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18 maggio 2026

Dal flop Mondiale alle dimissioni di Gravina: il calcio italiano travolto dalla crisi reputazionale

La terza esclusione consecutiva dai Mondiali (2018, 2022, 2026) è solo la superficie visibile di un processo che si è sedimentato nel tempo.
Dal flop Mondiale alle dimissioni di Gravina: il calcio italiano travolto dalla crisi reputazionale

Gabriele Gravina con l’ex ct della Nazionale Rino Gattuso. (Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

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Il calcio italiano si è svegliato, ancora una volta, fuori dal Mondiale. Ma questa volta il problema non è solo sportivo, ma istituzionale, economico, reputazionale. Le dimissioni di Gabriele Gravina dalla presidenza della Figc, arrivate il 2 aprile 2026 dopo la sconfitta contro la Bosnia a Zenica, chiudono una fase che il modello AI Reputation Index (Airi) di Cogit AI per Forbes Italia definisce senza sconti: default reputazionale.

Il dato sintetico è spietato: il calcio italiano vale 17,4 su 100. Gravina ha una reputazione di 13,2. Lo sport italiano nel suo complesso, escluso il calcio, viaggia invece a 95,2. Tre numeri che non raccontano una crisi congiunturale, ma una frattura sistemica tra governance calcistica e resto dell’ecosistema sportivo nazionale.

La terza esclusione consecutiva dai Mondiali (2018, 2022, 2026) è solo la superficie visibile di un processo che si è sedimentato nel tempo. Zenica non è il punto di rottura: è il punto in cui il sistema smette di nascondere le sue fragilità.

Un default che non nasce in novanta minuti

Il 31 marzo 2026 l’Italia perde contro la Bosnia e chiude definitivamente la corsa ai Mondiali. Due giorni dopo arrivano le dimissioni di Gravina e di Gianluigi Buffon, ex capo delegazione della Nazionale e Gianluigi Buffon. Ma il modello AIRI legge quella partita come un epilogo, non come un’origine.

La traiettoria del calcio italiano è discendente da almeno otto anni. Nel 2018, al momento dell’elezione di Gravina, il punteggio reputazionale era 42. Nel 2021, con la vittoria a Euro 2020, sale temporaneamente a 46. Poi la curva si rompe: 28 dopo la mancata qualificazione ai Mondiali 2022, 21 dopo lo scandalo scommesse del 2025, fino al crollo del 2026. Non è la somma degli eventi a contare, ma la loro ripetizione senza correzione strutturale. È qui che il modello Airi introduce una chiave di lettura diversa: la recidività pesa più dell’errore.

Il divario con lo sport italiano

Il dato più destabilizzante non riguarda il calcio, ma ciò che lo circonda. Lo sport italiano nel suo complesso — Coni, federazioni, atleti olimpici e discipline individuali — raggiunge 95,2 su 100. Un valore trainato da risultati concreti: 40 medaglie a Parigi 2024, la leadership globale di Jannik Sinner, i successi nel volley e l’organizzazione di Milano-Cortina 2026. La distanza con il calcio è di 77,8 punti. Un’anomalia statistica prima ancora che sportiva. Non esiste un problema “Italia sportiva”. Esiste un problema calcio.

Il sistema calcistico italiano paga tre rigidità strutturali: ipertrofia dei campionati, frammentazione politica interna e un indebitamento aggregato che supera i 5,5 miliardi di euro. In questo contesto, la Serie A resta quarta in Europa per ricavi (3,1 miliardi contro i 7,5 della Premier League), ma con una capacità competitiva sempre più compressa.

Gravina e la curva discendente della governance

La parabola di Gravina non è quella di un presidente travolto da un singolo evento, ma quella di una leadership che non ha invertito una tendenza. Cinque snodi vengono individuati come decisivi dal modello Airi: mancata riforma dei campionati, debolezza nella gestione dei vivai, conflitti istituzionali con il governo, risposta tardiva agli scandali e instabilità nelle scelte tecniche della Nazionale.

Sul primo punto, il dato è strutturale: 97 club professionistici tra Serie A, B e Lega Pro. Un sistema che produce volume ma non efficienza. Sul secondo, il problema è generazionale: solo l’1,9% dei minuti in Serie A è giocato da under 21 italiani. Sul piano politico, il confronto con il ministro dello sport Andrea Abodi ha contribuito a isolare la federazione dal decisore pubblico, riducendo lo spazio di manovra riformista.

Europa: non un gap, ma un modello alternativo

Il confronto con le altre leghe europee chiarisce la natura del divario. La Premier League incassa 7,5 miliardi di euro e mantiene stabilità regolatoria da oltre vent’anni. La La Liga ha costruito un sistema centrato sui vivai, con quasi il 20% dei minuti giocati da giocatori formati in casa. La Bundesliga, con la regola 50+1, ha contenuto debito e instabilità proprietaria. L’Italia, nello stesso periodo, ha cambiato tre commissari tecnici, attraversato due esclusioni mondiali e approvato zero riforme strutturali decisive. Il risultato non è solo economico, ma reputazionale.

Il nodo della successione

Con le elezioni Figc fissate per il 22 giugno 2026, il tema non è solo chi guiderà la federazione, ma quale modello di calcio verrà scelto. Il favorito è Giovanni Malagò, presidente del Coni, con un Airi di 92, considerato figura di discontinuità istituzionale. Tra gli altri nomi emergono Demetrio Albertini (76,4), Paolo Maldini (60,5), Alessandro Del Piero (55) e Giancarlo Abete (49,7), figura di continuità con una forte base elettorale nella Lega Dilettanti. Ma la partita non è personale, perché chiunque vinca eredita un sistema che l’Airi definisce sotto soglia critica in tutte le sette dimensioni di governance.

Il modello Cogit AI a questo punto disegna quattro traiettorie. Nel migliore dei casi, una riforma accelerata — anche tramite commissariamento — potrebbe riportare il calcio italiano a un Airi di 82 entro il 2030, con ricavi sopra i 5 miliardi. Nel caso intermedio di riforma parziale, il sistema si stabilizzerebbe senza recuperare competitività (47,5). Nel caso di continuità, il punteggio scenderebbe ulteriormente a 12, con perdita di sponsor, talenti e centralità europea. La distanza tra i due estremi non è teorica. È una scelta politica.

Oltre il caso Gravina

La lezione che emerge è meno legata a una figura e più a un principio: la reputazione non segue i risultati, li precede. Il calcio italiano ha interpretato a lungo la reputazione come effetto della vittoria o della sconfitta. L’Airi ribalta la relazione: è la qualità della governance a determinare la probabilità della vittoria, non il contrario.

Per questo Zenica non è stato un incidente. E il dato più rilevante non è il 17,4 del calcio italiano, ma il 95,2 del resto dello sport nazionale. Dimostra che il problema non è sistemico in senso assoluto. È localizzato, misurabile, correggibile. Resta una domanda aperta, più politica che sportiva: quanto tempo serve a un sistema per riconoscere che il problema non è il campo, ma chi lo governa?

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