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Business 12 ottobre, 2018 @ 3:32

California, la riluttante quinta potenza mondiale

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
Nato a Napoli, ha studiato economia e antropologia a Milano, lavorato nel marketing editoriale a Londra e Oxford e come scrittore freelance e cuoco a New York. Ha scritto, tra gli altri, per N+1, Domus, Esquire Italia, Il Tascabile e Lo Straniero. chiudi
Lago Oroville, Sacramento, California
Il lago Oroville, a nord di Sacramento. (Justin Sullivan/Getty Images)

Abbiamo provato anche questa ebbrezza, ma i ragazzi giocavano ancora col Nintendo 8-bit e Roberto Baggio non era ancora convocato in Nazionale. Negli ultimi trent’anni, sono soltanto tre le entità statali che hanno superato il Prodotto Interno Lordo della Gran Bretagna: l’Italia ce l’ha fatta – includendo nel calcolo anche il lavoro nero – nel lontano 1987; la Cina c’è riuscita nel 2007; mentre quest’anno, per la seconda volta dopo un primo sorpasso nel 2002, è la California è essere diventata – virtualmente – la quinta economia mondiale. Il Pil dello Stato della costa occidentale americana ha superato i 2,7 miliardi di dollari: poco più degli inglesi, e restando a un miliardo di dollari di distanza dalla Germania (al quarto posto posto dopo Stati Uniti, Cina e Giappone).

Parliamo di uno Stato che possiede la più alta concentrazione di miliardari al mondo, che esporta più computer di qualsiasi altro stato del Paese, ed è il più grande produttore agricolo della nazione, con il solo settore lattiero-caseario che vale 6 miliardi di dollari l’anno. Una vera superpotenza mondiale, che si accompagna a degli Stati Uniti che vivono la seconda fase di espansione economica più lunga della loro storia, con disoccupazione ai minimi da 17 anni. E il suo budget statale ha un surplus di svariati miliardi di dollari.

E allora perché il governatore uscente, Jerry Brown, del Partito democratico, ha dipinto il quadro economico con meno entusiasmo del previsto? “Fuori ci sono buio, incertezza, declino e recessione”, aveva detto a febbraio, presentando il suo ultimo budget ai legislatori. In California vive uno statunitense su nove, ma è stata creata qui ben un quinto della ricchezza nel Paese dal 2010 a oggi: l’anno in cui fu eletto Brown, che ora è al suo secondo mandato e si chiede quanto tutto questo potrà durare.

Il Golden State, spiega il New York Times, “potrebbe trovarsi ad affrontare un regolamento di conti finanziario proprio quando Jerry Brown sta per per lasciare il suo posto: una possibile recessione che venga a coincidere con le crescenti preoccupazione circa i suoi conti pubblici”. I due aspiranti successori del governatore uscente, Gavin Newsom (democratico) e John Cox (repubblicano) hanno poca dimestichezza con la macchina statale: soprattutto se confrontati con Brown, che frequenta la politica da mezzo secolo e ha vissuto ben cinque recessioni negli Stati Uniti. Il punto centrale è questo: la quinta potenza del mondo, con asset finanziari che fanno impallidire quelli di numerose nazioni sviluppate, finirà presto nelle mani di un leader relativamente inesperto.

Tutto questo pessimismo è giustificato? Quasi tutti gli opinionisti sono d’accordo, spiega il Times, sul fatto che “una recessione nazionale non è così lontana. Un’altra crisi economica potrebbe essere specialmente devastante per questo Stato, con una fiscalità che dipende pesantemente dai cittadini con reddito elevato”. Questi sono, infatti, tassati molto di più che negli Stati limitrofi. La riforma fiscale di Trump, continua il quotidiano, “potrebbe dimostrarsi dannosa per la California se i ricchi cominciano a scappare negli Stati dove si pagano meno imposte”.

L’iconico Golden Gate Bridge di San Francisco, California. (Justin Sullivan/Getty Images)

La California può permettersi persino di agire come superpotenza climatica: con il Global Climate Action Summit di San Francisco alle porte – anche prima che dell’ultimo report dell’Onu sulle conseguenze catastrofiche del riscaldamento globale – Brown ha annunciato che la California ha come obiettivo l’arriva a zero emissioni e 100% di energie rinnovabili per il 2045. Il governatore ha appena firmato una legge molto ambiziosa, la SB-100, che potrebbe costituire una pietra miliare per tutti i paesi che stanno pensando a come sostituire gradualmente le fonti fossili con le risorse energetiche “verdi”; riempiendo, di fatto, il vuoto lasciato dal governo federale, che a partire dal 2017 si è ritirato dagli accordi di Parigi.

Sotto la presidenza Trump, il Paese che emette più gas serra pro capite sta ignorando tutte le principali politiche messe in campo per ridurre la sua quota di Co2. Come se non bastasse, gli Stati Uniti hanno anche annunciato di non voler sovvenzionare più il Green Climate Fund, che aiuta i paesi più svantaggiati a investire in energia pulita e adattarsi alle nuove temperature. La California, al contrario, ha iniziato a investire in soluzioni agricole per il riscaldamento globale già quattro anni fa e non ha più smesso, usando il gettito fiscale e le tasse commerciali, spendendo a partire dal 2014 più di 180 milioni di dollari in progetti ambientali.

Ma che succederebbe se la California dovesse cadere in una nuova fase di declino, come successo già tra il 2008 e il 2012? La Stato federale probabilmente le direbbe di cavarsela da sola – come già successo dieci anni fa – emettendo degli IOU: dall’inglese “I Owe You”, sono dei “pagherò”, in pratica, che tengono in attesa i creditori fino a quando i fondi non sono disponibili. Già sperimentati nel 2009, con grande disperazione di impiegati statali, imprese private, entità locali, cittadini in attesa di rimborsi di tasse e così via. Nessun bail-out da parte dello Stato federale, e neppure l’ipotesi di creare dei “minibot” per fare deficit crescenti: nel Dna della California sono previsti tagli a spese superflue e licenziamenti di massa per insegnanti, dottori e altri dipendenti pubblici. Senza guardare in faccia a nessuno, così da ripagare i creditori con avanzi primari. Certo, integrando il tutto con stabilizzatori federali quali i food stamp, l’innalzamento del salario minimo e i sussidi di disoccupazione. Ma la prassi già sperimentata, la cultura politica locale e soprattutto l’enormità delle dimensioni di cui parliamo renderebbero impossibile qualsiasi salvataggio eroico da parte di Washington.

Silicon Valley, Hollywood, settori finanziario e immobiliare: questi i traini della superpotenza californiana, secondo l’Associated Press. L’agenzia Agi ha citato le parole di Lee Ohanian, professore di economia all’Ucla, il successo economico è dovuto alla produttività dei lavoratori: negli ultimi sei anni la California è stata capace di creare due milioni di posti di lavoro in più con un aumento del Pil pari a 700 miliardi di dollari. Dopo il 2002 c’era stata una rapida discesa a causa della Grande Recessione, e nel 2012 lo Stato si trovava al 10° posto nella classifica del Pil, oggi occupato dall’Italia.

La California, saldamente in mano democratica, attenta all’ambiente, sembra prosperare. Ma al suo interno le differenze di classe e le iniquità sono sempre più vistose. La quota di popolazione in povertà – 20,6% – è qui più alta che in qualunque altro Stato, riporta lo studio del Supplemental Poverty Measure. Secondo un report del dipartimento per gli alloggi pubblici e allo sviluppo urbano, nel 2017 si contavano nello Stato circa 134mila senzatetto, il 50% di tutti i senzatetto del Paese, con un aumento del 14 percento rispetto all’anno precedente. Secondo i conservatori, questi numeri sono il fallimento delle politiche liberali, con regole per le case popolari troppo rigide. Circa 4 milioni di studenti californiani tra i 25 e i 64 si sono iscritti all’università ma hanno abbandonato gli studi, quasi sempre impossibilitati da motivazioni economiche.

Il governatore Brown ha fatto di tutto per approvare un progetto faraonico, da 77 miliardi di dollari, per costruire un treno superveloce da Los Angeles a San Francisco. I lavori sono già in corso ma secondo alcuni economisti la California farebbe meglio a concentrarsi sulle infrastrutture fatiscenti che già ha – scuole, ospedali, strade – che presentano un conto superiore ai 750 miliardi di dollari. “È un dibattito sottosopra”, spiega al Times il politologo Jonathan Rodden, di Stanford. “La sinistra celebra la crescita rapida della California ma chiude un occhio sull’ineguaglianza”. La destra fa tutto il contrario. Significative le parole del competitor repubblicano Cox, che di mestiere fa l’imprenditore, riportate dal quotidiano newyorchese: “L’economia è cresciuta, e ha ovviamente aiutato chi era ai piani alti. Tutti lavorano. La disoccupazione è bassa. Ma la gente qui non riesce a farcela”.