
Claudio Pagliara
Contenuto tratto dal numero di marzo 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
‘Il coraggio di sognare’, la passerella dei protagonisti italiani della scienza e della cultura, e poi Superbook, i dieci scrittori italiani che hanno contenuti e rango per diventare protagonisti nello sconfinato mercato letterario americano. Per l’Istituto Italiano di Cultura di New York e il suo direttore, Claudio Pagliara, d’intesa con l’Ambasciata italiana a Washington e il Consolato generale d’Italia di New York, è più che mai il tempo di riaffermare i primati del genius loci italiano. Non ultimo quello d’impresa, per essere protagonisti nell’era dell’intelligenza artificiale, della super tecnologia per tutti ma del pensiero per pochi eletti.
Se gli Stati Uniti sono il mercato di riferimento per il nostro Paese, New York è il palcoscenico per definizione. L’azione dell’Istituto Italiano di Cultura è perciò particolarmente rilevante.
New York è un amplificatore: qualunque cosa accada qui ha un’eco globale non comparabile a quella di altre metropoli. Ho cercato di catturare l’energia di New York nell’ultimo documentario realizzato dal corrispondente Rai per uno Speciale Tg1 intitolato New York, l’Araba Fenice. Nonostante i colpi tremendi subiti, l’ultimo durante il Covid, New York oggi non è solo la capitale della finanza mondiale, ma anche un polo hi-tech capace di competere con la Silicon Valley. Resta la capitale mondiale della cultura. Un esempio per tutti: la mostra al Metropolitan Museum of Art (il Met) Raphael, Sublime Poetry, che aprirà il 29 marzo. Come Istituto Italiano di Cultura siamo impegnati a promuoverla. In una delle nostre sale espositive allestiremo una mostra immersiva con le opere del maestro del Rinascimento che non possono essere trasportate. Inviteremo il pubblico a visitare la mostra al Met e lo stesso farà il Met con noi. Ho fatto della collaborazione con le più grandi istituzioni culturali di New York un punto centrale del mio mandato.
Per esempio?
Un fatto senza precedenti è l’accordo con la Carnegie Hall. Siamo diventati partner del loro festival United in Sound: America at 250, con cinque iniziative musicali promosse da noi che sono parte del cartellone ufficiale del festival: da un concerto jazz che rende omaggio a Nick La Rocca, l’italoamericano pioniere del jazz, al trio Hermés, che esplorerà lo scambio musicale tra Italia, Europa e Stati Uniti attraverso le musiche di Pizzetti, Castelnuovo-Tedesco e Bernstein. E poi una mostra multimediale su Armando Caruso e un omaggio a Ennio Morricone e a Sicilia 1954, un progetto etnomusicologico transatlantico.
Si parla tanto di nuovo umanesimo quando si fa riferimento alla transizione digitale. Per questo, forse, essere italiani sembra avere assunto un valore speciale. Su questo tema potremmo essere tra i primi della classe?
L’Italia è tra i primi della classe e all’Istituto lo mettiamo in evidenza. Uno dei primi format che ho creato si chiama ‘Il coraggio di sognare’: un ciclo di conferenze a cadenza mensile con scienziati italiani che hanno raggiunto posizioni apicali negli Stati Uniti. Abbiamo avuto Gioia Rau, astrofisica, che ci ha spiegato come l’IA sia essenziale per dare una risposta alla domanda più intrigante: siamo soli nell’universo? A gennaio abbiamo avuto come speaker Luciano Floridi, uno dei massimi filosofi dell’era digitale, fondatore e direttore del Centro per l’etica digitale della Yale University. Ha spiegato che la vera minaccia non viene dall’intelligenza artificiale, ma dalla stupidità umana: se affidassimo alla macchina decisioni esiziali – ad esempio l’uso di armi di distruzione di massa – allora saremmo davvero in pericolo. Non è un caso che pensatori di questa statura siano italiani. L’Italia è una fucina di quel nuovo umanesimo che non guarda al progresso come a una minaccia, ma come a un’opportunità da indirizzare e mettere al servizio dell’uomo.
I personaggi della cultura, della scienza, dell’arte e dell’economia sono i veri ambasciatori. Sono in grado di dare anche impulso alle nostre imprese?
La presenza di scienziati e ricercatori italiani negli Stati Uniti è impressionante. Sono attivi in tutti gli ambiti, dall’industria biomedica alla fisica teorica. Siamo in prima linea in settori in cui ricerca, sviluppo ed economia vanno a braccetto. L’istituto che dirigo fa la sua parte, nel sistema Italia, per rafforzare tra il pubblico americano l’immagine di un paese capace di innovare in tutti i campi, dalla tecnologia, alle arti, senza trascurare il food & beverage. A marzo lancerò ‘La pasta non basta’, un ciclo di masterclass dedicato alla dieta mediterranea, da poco riconosciuta patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Credo che ampliare negli Usa la consapevolezza che l’Italia è un Paese che innova, crea e compete, possa dare un contributo alle nostre aziende pronte a penetrare ancora più a fondo questo mercato.
Ha parlato di ‘Il coraggio di sognare’. Quali altre iniziative vanno in questa direzione?
Sono impegnato a promuovere settori culturali la cui penetrazione negli Stati Uniti può crescere. Un esempio è la letteratura. Ho ideato un nuovo premio, SuperBook, che nel nome richiama il Super Bowl: è il premio dei premi. Ho invitato i dieci scrittori che hanno vinto i premi letterari più prestigiosi del nostro Paese. Parleranno nella sede di Park Avenue e nelle università della circoscrizione (New York, Tri-State, Philadelphia e Boston). Entro metà settembre, una giuria americana che legge in italiano proclamerà il vincitore, a cui verrà dato un premio di diecimila dollari per tradurre in inglese e promuovere il suo romanzo negli Stati Uniti. Con questa iniziativa, che ha il supporto economico del Cepell e il patrocinio dell’Aie e del Salone del Libro di Torino, speriamo di poter aumentare la quota, oggi modesta, di letteratura italiana tradotta negli Stati Uniti.
Quali sono le altre iniziative in programma nell’ambito dei 250 anni di amicizia?
In prossimità del 4 luglio, il compleanno dell’America, organizzeremo una conferenza per mettere in risalto il contributo di idee che gli italiani hanno dato nel corso dei 250 anni di vita degli Stati Uniti. A partire da Filippo Mazzei, che diffuse il principio, ripreso nella Dichiarazione di Indipendenza, secondo cui ‘tutti gli uomini sono creati uguali’.





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