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Tecnologia 20 novembre, 2018 @ 10:08

L’intelligenza artificiale stenta a decollare tra le imprese degli Stati Uniti

di Paolo Mossetti

Contributor, scrivo di cultura economica.Leggi di più dell'autore
Nato a Napoli, ha studiato economia e antropologia a Milano, lavorato nel marketing editoriale a Londra e Oxford e come scrittore freelance e cuoco a New York. Ha scritto, tra gli altri, per N+1, Domus, Esquire Italia, Il Tascabile e Lo Straniero. chiudi
(Getty Images)

La maggior parte delle aziende statunitensi continua ad esitare prima di immergersi nell’era dell’intelligenza artificiale. Contano l’incertezza su cosa fare, come farlo, e il terrore di fare un cattivo investimento. Gli effetti dell’AI sono avvertiti da tutti, ma dalle parole non si riesce a passare ai fatti. Lo riporta il sito Axios, secondo cui solo il 3% delle società private hanno investito a sufficienza in AI per vedere un significativo ritorno sugli investimenti.

Secondo Julia White, vicepresidente di Azure, una piattaforma di cloud computing di Microsoft, le aziende dovrebbero collaborare per raccogliere informazioni in un formato omogeneo, che vada bene a tutte. Le aspettative sono spesso esagerate, spiega White ad Axios, ma questo anche a causa delle promesse non mantenute da alcuni colossi della tecnologia cloud. “C’è stato moltissimo clamore per Watson [prodotto da IBM] e altre cose che sono risultate deludenti”. Secondo Lopez Research, l’89% delle aziende afferma che le aziende di cloud non hanno mantenuto la parola data circa le potenzialità dell’AI.

La domanda che svetta su tutte è dove risieda nel mondo dell’intelligenza artificiale il fondamentale vantaggio competitivo, che è diverso dall’efficienza fine a sè stessa. Un processo può essere compiuto 10 volte più velocemente: e questo è un miglioramente di efficienza; ma se qualcun altro può farlo 10 volte più velocemente di te o 10 volte più accuratamente, tutto ciò che resta è l’aumento dei costi, senza alcun vantaggio competitivo, per l’appunto.

Per convincere i reticenti, Microsoft ha dichiarato di voler investire in strumenti che aiuteranno le aziende ad assemblare il proprio chatbot – vale a dire sistemi che sfruttano l’intelligenza artificiale per creare con l’utente una conversazione che abbia un senso logico – ed è stata protagonista quest’anno di diverse acquisizioni nel settore: prima Semantic Machines, all’inizio di quest’anno, per accelerare i suoi sforzi nel settore dell’intelligenza artificiale; poi, a giugno, la società Bonsai, mentre a settembre è stato il turno di Lobo, una startup di di San Francisco, nel tentativo di democratizzare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Questa settimana il gigante di Redmond ha annunciato l’acquisizione di XOXCO, una società di progettazione e sviluppo di prodotti software responsabile della creazione del bot di Howdy, di Slack, che aiuta a pianificare le riunioni.

In un sondaggio pubblicato da Axios un anno fa, diversi dirigenti aziendali degli Stati Uniti hanno dichiarato al MIT-Boston Consulting Group che si aspettavano un grande impatto dall’IA sul loro business, ma pochi stavano effettivamente facendo passi avanti per adottare le tecnologie necessarie: solo 1 società su 5 aveva implementato in qualche modo l’AI, e solo 1 su 20 la usava in modo intensivo. Le barriere per l’adozione? L’accesso alle informazioni per istruire gli algoritmi; la comprensione dei benefici per le attività aziendali; una carenza di personale qualificato; altre priorità d’investimento; preoccupazione per gli aspetti relativi alla sicurezza.

La maggior parte degli intervistati non credeva, però, che l’AI avrebbe ridotto la loro forza lavoro nei cinque anni successivi; ma che, anzi, l’AI avrebbe reso necessaria l’assunzione di nuovi dipendenti per l’implementazione della tecnologia.