema: dimostrano che la psicologia può essere accessibile, clinicamente valida e sostenibile nel tempo, e soprattutto che il benessere psicologico non è un trend, ma una necessità strutturale per il futuro economico e sociale dei Paesi in cui operiamo. Con la crescita della consapevolezza rispetto alla propria sfera emotiva ed interiore, e la normalizzazione dei discorsi relativi alla salute mentale in tanti ambiti, sia nella sfera privata che pubblica che lavorativa, riteniamo che la domanda di accesso a percorsi di supporto psicologico continuerà a crescere. La vera sfida non è semplicemente intercettare una tendenza, ma contribuire a costruire un sistema in cui la salute mentale sia riconosciuta come un pilastro fondamentale del benessere collettivo, al pari di quella fisica, e in cui pubblico e privato collaborino per renderla davvero accessibile a tutti.
Anche nel mondo imprese si è raggiunto un livello di consapevolezza alto sull’importanza della ‘mens sana’, vedi il vostro recente accordo con Poste Italiane. Anche il vissuto digitale è consolidato e in grande diffusione e quindi l’eventuale ‘diffidenza’ alla terapia on line è destinata a diminuire?
Siamo progressivamente passati da una prima fase di consapevolezza a uno scenario dove la tutela della salute mentale della forza lavoro è diventata una leva strategica per le aziende. Oggi oltre 300.000 lavoratori hanno accesso concreto a un supporto psicologico attraverso le aziende che, scegliendoci come partner, hanno investito direttamente nella salute mentale delle proprie persone. L’accordo con Poste Italiane, in particolare, è significativo non solo per le dimensioni dell’organizzazione – essendo l’azienda più grande di Italia – ma perché testimonia un cambio di paradigma: la salute mentale non è più considerata solo da “aziende illuminate”, pioniere di un nuovo concetto, ma anche dalle più grandi realtà storiche del Paese. Siamo molto soddisfatti che si tratti ormai di scelte strutturali che incidono sulla qualità della vita, produttività, retention e qualità dell’ambiente di lavoro, e non di iniziative simboliche. Ma un recente episodio mi ha fatto capire come il tema della salute mentale sia ancora largamente sottostimato a livello di pianificazione aziendale: infatti nelle prime settimane di attivazione presso un nuovo partner, altra azienda storica con decine di migliaia di dipendenti, Unobravo ha generato una domanda pari all’800% in più rispetto alle previsioni iniziali. La domanda di salute mentale è ormai data per scontata, ma ancora non pienamente prevista. Rispetto alla modalità digitale, crediamo ormai che le iniziali perplessità siano superate ed sia diventata prassi anche per professionisti che offrono servizi in presenza. I dati e l’esperienza clinica dimostrano che la terapia online è clinicamente valida e che l’alleanza terapeutica si costruisce pienamente anche a distanza. C’è poi quello che definiamo “effetto schermo”: per alcune persone la mediazione digitale abbassa la soglia di esposizione e rende più semplice parlare di sé, anche delle difficoltà intime più complesse da esprimere. Anziché essere un ostacolo alla relazione, diventa quindi una risorsa clinica. La digitalizzazione ha reso il mezzo familiare e accessibile, ha dato più opzioni di scelta ai pazienti che, per ragioni logistiche, geografiche o personali, non avevano modo di fare terapia di persona; ha ampliato, inoltre, le possibilità lavorative degli psicologi. In sintesi, ciò che fa la differenza non è lo schermo, ma la qualità del professionista e della relazione. La vera trasformazione, oggi, è che la salute mentale sta diventando una componente strutturale del welfare aziendale. E quando pubblico e privato collaborano in modo serio e continuativo, l’accesso alla cura smette di essere un privilegio e diventa parte dell’infrastruttura del lavoro contemporaneo.
C’è poi il nuovo fronte AI che si è aperto e gli “avatar umanoidi” che si fanno strada. Lo psicologo virtuale personalizzato è una realtà possibile?
L’Intelligenza Artificiale è una frontiera che non possiamo ignorare, soprattutto visti i crescenti segmenti di popolazione che sempre più interagiscono quotidianamente con LLM generalisti, sia in ambito personale che professionale. Ma è necessario far passare un messaggio importante: tali soluzioni non rappresentano un’alternativa valida e sicura alla relazione terapeutica. Il percorso di supporto psicologico non è solo un dialogo, è un processo clinico strutturato che si fonda su competenza, responsabilità professionale, continuità e alleanza. AI veramente terapeutiche arriveranno, ma oggi ci troviamo in un momento particolare e rischioso in quanto AI generaliste stanno sopperendo a quella che è un’evidente esigenza delle persone, di sentirsi ascoltate, di ragionare su tematiche che ci importano, a qualsiasi ora del giorno e della notte con un’accessibilità immediata e senza il timore di sentirsi giudicati. Questo è ciò che emerge dalle nostre ricerche ed è un fenomeno che va affrontato con attenzione. Detto questo, l’AI può essere uno strumento potente e supportare l’alleanza terapeutica. Può migliorare il matching tra terapeuta e paziente, supportare l’analisi dei bisogni, potenziare, in generale, i servizi. Può liberare tempo clinico e aumentare l’accesso, ma deve essere sviluppata e governata dai professionisti della salute mentale, non dal mercato tecnologico in modo autonomo. Il punto – per me – è non sostituire lo psicologo con l’AI, ma potenziare il sistema di cura. L’innovazione è utile quando amplifica la qualità e la continuità della relazione terapeutica. Il processo di cura riferito alla salute mentale è un’infrastruttura delicata: l’AI può contribuire a rafforzarla, ma non può diventare il centro del processo. Al centro restano competenza clinica, responsabilità e relazione umana. Per questo motivo, gli sviluppi AI in Unobravo li guidano gli psicologi: per accertarci che la clinica sia sempre al centro delle decisioni che prendiamo.
Parlando di AI, uno psicologo 24/7 a portata di smartphone sarebbe un vantaggio? O potrebbe nascondere pericolo di dipendenza e automatismi incontrollabili?
Se parliamo di strumenti di AI utilizzati per richiedere supporto emotivo o psicologico, innanzitutto dobbiamo distinguere tra prodotti generalisti, che non nascono con queste destinazioni d’uso e che quindi potrebbero non avere i necessari paletti clinici ed etici per mitigare rischi di dipendenza e manipolazione, e soluzioni più specialistiche. La terapia non dovrebbe mai essere un servizio 24/7 da consumare come un contenuto. Un iper-accesso può far emergere numerose difficoltà, come dipendenze, intolleranza all’attesa e tante altre. Il sostegno psicologico e la psicoterapia sono processo strutturato, con tempi, confini e responsabilità professionale. Il rischio non è il chatbot in sé, ma l’idea che ogni bisogno emotivo debba avere una risposta immediata e continua. Un supporto accessibile dallo smartphone e fuori orario può essere un vantaggio dal punto di vista della disponibilità in caso di emergenze o per scopi distinti dalla terapia vera e propria, ma occorre fissare limiti e meccanismi ben precisi per evitare un uso compulsivo. Occorre inoltre educare le persone a capire come funziona davvero un percorso psicologico, quali sono i limiti e le opportunità, così da imparare ad utilizzare i vari strumenti – tecnologici e non – al meglio. La nostra visione è di una tecnologia che rimanga un abilitatore di accesso, non un acceleratore di dipendenza. La salute mentale si costruisce nella relazione, nella continuità e nella qualità dell’intervento clinico.
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