Per secoli scegliere un’università è stato, prima di tutto, scegliere un nome, una storia, un prestigio. Un’eredità reputazionale costruita nel tempo, tramandata tra generazioni, rafforzata da classifiche e racconti informali.
Oggi quel meccanismo si sta incrinando. La prima fotografia reputazionale costruita con intelligenza artificiale — l’AI Reputation Index sviluppato da Cogit AI per Forbes Italia e presentato nell’ambito di Next Leaders ad aprile 2026 — racconta un sistema accademico in cui la reputazione non si eredita più: si costruisce, e soprattutto si accelera.
Il perimetro analizzato comprende i principali atenei statali e non statali, suddivisi per dimensione secondo il Censis (mega, grandi, medi, piccoli), e valuta sei dimensioni: reputazione accademica, occupabilità, servizi agli studenti, internazionalizzazione, digitalizzazione e inclusività. Il modello incrocia quattro fonti — Censis 2025/2026, QS World University Rankings 2026, Times Higher Education 2026 e AlmaLaurea XXVII — restituendo una classifica che, appunto, rompe diversi luoghi comuni.
Il report
In testa alla classifica compaiono, è vero, nomi noti: Politecnico di Milano con uno score di 94, Università Bocconi con 92 e Scuola Normale Superiore di Pisa con 91. Ma è subito dopo che il ranking cambia ritmo: Università di Trento (89), Università di Bologna, Luiss Guido Carli e Università di Padova (87), seguite da Università di Pavia, Politecnico di Torino e Libera Università di Bolzano (85).
La gerarchia, insomma, resta riconoscibile ma si incrina nei dettagli. Ed è proprio lì che emergono i segnali più interessanti.
Il primo riguarda l’internazionalizzazione. La sorpresa è Bolzano: un ateneo da circa 4.000 iscritti, meno di un quarto della Bocconi e un trentesimo della Sapienza Università di Roma, ma primo per apertura internazionale con uno score di 95. Seguono Bocconi (90), Politecnico di Milano (88), Bologna (86), LUISS (84), Trento (83), mentre Padova (72), Pavia (65) e Sapienza (60) chiudono la top 9.
Il dato non è episodico. Bolzano è trilingue (italiano, tedesco, inglese), partecipa ai progetti pilota sull’European Degree, ha un network Erasmus+ radicato nell’area germanofona e, soprattutto, offre il 70% dei corsi in inglese, contro il 10% della Sapienza. Una scelta strategica che, nella metrica dell’indice, pesa più del prestigio storico.
Il secondo pattern riguarda la dimensione. Qui il risultato è controintuitivo: più grande è l’ateneo, minore è la soddisfazione degli studenti. Bocconi (16mila iscritti) registra un punteggio di 94, Bolzano (4mila) 92, LUISS (11mila) 91, Trento (17mila) 90. Poi iniziano a scendere i grandi numeri: Politecnico di Milano (48mila) 88, Pavia (24mila) e Padova (67mila) 84, Bologna (88mila) 80, fino ai 74 punti della Sapienza con oltre 113mila iscritti. Il delta tra piccoli e mega atenei è di 18 punti. Cogit AI lo definisce “costo reputazionale strutturale” e lo attribuisce a tre fattori: servizi non adeguati alla scala, accesso limitato ai docenti, lentezza amministrativa. In altre parole, eccellenza nella ricerca che si disperde nell’esperienza quotidiana dello studente. L’unico correttivo efficace individuato dal report è la digitalizzazione reale dei processi: non moduli online, ma organizzazioni ripensate.
Il terzo elemento è quello più sistemico: la crescita dell’inglese come lingua accademica. Tra il 2019 e il 2024 i corsi in inglese sono aumentati del 30%, mentre gli studenti stranieri sono passati da 75.000 nel 2018 a 110.000 nel 2025. La correlazione misurata è diretta: ogni +10% di corsi in inglese genera un incremento medio di 0,8 punti annui nell’International Outlook del THE.
Anche qui i numeri disegnano una frattura netta. Bolzano guida con il 70% dei corsi in inglese, seguita da Bocconi (65%), Politecnico di Milano (55%), Luiss (45%), Bologna (35%), Trento (30%), Politecnico di Torino (28%), Padova (18%), Pavia (12%) e Sapienza (10%). Le classifiche dell’internazionalizzazione e dell’offerta in inglese si sovrappongono quasi perfettamente.
Il punto, però, non è solo statistico. È strategico. L’internazionalizzazione emerge come il principale acceleratore reputazionale del sistema: non una dimensione tra le altre, ma il moltiplicatore che ridefinisce gli equilibri.
Il risultato complessivo è una fotografia in cui la reputazione non segue più la dimensione né il prestigio storico. Gli atenei più piccoli non sono più penalizzati, anzi spesso beneficiano di maggiore agilità operativa. I grandi, invece, pagano la complessità organizzativa. E chi investe in apertura internazionale cresce più rapidamente.
Il report, va ricordato, ha carattere indicativo e non costituisce una valutazione certificata. Ma il segnale è chiaro: per uno studente che sceglie oggi, il nome dell’università conta meno della sua traiettoria nelle sei dimensioni misurate. In altre parole, la reputazione accademica italiana sta smettendo di essere una rendita. E sta diventando, sempre più, una questione di strategia.