L’eco-pasticcio all’italiana: perdere gli investimenti Fca e agevolare le Tesla

di maio in auto
Luigi Di Maio esce in auto dalla Camera dei Deputati
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Luigi Di Maio esce in auto dalla Camera dei Deputati

Un sistema perfetto per farsi del male. Oppure, per accelerare l’uscita di Fiat Chrysler dall’Italia. La pensano così i responsabili del gruppo italo-americano, dopo due giorni di silenzio passati a tentar di decifrare la logica dell’ecotassa messa a punto dal ministero dello Sviluppo Economico. E il verdetto è senza appello: in caso di conferma del provvedimento, il Lingotto dovrà rivedere il piano industriale per gli stabilimenti italiani. Ovvero: “se tale intervento fosse confermato fin dal 2019 si renderà necessario un esame approfondito dell’impatto della manovra e un relativo aggiornamento del piano annunciato. Sono a rischio perciò investimenti pari a 5 miliardi di euro” per il lancio di 13 nuovi modelli o restlyling di modelli esistenti nonché nuove motorizzazioni con impiego diffuso di tecnologia ibrida ed elettrica come si legge nella lettera con cui Pietro Gorlier, responsabile Emea del gruppo, ha annunciato la rinuncia a partecipare all’incontro organizzato dal Consiglio Regionale del Piemonte sulle prospettive di investimento nella regione. Spiacenti, è il senso della missiva di Gorlier e del ceo del gruppo Mike Manley, ma non sapremmo cosa dire, visto che “’l’introduzione del bonus/malus a vantaggio delle auto ibride e a svantaggio di quelle con alimentazione tradizionale, finirebbe per far saltare il piano”.

Un allarme motivato?” È un fatto certo – dicono in Fiat – che il sistema di bonus-malus, qualora attuato secondo l’impianto approvato in prima lettura alla Camera, inciderà significativamente sulla dinamica del mercato, in una fase di transizione del settore, costruttori e filiera, estremamente delicata, modificando le assunzioni alla base del nostro piano industriale”. Se la proposta diventasse legge, infatti, verrebbero inseriti diversi disincentivi all’acquisto di vetture, anche a bassa cilindrata (una Panda pagherà un minimo di 300 euro di tassa) perché inserite in una delle nove categorie che emettono dai 110 grammi/km in su di CO2. Al contrario, ci sarà un bonus per le auto che emettono fino a 90 grammi di anidride carbonica per chilometro: non solo elettriche e ibride, ma anche a metano e persino diesel, le più inquinanti quanto a polveri sottili. Il bonus da 1.500 a 3mila euro viene scalato dal concessionario sul prezzo finale.

Insomma, un forte disincentivo a comprare vetture del segmento C, dove Fiat resta egemone, aggravato dall’idea di applicare la tassa solo alle vetture nuove. In cambio, ci sarà un rilevante sconto per chi acquista una Tesla o una Lexus ibrida. Una situazione surreale aggravata dal fatto che l’ecotassa si applicherà alle immatricolazioni di vetture «nuove di fabbrica», quindi non sul parco auto circolante, ma solo quello acquistato a partire dal primo gennaio 2019. Una forma di copertura per gli incentivi, il cui costo è stimato in circa 300 milioni di euro, ma che potrebbe anche portare a «eventuali entrate eccedenti» da far confluire nel Fondo per le esigenze indifferibili.

Insomma, un buon modo per spingere Fiat Chrysler, che oggi realizza poco meno del 9% delle sue vendite in Italia a rimettere nel cassetto gli investimenti nel Bel Paese.  Con ricadute potenzialmente drammatiche per gli 88mila addetti del gruppo e per la tenuta dell’indotto: 156 milia lavoratori in Italia, per un fatturato di 46 miliardi.

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