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28 aprile 2026

"Da capitano ero un leader silenzioso. Italia fuori dai Mondiali? Inaspettato"

A vent'anni dal trionfo di Berlino, l'ex capitano campione del mondo guida l'Uzbekistan ai Mondiali 2026 e lavora per riportare in vita il Centro Paradiso, il campo dove tutto è cominciato
"Da capitano ero un leader silenzioso. Italia fuori dai Mondiali? Inaspettato"

Cannavaro

Antonio Ravenna
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Antonio Ravenna

Ci sono momenti che restano impressi nella memoria e che, anche a distanza di anni, fanno venire i brividi.

Basta una frase per rievocarli: “Andiamo a Berlino”.

Tutto è partito dall’azione di un difensore, il cui nome è stato scandito sui tre tocchi della ripartenza.

Cannavaro. Cannavaro. Cannavaro.

52 anni, ex capitano della Nazionale italiana campione del mondo nel 2006 e ultimo difensore puro ad aver vinto il Pallone d’Oro, è una delle figure più iconiche del calcio italiano e internazionale.

A vent’anni da quella magica notte, si presenta ai mondiali del 2026 come allenatore dell’Uzbekistan, mentre l’Italia è fuori a guardare.



L’intervista completa:

Fabio, sei appena rientrato da Vancouver dove hai nuovamente riabbracciato la tua, vostra e nostra Coppa. Che emozione hai provato?

Ogni volta che ho la fortuna di essere vicino alla Coppa, è un’emozione forte. Tornano i ricordi, torna la nostalgia. Soprattutto perché sono passati vent’anni.

A vent’anni da Berlino, che cosa ti porti ancora dentro di quella notte?

Sul piano personale, quella vittoria ha cambiato tutto: il Pallone d’Oro, il FIFA World Player, riconoscimenti che mi hanno gratificato profondamente. Ma soprattutto, da quel momento in poi, ovunque sei nel mondo, passi da essere un bravo calciatore a essere una leggenda. Perché ti riconoscono come campione del mondo.

Ma dal 2006 a oggi… quante volte hai visto il rigore finale di Grosso?

Tante volte. E ogni volta ho ancora paura. Speriamo non sbagli, speriamo che faccia gol. La paura non passa mai.

Oggi l’Italia vive l’ennesima esclusione dai Mondiali, tu invece sei tra i protagonisti nella veste di allenatore. Che sensazioni ti fa vivere?

La crisi della nostra Nazionale era inaspettata. Dal 1990 in poi siamo stati una presenza fissa nelle fasi decisive: semifinale nel ’90, finale nel ’94, ottavi nel ’98 senza mai perdere davvero una partita, poi Moreno nel 2002… E fortunatamente dopo arrivò la vittoria. Vedere dove siamo finiti oggi è qualcosa che non avrei mai immaginato. Mi dispiace ancora di più perché pensavo che questa volta ci fossimo: abbiamo giocatori in Premier League, all’Inter, alla Juve, al Milan. Era una squadra forte. Invece siamo ancora fuori.

Come leggi oggi il momento del calcio italiano? È un problema strutturale, culturale o di visione?

Un po’ tutto, ed è proprio questo che mi spaventa. Non è colpa di un presidente, non di un allenatore, non dei giocatori; anche se forse si poteva fare meglio, perché quella partita si poteva vincere. Il problema è il sistema. Non riesce più a trasmettere quei valori che avevamo e che il mondo ci invidiava. I nostri giovani oggi hanno tutto, e forse proprio per questo fanno più fatica a soffrire, più fatica nei momenti difficili.

Qual è la difficoltà più grande nel costruire una squadra vincente partendo da una realtà più piccola, come l’Uzbekistan, rispetto alle grandi nazionali?

È la prima volta che andiamo al Mondiale. Non abbiamo nulla da perdere. Il girone è complicato (Portogallo, Colombia e Congo) però ogni volta che vedo i miei ragazzi dico la stessa cosa: andiamo lì per divertirci, per affrontare questa esperienza con spensieratezza.

Come hai trovato l’Uzbekistan dal punto di vista della cultura calcistica?

Sono rimasto sorpreso. Il centro sportivo della Federazione è nuovo, non ha nulla da invidiare agli altri centri nel mondo. Dal 2018 in poi hanno investito moltissimo nei settori giovanili, hanno aperto accademie in giro per il mondo. Non è un caso che si siano qualificati al Mondiale, non è un caso che abbiano giocatori come Khusanov che stanno iniziando a giocare in Premier League.

Cos’è per te la leadership oggi da allenatore, rispetto a quella che vivevi da capitano in campo?

Da capitano ero un leader silenzioso. Mi piaceva essere presente con i piccoli gesti, con il linguaggio positivo. Ho dovuto intervenire poche volte, anche perché in Nazionale l’atmosfera era distesa. Da allenatore è diverso, devi comandare. Devi fare scelte, gestire due squadre: quella visibile sul campo e quella invisibile, ossia tutto lo staff che lavora per far stare bene i calciatori, perché loro devono pensare solo ad allenarsi e a giocare. Devi essere esigente, duro quando serve, morbido quando serve.

Stai investendo anche sul territorio, con l’acquisto e la riqualificazione di un centro sportivo Paradiso, del Napoli di Maradona, dove peraltro tu hai iniziato a giocare proprio nelle giovanili. Che idea c’è dietro questo grande progetto?

Al Centro Paradiso c’è la storia del primo Napoli, ma soprattutto c’è la storia di Diego Armando Maradona. Lui si allenava lì, e noi ragazzini andavamo con un unico obiettivo: cercare di vederlo. Vedere quel campo ridotto in quelle condizioni mi spezzava il cuore. Ho trattato per quindici anni, alla fine, ci sono riuscito. La sfida è importante: dentro ci sarà uno studentato per giovani universitari, il campo verrà rimesso a posto. Vogliamo ridare al territorio una struttura che ha fatto sognare tanta gente. Oggi non si gioca più per strada, bisogna dare ai ragazzi strutture adeguate, come esistono nel resto del mondo.

Hai vinto praticamente tutto, sia con la nazionale che con i club. Hai ancora qualche sogno nel cassetto per il futuro?

Il mio obiettivo è allenare in Italia, in Europa, continuare a farlo perché mi gratifica molto. Studio, guardo partite, cerco di crescere ogni giorno. Serve trovare anche dall’altra parte chi ti dà fiducia. Se posso sognare? Sicuramente il Napoli. Sono cresciuto lì, è sempre stata la squadra del mio cuore. Ma poi ci sono la Juventus, il Real Madrid, l’Inter: squadre che hanno un fascino difficile da ignorare.

Cosa significa per te, oggi, il successo?

Quando un ragazzino viene a chiedermi una foto. Questo mi fa piacere ancora oggi, dopo tutto questo tempo. Il resto? Mi sono sempre considerato una persona normale, ho sempre vissuto in modo normale, ho frequentato tutti senza distinzioni. È così che voglio continuare.