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22 giugno 2026

Del Vecchio sfida il muro di Delfin nella battaglia per il futuro della holding

L’imprenditore chiede spiegazioni sullo stop al riassetto azionario e solleva interrogativi sulla gestione della cassaforte di famiglia.
Del Vecchio sfida il muro di Delfin nella battaglia per il futuro della holding

Leonardo Maria Del Vecchio

Eleonora Fraschini
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Eleonora Fraschini

A pochi giorni dall’assemblea del 30 giugno, si riaccende lo scontro all’interno di Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio che controlla partecipazioni strategiche in EssilorLuxottica, Mps, Generali e UniCredit. In una lettera pubblicata da Quotidiano Nazionale (giornale del quale è editore), Leonardo Maria Del Vecchio interviene sullo stallo dell’operazione che avrebbe dovuto portarlo a diventare il primo azionista individuale della società, salendo dal 12,5% al 37,5% attraverso l’acquisto delle quote detenute dai fratelli Luca e Paola. Secondo l’imprenditore, il progetto aveva inizialmente ottenuto il sostegno necessario all’interno della holding, salvo poi arenarsi per una serie di richieste e cautele emerse successivamente. Una vicenda che, nelle sue parole, non riguarda più soltanto il trasferimento delle quote, ma il modello di governance e il futuro stesso di Delfin.

Riassetto delle quote e risiko bancario

Nella lettera, Del Vecchio sostiene che il progetto era nato con l’obiettivo di dare alla holding “una governance stabile, una direzione, un punto di riferimento”. A sostegno di questa tesi richiama il voto del 27 aprile, quando sei soci su otto avrebbero approvato il trasferimento delle quote e sette soci la nuova politica dei dividendi.

Il riassetto si è però intrecciato con le vicende del settore bancario che negli ultimi mesi hanno coinvolto alcune delle partecipazioni detenute da Delfin. La holding è infatti azionista rilevante di Mps, UniCredit e Generali, società al centro delle operazioni che stanno ridisegnando gli equilibri del sistema finanziario italiano. Nella lettera, Del Vecchio osserva che il finanziamento necessario per completare l’acquisizione delle quote è maturato “nel pieno del risiko bancario italiano”, in una fase in cui gli stessi soggetti potevano trovarsi contemporaneamente nel ruolo di finanziatori, partecipate, controparti o potenziali acquirenti.

Pur escludendo qualsiasi collegamento improprio tra il finanziamento e le partite aperte nel settore, l’imprenditore riconosce che il contesto possa aver contribuito ad aumentare l’attenzione sulla sostenibilità dell’operazione. Le banche avrebbero infatti chiesto maggiori garanzie sulla capacità di Delfin di distribuire dividendi e mantenere una struttura patrimoniale stabile nel tempo. A quel punto, sostiene Del Vecchio, la questione non riguardava più soltanto il finanziamento, ma la disponibilità della holding ad assumere impegni condivisi e duraturi, tema sul quale il board non avrebbe trovato una posizione unitaria.

L’assemblea del 30 giugno

La lettera è una risposta alle ricostruzioni che attribuiscono lo stallo a nuove tensioni tra gli eredi del fondatore di Luxottica. Del Vecchio respinge questa interpretazione, affermando che con Luca e Paola era stata individuata una soluzione condivisa per il trasferimento delle quote.

Per il manager, la questione centrale riguarda piuttosto il funzionamento della holding e la capacità dei suoi organi di assumere decisioni chiare e coerenti. Non a caso conclude annunciando che non si presenterà all’assemblea del 30 giugno per ritirare il progetto, ma per chiedere spiegazioni sulle ragioni che hanno portato al blocco dell’operazione. “Vorrò capire perché, nel momento in cui si poteva finalmente voltare pagina, qualcuno abbia scelto di alzare un muro”, scrive.

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