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Business 19 Aprile, 2020 @ 2:50

Top manager al vertice sempre più tardi, studio Luiss

di Forbes.it

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Matteo Arpe, nel 2003 era divenuto amministratore delegato di Capitalia appena 39enne (Imagoeconomica)

Dal 2003 al 2019 l’età media di presidenti e ceo delle società quotate in Borsa Italiana è cresciuta significativamente, di quasi due anni nel primo caso e di poco meno di quattro nel secondo. Sono i risultati di uno studio svolto dalla Luiss Business School alla vigilia delle nomine sui vertici delle principali società a partecipazione pubblica.

La business school ha analizzato l’evoluzione dell’età dei vertici delle prime 40 società italiane quotate presenti nell’indice FTSE Mib dal 2003 – anno della costituzione dell’indice – a oggi.

Nel 2003 l’età media dei presidenti era di 60,6 anni, quella dei ceo di 52,6. Per quanto riguarda i diversi settori, nel comparto finanziario l’età media dei presidenti (61,5 anni) era superiore a quella generale, mentre quella dei ceo (48,7 anni) era decisamente inferiore, grazie soprattutto alla presenza nel comparto di Matteo Arpe, divenuto amministratore delegato di Capitalia appena 39enne. Analogamente, nel settore dei servizi e dell’energia, l’età media dei presidenti era pari a 58,7 anni, mentre i ceo erano allineati alla media generale con un dato pari a 52,7 anni. Infine, nel comparto industriale, l’età media dei presidenti era di 63 anni, mentre quella degli amministratori delegati di 54,9.

A distanza di oltre 15 anni, l’età media dei presidenti delle società del FTSE Mib è salita a 62,5 anni, mentre quella dei ceo è cresciuta a 56,3 anni, dato in linea con i trend internazionali: secondo lo studio “Global Route to the Top 2019”*, infatti, l’età media degli amministratori delegati nei principali sedici Paesi internazionali è di 56 anni. Nel comparto dei servizi e delle utility l’età media dei presidenti è cresciuta a 65,9 anni e quella degli amministratori delegati a 56,6. Nel mondo finanziario, a inizio 2020, l’età media dei ceo è in aumento a 54,4 anni ed è in crescita anche l’età media dei presidenti, attestatasi a 62,9 anni. Nel settore industriale e dei prodotti, l’età media degli amministratori delegati risulta in salita a 57,7 anni, mentre quella dei presidenti mostra una riduzione a 58,9 anni.

Gli under 40 e i ceo donna

Dall’analisi dei dati emerge inoltre che, alla data di aprile 2020, non vi sono amministratori delegati “under 40” all’interno del FTSE Mib (erano tre nel 2003) e che, nel complesso, sono 6 gli “under 50”; di converso, vi è un caso di amministratore delegato “over 70”. Fra i presidenti, invece, vi sono due “over 80” e dieci “over 70”, a fronte di nessun “under 40”.

Dal punto di vista della “gender diversity, nonostante le iniziative legislative messe in atto che hanno portato a un ampliamento del numero di donne nei consigli di amministrazione, la fotografia è solo leggermente mutata rispetto al 2003, quando nessuna donna sedeva sulla poltrona di deo: nel 2019 si registra una sola donna ceo, Micaela Le Divelec Lemmi di Salvatore Ferragamo. Diverso il caso per il ruolo di presidente, dove, a fronte di nessuna evenienza registrata nel 2013, nel 2019 erano invece otto le donne a ricoprire questa carica, con una età media di 61,6 anni.

 

Business 20 Dicembre, 2019 @ 12:15

Quanto guadagnano i top manager più pagati d’Italia

di Forbes.it

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(Shutterstock)

Quanto guadagna un amministratore delegato di una quotata in Italia? A rispondere a questa domanda è un’indagine dell’Area Studi di Mediobanca sulle Caratteristiche dei board delle società con sede in Italia quotate al segmento MTA relativamente ai compensi percepiti nel 2018.

Il compenso medio totale annuale di un amministratore delegato sfiora gli 850mila euro (849.300) in calo del 10,8% sul 2017 (952.400 euro) quando però era cresciuto del 14,5% sul 2016 (831.700 euro). Il massimo compenso registrato per un a.d. è pari a quasi 6 milioni di euro (5.986.000). Se si escludono compensi per inizio carica e buonuscita, l’a.d. percepisce in media 355.300 euro fino a un massimo 2,5 milioni (2.503.000).

Il presidente di una quotata invece percepisce in media 458.200 euro (7 milioni massimo), un consigliere poco più di 77 mila euro (massimo 2.026.000 euro).

Lo studio di Mediobanca osserva come il compenso di un amministratore delegato sia mediamente pari a 14,4 volte il costo del lavoro nell’azienda presso la quale ricopre la carica. Moltiplicatore che sale a 24,4 volte nelle società che hanno capitalizzazione superiore al miliardo fino a un massimo pari a 114,2 volte.

Nella graduatoria per rapporto tra compenso del soggetto con carica e costo del lavoro in azienda segue il presidente del CdA il cui compenso è in media pari a 8,5 volte il costo del lavoro (92,7 volte il massimo).

Il report dell’Area Studi di Mediobanca non fa nomi ma, come osservato dal Sole 24 Ore, questi nomi sono pubblici in quanto contenuti nelle Relazioni sulla remunerazione e in altri documenti di bilancio. Da ciò risulta che l’a.d. più pagato con 5,986 milioni lordi è Philippe Donnet di Generali, mentre tra i presidenti è Massimo Della Porta di Saes Getters con 7,006 milioni.

La ricerca, tuttavia, oltre a non comprendere i compensi per inizio carica e buonuscite, non tiene in considerazione nemmeno il cumulo di cariche (e dunque di stipendi) ed esclude le società che hanno trasferito la sede legale all’estero (per esempio Fca, Ferrari, Cnh Industrial, Exor) o che si sono quotate all’estero (per esempio Prada e Luxottica dopo fusione con Essilor).

Ecco la top ten dei più pagati secondo il “pay watch” del Sole (pubblicato il 31 marzo 2019): primo è Carlo Cimbri, ad e dg Unipol, con 7,917 milioni lordi nel 2018; secondo Giovanni Tamburi, presidente e ad Tip, con 7,7 milioni; terzo Della Porta. Seguono Remo Ruffini, presidente e ad di Moncler (6,515 milioni), quarto e quinto Claudio Descalzi, presidente è ad Eni (6,456 milioni). Sesto è Donnet. Chiudono le utltime quattro posizioni Pierroberto Folgiero, ad e dg di Maire Tecnimont (5,952 milioni), Giovanni Castellucci, ex ad e dg Atlantia (5,688 milioni), Carlo Messina, ad e dg Intesa Sanpaolo (5,658 milioni), Pietro Salini, ad Salini Impregilo (5,608 milioni).

Business 13 Settembre, 2019 @ 10:55

La multinazionale che seleziona i leader aziendali di tutto il mondo

di Marcello Astorri

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il team di Ward Howell
La squadra di Ward Howell Italia è formata da un gruppo di professionisti specializzati in vari settori. Luigi Mancioppi è il chairman della società e segue le aree industrial, consumer e legal services. Nella sua carriera di executive search, ha completato con successo più di 400 progetti. Vito Gioia è partner e amministratore delegato, con un’esperienza consolidata sia a servizio delle multinazionali che in relazione ad aziende familiari. È autore di vari saggi, tra cui Come farsi cacciare dai cacciatori di teste, Italian Manager, È facile trovare un lavoro se hai voglia di lavorare, Il colloquio di lavoro, Smile manager. Gli altri partner e consulenti che compongono il team sono: Gabriella Espertini, Alessandra Maestroni, Marcello Marcellini, Massimo Misticoni, Marco Saltalamacchia, Claudio Sorgiacomo e Luca Temellini.

Articolo tratto dal numero di settembre di Forbes

La scelta di una guida illuminata può fare la differenza tra il successo o meno di un’azienda. Basti pensare a cosa ha rappresentato Sergio Marchionne per la Fiat. Società come Ward Howell sono specializzate nella executive search, ovvero la ricerca di top manager per le aziende. “Non esiste un candidato buono per tutte le stagioni”, spiega a Forbes Luigi Mancioppi, presidente di Ward Howell Italy (Whi), “deve avere competenze specifiche del settore e doti relazionali legate ai valori dell’azienda. Noi esistiamo per valutare questo mix di fattori, ed è uno dei motivi per cui Linkedin non ha ancora eliminato il mestiere di cacciatore di teste”.

La storia di Ward Howell, fondata dall’ex capo dell’executive search practice di McKinsey, Henry Wardwell Howell, inizia nel lontano 1951 a New York. L’espansione internazionale prende forma dal primo ufficio istituito a Londra nel 1968. Oggi la società ha 28 sedi in tutto il mondo. La prima domanda, che sorge spontanea, è capire se ci sia una qualche differenza tra i ceo di diverse nazionalità: “Le differenze esistono”, risponde Marco Saltalamacchia, associate partner di Whi, che ha lavorato con tante realtà internazionali, “ma più si sale di livello, più le caratteristiche nazionali sfumano. Sono manager cresciuti in società globali, magari con 20 anni di esperienza, e hanno senz’altro imparato a gestire le differenze culturali. Il vero leader moderno è in grado di valorizzare al meglio la diversità”.

Ward Howell oltre ai researcher locali ha ben tre centri di ricerca globali che monitorano costantemente i mercati: uno in Pakistan, per l’Asia, uno in Germania, per Europa, Medio Oriente e Africa e uno negli Stati Uniti per le Americhe. “La nostra attività principale, l’executive search”, conferma Marcello Marcellini, partner di Whi, “consiste nell’identificare la migliore persona, dopo aver condiviso con l’azienda gli obiettivi da perseguire. Noi ci occupiamo di raccogliere, validare e valutare le caratteristiche umane e di leadership dei candidati”.

I centri di ricerca hanno come compito quello di effettuare una mappatura dell’industria. L’attività di esplorazione passa attraverso il setaccio di social network come Linkedin, telefonate ai potenziali candidati, screening dei concorrenti. Una volta individuati i candidati, si passa alla fase delle interviste: “È importante arrivare a un buon grado di conoscenza”, spiega Vito Gioia, amministratore delegato di Whi, “le interviste sono molto variabili. Non durano mai meno di un’ora fino a un massimo di tre ore. In tanti anni di carriera ho selezionato centinaia di persone per vari ruoli e in diversi mercati. Questo mi ha permesso di allenare l’occhio: a un certo punto arrivi a capire rapidamente una persona e il suo carattere. In questi colloqui, di solito, si arriva a conoscere l’80% della persona”.

“Le qualità più ricercate? Diciamo che in genere sono apprezzate la socialità e l’attitudine a lavorare in gruppo. Un altro elemento importante è la mobilità, che nelle multinazionali significa la disponibilità a seguire l’azienda in altri luoghi o mercati”. In base a quello che emerge dall’intervista, si passa poi a un check delle affermazioni che sono state fatte. “Il mercato del top management è piccolo e ci si conosce tutti, quindi è difficile che uno dica cose non vere. In genere, comunque, chiediamo di fornire delle referenze ai capi con cui ha lavorato”.

Sebbene i social orientino molti aspetti della vita, un profilo ben fatto non basta ad attrarre l’attenzione degli head hunter: “Noi guardiamo principalmente i social professionali. Penso però che siano un’arma a doppio taglio: chi ha profili con molte informazioni, paradossalmente, si espone a dei rischi, mentre chi condivide di meno ci obbliga a fare maggiori esplorazioni in fase di colloquio. Non c’è una strategia giusta: nessuno viene escluso perché non si fa notare. La nostra selezione avviene per parametri oggettivi, non in base a un profilo sui social”.

 

Leader 22 Maggio, 2019 @ 4:29

Un italiano tra i 10 ceo più rispettati al mondo nel 2019

di Forbes.it

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Fabrizio Freda, ceo di Estee Lauder. (Photo by Theo Wargo/Getty Images for Estee Lauder)

di Vicky Valet

C’è stato un tempo in cui Google sembrava non aver fatto nulla di male – e poi è arrivato “il memorandum“. Scritto da un ex ingegnere informatico critico in merito alle iniziative di diversity dell’azienda, il famigerato documento del 2017 ha offuscato la reputazione del colosso tech. Ma l’amministratore delegato Sundar Pichai ne è uscito illeso, grazie anche al modo trasparente in cui ha gestito la crisi. Due anni dopo, però, i problemi che vanno dalle proteste dei dipendenti per la gestione delle accuse di cattiva condotta sessuale alle violazioni dei dati così diffuse da portare alla chiusura di Google Plus sembrano aver pesato troppo sul leader più fidato della Valley, e come l’azienda, così ha vacillato anche il suo ceo.

“Sundar Pichai, celebrato l’anno scorso come il ceo più rispettato del mondo, quest’anno non è tra i primi dieci”, afferma Stephen Hahn-Griffiths del Reputation Institute, una società di servizi di misurazione e gestione della reputazione. Per il secondo anno consecutivo, il RI ha pubblicato il Global CEO RepTrak, uno studio sulla reputazione del chief executive. La classifica di quest’anno rivela un aumento medio di due punti della reputazione degli amministratori delegati di tutto il mondo, una tendenza che rispecchia l’aumento di un punto nella reputazione delle società a livello globale. La forza trainante per entrambi i fattori, afferma Hahn-Griffiths, è la cosiddetta corporate responsibility.

“C’è stato un tempo in cui ai leader bastava assicurare buone performance finanziarie, nuovi prodotti e programmi innovativi, ma quel mondo è cambiato”, spiega. “Responsabilità sociale, responsabilità dei dipendenti e responsabilità ambientale: questi sono i fattori che valgono ora il 32% del peso della reputazione di un ceo“.

Con questo in mente, non c’è da meravigliarsi se Pichai, la cui identità di leader è così indissolubilmente legata a quella della sua azienda, sia uscito dai primi dieci posti, e non è certo solo: otto dei ceo che apparivano nella fascia alta dello scorso elenco annuale, incluso il ceo di Kraft Heinz Bernardo Hees, l’amministratore delegato internazionale di Mondelēz Dirk Van de Put e l’amministratore delegato di LinkedIn Jeff Weiner, non sono riusciti a ripetersi quest’anno – le loro uscite fanno spazio all’ascesa di alcuni nuovi arrivati, tra cui Ben van Beurden.

A prima vista, il ceo di Royal Dutch Shell potrebbe sembrare un candidato improbabile in cima a un elenco di questo tipo. Dopo tutto, non solo il settore energetico è stato a lungo considerato dal grande pubblico come un settore spesso privo di scrupoli, ma anche il business che guidava Van Beurden non era tra le aziende più stimate al mondo. Non era certo una novità per lui, e da quando è salito al timone nel 2014 ha cercato di riscrivere questa narrazione. “Fare la cosa giusta è l’unico grande driver per la reputazione”, afferma Hahn-Griffiths. “Il suo stile di leadership, dice non solo è un ceo altamente etico, ma ha empatia e il desiderio di rendere il mondo un posto migliore in cui vivere”.

Dalla conduzione di una campagna per ridurre le emissioni di carbonio di Shell del 50% entro il 2050, alla collaborazione con organizzazioni come la Task Force sul Climate-Related Financial Disclosures e il World Resources Institute per garantire che i piani della sua compagnia diventino una realtà, Van Beurden ha riconosciuto il grosso problema energetico – il cambiamento climatico – e ha mostrato il suo impegno a lavorare per proteggere il pianeta dalle minacce che la sua industria ha contribuito a creare. “L’energia è una delle industrie meno affidabili”, afferma Hahn-Griffiths. “Shell ha preso una posizione di leader nei cambiamenti climatici e nelle energie alternative e ha ridefinito il significato di essere un buon player aziendale nel settore energetico”.

L’attenzione che Van Beurden ha prestato allo sviluppo di soluzioni energetiche sostenibili è sicuramente una qualifica tale da renderlo uno dei ceo più rispettabili del mondo, ma se avesse perseguito queste iniziative a porte chiuse, sarebbero state sufficiente a farlo entrare nella top ten? È difficile da dire, e la visibilità della sua leadership non ha certo fatto male. Infatti, più il pubblico è a conoscenza con un amministratore delegato, più è probabile che abbia una buona reputazione. “La differenza tra avere un ceo con il quale il pubblico non è familiare è 10,3 punti”, dice Hahn-Griffiths. “Non solo è significativo, ma si traduce in miliardi di dollari in capitalizzazione di mercato, solo perché hai un ceo al timone che ha una certa visibilità”. Vale la pena notare, tuttavia, che l’associazione tra familiarità e percezione non esisterà nel caso in cui un ceo è noto per le ragioni sbagliate. Come nel caso di Pichai, non tutta la stampa è di buona qualità.

Ben Van Beurden, ceo di Shell. (Photo by Daniel Leal- Olivas-WPA Pool/Getty Images)

Per Fabrizio Freda, il cui indice di familiarità ha assicurato il suo posto nella top ten per il secondo anno consecutivo, l’influenza è sempre stata un imperativo aziendale. Dopo essere diventato il primo non della famiglia Lauder a ricoprire il ruolo di ceo di The Estée Lauder, nel 2009, Freda si è trovato di fronte a una grande sfida: convincere la generazione millennial che un’azienda di cosmetici di 63 anni poteva essere rilevante per loro. Per riuscire in ciò, Freda sapeva che un solo restyling del brand non avrebbe funzionato, quindi ha iniziato dall’interno, implementando un programma di tutoraggio globale per promuovere l’apprendimento e lo sviluppo perpetuo dei dipendenti e dare la priorità all’assunzione di più millennial, che ora si dice che rappresenti il 67% della forza lavoro di Estée Lauder. Tali cambiamenti hanno permesso all’azienda di compiere mosse accattivanti sul palcoscenico mondiale, comprese le acquisizioni di Smashbox, Becca e Too Faced, tutti i marchi di bellezza con focus sui giovani, l’ultimo dei quali vanta 12,5 milioni di follower su Instagram. “Parte della sua eredità sta davvero facendo passi da gigante verso la conquista deli millennial”, dice Hahn-Griffiths. “Ha preso una società che è in vita da generazioni e lo ha reso rilevante per il pubblico emergente di tutto il mondo.”

E anche se non tutte le iniziative sono andate secondo i piani – Estée Edit, una linea focalizzata sui millennial con Kendall Jenner, è stata chiusa dopo soli 18 mesi sugli scaffali di Sephora – quelli non sembrano aver danneggiato la linea di fondo di Freda. La capitalizzazione di Estée Lauder è cresciuta da circa $ 5 miliardi nel 2009 a oltre $ 60 miliardi di oggi. “Senza perdere i nostri vantaggi di crescita, stiamo instillando una mentalità più imprenditoriale per assicurarci di rimanere agili e agire con decisione”, ha detto Freda in una dichiarazione a Forbes. “Questo ci dà le migliori qualità di un’organizzazione ben finanziata e strutturata ma con lo spirito sfidante di una startup”.

Assenti dalla lista di quest’anno sono le donne. È sconvolgente. L’anno scorso, l’amministratore delegato di Campbell Soup Co., Denise Morrison, che da allora si è dimessa, è stata l’unica donna a entrare in classifica. Il RI attribuisce la mancanza di rappresentanza delle dirigenti femminili al fatto che, in media, l’indice di familiarità con il pubblico generale è del 12%, mentre quella delle controparti maschili è del 15%. Ma Hahn-Griffiths è sicuro che questa tendenza cambierà presto, e dice che l’amministratore di GlaxoSmithKline, Emma Walmsley, è una da monitorare. “È la prima donna a gestire un’importante azienda farmaceutica ed è stata davvero dirompente”, dice. “Prevediamo che il numero delle donne cep aumenterà in modo significativo e pensiamo che Emma, per quello che è e ciò che rappresenta, sia un modello di riferimento”.

Metodologia

Per determinare l’elenco, il RI ha intervistato più di 230.000 persone in 14 paesi nel periodo da gennaio a febbraio 2019. Tutti i 140 amministratori delegati considerati erano tenuti a guidare società conosciute da almeno il 50% della popolazione generale. Gli amministratori delegati stessi dovevano essere conosciuti con almeno il 10% della popolazione generale. L’elenco è in ordine alfabetico.