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Leader 26 Marzo, 2020 @ 10:49

La lettera aperta di Mario Draghi al FT: agire ora o i danni saranno irreversibili

di Massimiliano Carrà

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mario draghi scrive un suo pensiero sul coronavirusDopo la lettera scritta dal premier Conte al presidente del consiglio Ue per richiedere l’introduzione dei coronabond, anche l’ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi sul Financial Times ha voluto esprimere il suo pensiero diretto sull’emergenza sanitaria ed economica dettata dal coronavirus. 

L’ex numero uno della Bce già all’inizio della sua “lettera aperta” dà una risposta chiara su come affrontare questa pandemia: “Si deve agire con sufficiente forza e velocità per evitare che la recessione si trasformi in una depressione prolungata, resa più profonda da una pletora di inadempienze che lasciano danni irreversibili”.

Proprio per questo, Mario Draghi insiste su due aspetti ben precisi: debito pubblico e occupazione.  Scrive: “È già chiaro che la risposta deve comportare un significativo aumento del debito pubblico. Gli Stati lo hanno sempre fatto di fronte alle emergenze nazionali. Le guerre – il precedente più rilevante – sono state finanziate da aumenti del debito pubblico”.

“La questione chiave – insiste ancora Mario Draghi – non è se, ma come lo Stato debba fare buon uso del suo bilancio. La priorità non deve essere solo quella di fornire un reddito di base a chi perde il lavoro. Dobbiamo innanzitutto proteggere le persone dal rischio di perdere il lavoro”.

Mario Draghi e il coronavirus: il ruolo delle banche sarà decisivo

Ecco alcuni passaggi chiave del testo scritto da Mario Draghi:

La questione chiave non è se, ma come lo Stato debba fare buon uso del suo bilancio. 

[…]

I diversi paesi europei hanno strutture finanziarie e industriali diverse, l’unico modo efficace per rispondere immediatamente a un crack dell’economia è quello di mobilitare completamente i loro interi sistemi finanziari. E deve essere fatto immediatamente, evitando ritardi burocratici. 

[…]

O i governi compensano i mutuatari per le loro spese, o questi ultimi falliranno e la garanzia sarà rimborsata dal governo. 

[…]

I livelli del debito pubblico saranno aumentati. Ma l’alternativa – una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia ed eventualmente per il credito pubblico.

[…]

Di fronte a circostanze impreviste, un cambiamento di mentalità è necessario in questa crisi come lo sarebbe in tempo di guerra. Lo shock che stiamo affrontando non è ciclico. La perdita di reddito non è colpa di nessuno di coloro che ne soffrono. Il costo dell’esitazione può essere irreversibile.

Leader 28 Ottobre, 2019 @ 2:56

Mario Draghi, il civil servant capace di ammansire la Bundesbank

di Beniamino Piccone

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Il presidente della Bce (Mario Draghi)

Oggi pomeriggio a Francoforte sul Meno una cerimonia solenne celebrerà la fine del mandato – otto lunghi anni – di Mario Draghi alla guida della Banca centrale europea.

Intervistato dal Financial Times, Francesco Giavazzi, suo grande amico, ha detto che Draghi è “cool”, rimane pacato e tranquillo in situazioni complesse, anche quando gli altri perdono la trebisonda: “Siamo stati a un passo dal default nel 1991/2, ma Mario non si è mai scomposto, ha sempre dormito beatamente”.

Questo suo stato deriva certamente dal suo carattere innato, dalla sua enorme conoscenza di politica monetaria – riconosciuta da tutti – ma anche dalle sue capacità negoziali, che sono meno note.

L’esperienza come direttore generale del Tesoro dal 1991 al 2001  – chiamato da Guido Carli, ministro del Tesoro del Governo Andreotti VII, su suggerimento di Carlo Azeglio Ciampi, all’epoca governatore della Banca d’Italia – ha consentito a Draghi di confrontarsi e negoziare con persone di grande qualità. Ha avuto come controparti i diversi ministri del Tesoro che si sono susseguiti dal 1991 in poi: Carli, Barucci, Dini, Ciampi, Amato e Visco. E, prima dell’accorpamento nel 1996 nel ministero del Tesoro, esisteva il ministero del Bilancio che ha avuto come protagonisti Cirino Pomicino, Reviglio, Spaventa, Pagliarini, Masera, Fantozzi, Arcelli.

In particolare Draghi si è formato con persone intelligenti e furbe come Paolo Cirino Pomicino, neurologo con ambizioni economico-finanziarie, promosso a ministro del Bilancio. Durante il dibattito sulla Legge Finanziaria, quando Guido Carli lasciava nel pomeriggio gli scranni in Parlamento colpito da un’asma fortissima, ci pensava Pomicino a invertire i buoni propositi di taglio della spesa e redigere un bilancio di regalie e aiuti a tutti i quanti, specie nei collegi della Campania. Tanto il debito pubblico lo paga Pantalone e le nuove generazioni!

Queste esperienze al Tesoro hanno temprato Draghi, capace di discernere le intenzioni dei suoi numerosi interlocutori. Sono in molti a rievocare l’intervento di Draghi nel luglio 2012 a Londra quando con tre parole “Whatever it takes” riuscì a invertire le aspettative del mercato, che puntava sul disfacimento dell’euro. Pochi sanno quanta fatica fece per “coprirsi” dal fuoco nemico. Costruì nel tempo una relazione di fiducia con il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble e con il primo ministro Angela Merkel.

Secondo il Wall Street Journal, Draghi a Londra parlò senza informare i banchieri centrali nazionali europei. Paventando la reazione del presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, Draghi la sera stessa chiamò Schaeuble e gli chiese di difendere pubblicamente l’operato della Bce. Draghi chiamò anche il presidente francese Hollande e gli chiese una dichiarazione di supporto congiunta con la Merkel, ben sapendo che la Bundesbank sarebbe stata contro le operazioni di Quantitative Easing. Come disse Jacques Delors, uno dei padri dell’euro: “Non tutti i tedeschi credono in Dio, ma tutti credono nella Bundesbank”.

Come negli accordi, sia Schaeuble che il duo Merkel-Hollande difesero l’operato della Bce. Nelle parole del WSJ: “Berlin had broken with the Bundesbank, Mr Draghi had the cover he wanted”.

SuperMario, come è stato soprannominato, come tutti i grandi, ha tratti di umiltà e riconosce gratitudine verso i propri maestri, in primis Federico Caffè, con cui si è laureato. Ma non solo. Anche verso coloro che gli hanno insegnato l’importanza dell’indipendenza di giudizio e lo spirito critico. Prima di partire per Francoforte, nel 2011, Draghi si sentì in dovere di ricordare le qualità di Paolo Baffi, governatore della Banca d’Italia dal 1975 al 1979: “Il fatto che la legge sancisca, come oggi avviene in ambito europeo, l’autonomia della Banca centrale non è tutto: per essere piena e operante, l’autonomia abbisogna di un retroterra culturale e morale che si chiama indipendenza di giudizio, rigore analitico, impegno civile”.