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19 maggio 2026

Cloud ibrido e governance per la sovranità digitale: così Red Hat accelera l’IA open source in Italia

“Le aziende più innovative considerano l’apertura imprescindibile per il successo”, dice il manager Fabio Grassini
Cloud ibrido e governance per la sovranità digitale: così Red Hat accelera l’IA open source in Italia

Fabio Grassini, regional enterprise sales director di Red Hat Italia

Andrea Bocchini
Scritto da:
Andrea Bocchini

Contenuto tratto dal numero di maggio 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Nella corsa globale all’intelligenza artificiale, anche l’Italia si scopre terreno fertile per una trasformazione che, però, fatica ancora a tradursi in valore concreto. È qui che si inserisce il lavoro di Red Hat, multinazionale americana specializzata nelle soluzioni open source, impegnata a ridefinire il rapporto tra innovazione tecnologica, imprese e sovranità digitale.

Secondo i dati dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, il mercato italiano dell’IA ha raggiunto nel 2024 quota 1,2 miliardi di euro, con una crescita del 58% su base annua. Un’espansione trainata soprattutto dall’IA generativa, che da sola rappresenta il 43% del valore complessivo. Eppure, dietro il fermento, si nasconde una fragilità strutturale: la difficoltà delle aziende nel trasformare gli investimenti in risultati concreti.

“La domanda non è più cosa è tecnicamente possibile, ma cosa produce valore reale per il business”, osserva Fabio Grassini, regional enterprise sales director di Red Hat Italia. Il punto è che questo valore, nella maggior parte dei casi, non si è ancora materializzato: l’86% delle organizzazioni italiane, secondo una ricerca interna, non ha generato benefici tangibili dai propri investimenti in IA. “Esiste ancora una distanza significativa tra ambizione e risultati”.

Il vero nodo non è sperimentare, ma portare davvero in produzione. Le imprese testano e investono, ma raramente riescono a scalare. Le cause sono molteplici: mancano competenze adeguate, spesso non esiste una strategia chiara e la complessità dei progetti rende difficile garantire governance e continuità. “Parliamo di un disallineamento operativo tra la fase di test e la messa in produzione”, osserva Grassini. A questo si aggiunge una certa prudenza: solo l’81% delle grandi imprese italiane ha avviato o sta valutando iniziative di IA, contro una media europea dell’89%.

Per Red Hat, la soluzione non passa tanto dal modello di intelligenza artificiale in sé, quanto dall’infrastruttura che lo sostiene, perché “la vera sfida non è scegliere il modello migliore, ma costruire l’architettura che lo rende utilizzabile”, sottolinea Grassini. Il focus si sposta così sullo stack software: sono le piattaforme capaci di garantire governance, sicurezza, qualità dei dati e integrazione a diventare il vero fattore competitivo. L’IA smette di essere un elemento isolato e si trasforma in un componente nativo di un ecosistema più ampio.

Un altro elemento chiave riguarda la natura stessa dell’IA generativa: sistemi non deterministici che introducono variabilità e richiedono nuove competenze per essere gestiti. Il rischio è concreto: il 93% delle aziende italiane segnala fenomeni di ‘shadow AI’, ovvero l’uso non autorizzato di strumenti da parte dei dipendenti. “Senza visibilità e controllo, l’innovazione rischia di svilupparsi nell’ombra”, avverte Grassini, “con possibili vulnerabilità su sicurezza e dati”.

In questo scenario, l’open source emerge come leva strategica non solo tecnica, ma anche politica ed economica. Il 70% dei leader It italiani lo considera centrale per la propria strategia IA, mentre il 73% lo ritiene cruciale per la sovranità digitale. “È una leva di indipendenza perché garantisce trasparenza, sicurezza e controllo sugli asset tecnologici”.

Superare il ‘vendor lock-in’ diventa quindi fondamentale. Le piattaforme aperte permettono di scegliere le soluzioni più adatte, integrare tecnologie diverse e mantenere il controllo sui dati. “Interoperabilità e apertura sono una vera assicurazione sul futuro”, aggiunge Grassini, ribadendo come la libertà di scelta sia oggi un elemento essenziale per sostenere l’innovazione nel lungo periodo.
In questo quadro si inserisce il cloud ibrido, pilastro della strategia Red Hat: un modello che combina infrastrutture on premise e cloud pubblico, bilanciando scalabilità, flessibilità e sicurezza. Solo un ambiente aperto e interoperabile, secondo l’azienda, può diventare il motore dell’innovazione, offrendo il contesto ideale per integrare l’IA nei processi aziendali e distribuirla dove serve — nel cloud, nel data center o all’edge — con trasparenza, verificabilità e pieno controllo. Il tema riguarda da vicino anche la pubblica amministrazione italiana, impegnata nella digitalizzazione guidata dal Dipartimento per la trasformazione digitale e dal Polo Strategico Nazionale. L’adozione di architetture cloud-native, microservizi e IA è ormai inevitabile, ma richiede basi solide e coerenti.

Tecnologie come container e Kubernetes stanno già ridefinendo lo sviluppo applicativo, migliorando efficienza, portabilità e integrazione con l’IA. Allo stesso tempo, le aziende devono integrare questi modelli con sistemi legacy, evitando la creazione di nuovi silos e garantendo continuità operativa.

Per Red Hat, la risposta resta l’open source, inteso anche come paradigma culturale. Trasparenza, collaborazione e adattabilità diventano principi operativi. “Le aziende più innovative considerano l’apertura imprescindibile per il successo”, sottolinea Grassini.
La partita, però, non è solo industriale, ma anche geopolitica. In un mondo sempre più dipendente da dati e infrastrutture tecnologiche, il controllo del proprio ecosistema digitale diventa una condizione per competere. Per questo “la sovranità digitale non è più un lusso, ma una necessità imprescindibile”, conclude.

Per le imprese italiane, il tempo della sperimentazione sembra finito. La sfida ora è trasformare l’intelligenza artificiale in un motore di crescita reale. E secondo Red Hat la chiave passa da un concetto semplice quanto decisivo: apertura.