
(Foto di Ernesto S. Ruscio/Getty Images for Banca Ifis)
Alla fine del mese di maggio di ogni anno il governatore della Banca d’Italia, nelle considerazioni finali alla relazione annuale, offre una lettura dell’andamento e delle prospettive della situazione economica e sociale italiana, collocandole nel più ampio contesto internazionale ed europeo. La relazione presentata quest’anno dal governatore Fabio Panetta è risultata particolarmente interessante sia per la drammatica evoluzione del quadro geopolitico internazionale – segnata dal conflitto nel Golfo Persico e dal blocco dello stretto di Hormuz, che ha provocato forti rincari del petrolio, del gas e dei fertilizzanti, con ricadute sempre più pesanti sulle condizioni di vita delle famiglie e delle imprese – sia per le profonde trasformazioni generate dall’intelligenza artificiale, che sta ridefinendo “il modo in cui si produce, si lavora e si prendono le decisioni”.
Particolarmente stimolanti appaiono le riflessioni dedicate all’andamento dell’economia italiana nel quadro delle politiche europee. Esse riportano al centro dell’attenzione alcuni nodi strutturali che il nostro Paese continua a trascinare da oltre vent’anni, indipendentemente dall’alternanza dei governi. L’essenza del problema è efficacemente sintetizzata da una delle affermazioni del governatore Panetta: “Dall’inizio del secolo il prodotto per ora lavorata nel settore privato non finanziario è cresciuto di appena il 6%, contro incrementi compresi tra il 13% e il 34% negli altri grandi Paesi dell’area dell’euro”. Tutto ciò avviene in un contesto nel quale, come ha osservato lo stesso governatore, “la demografia rende questa sfida non rinviabile. Con una popolazione in età lavorativa in forte diminuzione, non potremo contare stabilmente sull’aumento degli occupati per sostenere lo sviluppo”.
In questo scenario, l’applicazione dell’intelligenza artificiale ai processi produttivi può rappresentare il fattore decisivo per consentire all’economia italiana quel salto di produttività ormai indispensabile. Tuttavia, come ha sottolineato Panetta, “rischiano di ostacolare questa evoluzione un tessuto produttivo frammentato in imprese di piccole dimensioni che adottano più lentamente le nuove tecnologie”. Sorprende che considerazioni di tale portata non abbiano suscitato un dibattito più approfondito all’interno delle forze politiche, di maggioranza e di opposizione. Tutto sembra essere passato quasi inosservato, come se i problemi strutturali della bassa crescita italiana potessero risolversi spontaneamente, senza una funzione attiva della politica con la P maiuscola.
D’altra parte, anche l’ingente massa di risorse mobilitate attraverso il Piano nazionale di ripresa e resilienza tra il 2021 e il 2025 – oltre 100 miliardi di euro effettivamente impiegati – non è riuscita a incidere in modo significativo sulla crescita della produttività del sistema produttivo e agricolo. Diventa quindi ancora più urgente, alla luce della profonda trasformazione in atto nei processi produttivi, fare ricorso all’intelligenza artificiale e alle tecnologie digitali per tentare di superare l’asfittica crescita della nostra economia e aumentare la produttività dei fattori impiegati.
Per perseguire una strategia di questo tipo occorre però affrontare preliminarmente due nodi strutturali che, con il trascorrere del tempo, rendono sempre più difficile l’introduzione dell’innovazione tecnologica e finanziaria nel sistema economico: la dimensione delle imprese e il ruolo del sistema bancario. È difficile immaginare una diffusione capillare dell’intelligenza artificiale e della digitalizzazione dei processi produttivi in un sistema economico nel quale la presenza delle micro e piccole imprese, fino a 49 addetti, costituisce la caratteristica dominante del tessuto produttivo nazionale.
Secondo un’indagine del Centro Studi Cna, pubblicata nel novembre 2022 e riferita ai dati del 2020, le imprese con meno di 50 addetti erano 4.226.623, pari al 99,4% del totale. Di queste, oltre un milione – 1.033.027 – aveva natura artigiana. In Italia, dunque, quasi un’impresa su quattro è artigiana. La crescita dimensionale delle imprese appare quindi una condizione imprescindibile per consentire al sistema delle Pmi di innovare i processi produttivi, incrementare la produttività e valorizzare le competenze professionali dei lavoratori. Non si tratta di accrescere il potere economico dell’imprenditore, ma di fornirgli gli strumenti necessari per affrontare le sfide del futuro.
È un cambiamento che può garantire maggiore economicità e sviluppo alle piccole e medie imprese attraverso la riduzione dei costi unitari, il conseguimento di economie di scala, una maggiore capacità competitiva sui mercati e il rafforzamento della solidità patrimoniale. Il raggiungimento di un obiettivo di tale portata richiede necessariamente un ruolo attivo e propositivo del sistema bancario nazionale. Purtroppo, l’impostazione assunta dal nuovo Testo Unico Bancario, entrato in vigore nel 1994, ha progressivamente orientato gli istituti di credito verso la concentrazione bancaria, trascurando il tema dell’evoluzione della funzione delle banche nello sviluppo delle imprese e dei distretti industriali.
Si è progressivamente indebolita quella relazione banca-impresa che, dal dopoguerra fino alla metà degli anni Novanta, aveva contribuito in maniera determinante alla crescita del sistema economico italiano, generando benessere diffuso per imprese, lavoratori e famiglie. Nell’attuale fase di profonda trasformazione dell’economia globale, caratterizzata dall’irruzione delle tecnologie digitali e da mutamenti geopolitici senza precedenti, stiamo assistendo alla rinascita del cosiddetto “risiko bancario”. Negli ultimi quattro anni, grazie all’aumento dei tassi d’interesse seguito alla guerra russo-ucraina e al mancato adeguamento della remunerazione della raccolta bancaria, gli istituti di credito hanno registrato profitti straordinari e rafforzato la propria patrimonializzazione.
Tuttavia, questo nuovo risiko bancario non sembra orientato alla costruzione di un sistema creditizio capace di accompagnare il tessuto produttivo italiano fuori dal nanismo industriale e di sostenerlo nell’affrontare la rivoluzione tecnologica necessaria ad aumentare produttività e crescita. La stessa operazione che ha visto protagonista Mps e che ha portato alla conquista di Mediobanca è apparsa soprattutto come una partita tra grandi gruppi finanziari interessati, da un lato, al credito al consumo e al risparmio gestito e, dall’altro, al controllo di Generali, di cui Mediobanca detiene una partecipazione rilevante.
Al centro di tale operazione non sembra esservi stata una riflessione sul ruolo che Mps avrebbe potuto svolgere nel sostenere la crescita dimensionale delle Pmi, non soltanto attraverso il credito tradizionale, ma anche mediante la creazione di strumenti finanziari innovativi destinati a favorire fusioni, incorporazioni e aggregazioni aziendali, indispensabili per rafforzare la competitività del sistema produttivo. Analoga considerazione può essere svolta per le operazioni in corso nel settore bancario, dove prevale la ricerca di sinergie finanziarie e commerciali piuttosto che la definizione di una strategia di sostegno allo sviluppo delle imprese.
In questo contesto si colloca, infatti, la proposta di Intesa San Paolo e Unipol ( il gruppo assicurativo primo azionista di Biper con il 19,8,%) per impossessarsi di Mps, svuotandolo di ogni contenuto funzionale, quale banca finanziatrice delle esigenze delle Pmi e dei distretti industriali. La proposta di banco Bpm rivolta a perseguire la fusione con Mps, per come è stata fatta, pare destinata a finire nel dimenticatoio, proprio per la debolezza intrinseca di quello che si vorrebbe conseguire. L’obiettivo dell’amministratore di Intesa San Paolo Messina pare quello di utilizzare l’acquisto di Mps per assicurarsi tramite Mediobanca la possibilità di arrivare al controllo di Generali, magari con un’alleanza spuria con Unicredit. Quello di Unipol di acquistare n. 635 sportelli di Mps per accrescere i punti di vendita di Biper, che assumerebbe il nome di Banca Monte Paschi, cancellando Siena e la storicità della banca, per piazzare le polizze assicurative di Unipol.
Colpisce, infine, che il ministro dell’Economia Giorgetti, in una fase in cui l’economia italiana continua a registrare tassi di crescita prossimi allo zero, si limiti ad affermare che debba prevalere chi offre di più. Ancora più sorprendente è constatare come il dibattito sul futuro del sistema bancario si concentri prevalentemente sulla redditività derivante dalla gestione del risparmio, dimenticando che la capacità delle famiglie di accumulare risorse dipende, in ultima analisi, dalla crescita dell’economia reale. Se quest’ultima ristagna, inevitabilmente anche il risparmio si riduce e, con esso, le prospettive di sviluppo dell’intero sistema.
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