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Cultura 7 Ottobre, 2019 @ 8:40

Giovanni Gastel, il fotografo che ha catturato l’anima della moda si racconta a Forbes Italia

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

Scrivo di moda, viaggi, arte e nuove tendenze.Leggi di più dell'autore
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Giovanni Gastel attends the Tod’s show at Milan Men’s Fashion Week (Photo by Jacopo Raule/Getty Images for Tod’s)

Entrare nello studio di Giovanni Gastel è come varcare la soglia di un circolo letterario. C’è un’area dedicata alla realizzazione dei servizi fotografici, uno studio privato, dove il Maestro accoglie amici e giovani apprendisti, e un’immensa libreria che accoglie centinaia di volumi inediti che raccontano le sue passioni più vere: la moda e la poesia. E infatti, è proprio recitandomi una poesia che mi accoglie nel suo tempio di via Tortona, place to be in tutti questi anni per modelle e attrici di tutto il mondo. Ultimo di sette figli, a scuola Giovanni impara prima il francese, poi l’italiano. Ma a condizionare enormemente la sua vita, e lo stile che oggi lo definisce come uno dei più affermati fotografi al mondo è soprattutto la sua storia familiare. “Un grande caos”, come ammette sorridendo.

“Papà borghese, mamma aristocratica sorella di Luchino Visconti e figlia di Carla Erba (erede della casa farmaceutica poi venduta, ndr), puoi immaginare la confusione?” Questa dicotomia lo influenza si, ma gli permette di fare tesoro anche di due morali completamente diverse. “I miei ricordi più vivi? I lunghi pomeriggi trascorsi con la nonna, la mamma di mio padre, che amava coltivare i lamponi nella sua casa di campagna..”, racconta Gastel.

Da un lato cuochi, camerieri disponibili a tutte le ore, dall’altro l’autenticità della vita campestre. “Era come vivere fuori da mondo, a Villa Erba – continua il fotografo – “tredici ettari di terreno erano davvero tanti per un bambino come me, ma la vera sorpresa fu quando aprii per la prima volta i cancelli di quel castello incantato, per scoprire che la vita vera era davvero tutta un’altra cosa”.

Sin da adolescente sviluppi una passione per la poesia e all’età di sedici anni pubblichi la tua prima raccolta intitolata “Casbah”. Oggi condividi spesso le tue poesie attraverso i social. Come mai?

Gastel: Ho iniziato nutrire interesse per la poesia da quando frequentavo la terza elementare. A scuola, un professore mi concesse di avere un paravento tutto mio dove potevo rifugiarmi per scrivere le mie poesie. Il problema è che all’epoca non sapevo nulla di geografia, storia…ho dovuto riprendere la mia formazione in maniera autonoma solo in un secondo momento. Pochi anni dopo, ho iniziato a recitare a teatro per una compagnia sperimentale.

Negli anni Settanta avviene il tuo primo contatto con la macchina fotografica. Ci racconti quel momento?

G: Bisogna fare una premessa: all’inizio, la fotografia era considerata qualcosa di quasi artigianale, di nicchia. È stata la moda a cambiare le carte del gioco. Quando comunicai a mio padre che non avrei voluto fare l’università mi fece richiamare qualche giorno dopo dalla segretaria e mi disse: ‘Ti regalo uno specchio e un pettine, visto che il tuo destino è fare le foto per i passaporti, almeno il cliente potrà darsi una pettinata’. Devo ammettere, però, che ho avuto la fortuna di conoscere le persone giuste. Avevo solo 25 anni quando ho avuto la possibilità di incontrare Flavio Lucchini (art-director di grandi testate di moda, ndr). Mi presento all’incontro, prendo posto su una sedia che dava su una porta a vetri. L’emozione era palpabile. All’interno di quella stanza, Lucchini discute in maniera animata con Oliviero Toscani, fotografo già affermato all’epoca. Ancora una volta, la dea fortuna ci mette lo zampino perché, complice il diverbio con Toscani, Lucchini mi permette di entrare nel dorato olimpo dei fotografi di moda e così inizia la mia carriera con riviste come Vogue Italia e Donna. Nessuna gavetta, solo un percorso da autodidatta. Per fortuna sto simpatico alla gente, ho una personalità particolarmente empatica.

Come si è evoluta la sua estetica e di quali influenze ha risentito la tua visione?

G: Quando si sceglie di fare questo mestiere, bisogna fare una scelta: inseguire i trend o diventare un autore: in questo caso rimani fedele al tuo punto di vista e lo “modelli” a seconda dei cambiamenti estetici del momento senza tradire  però mai il tuo DNA. Ad ogni modo, sono più figlio della pittura che della fotografia, dal punto di vista formativo. Quella rinascimentale in modo particolare.

Come si svolge uno shooting fotografico?

G: Dipende se è un editoriale o adv. Personalmente, ho bisogno di raccogliere sempre molte informazioni. La mia empatia per fortuna mi aiuta…occupandomi di realtà sempre diverse non posso usare gli stessi codici estetici; l’importante è ricordarsi che la creatività è come la fantasia, e cioè fonte inesauribile di informazioni.

Pensi che, nell’epoca dei social network, la fotografia sia ancora uno strumento efficace per raccontare un’emozione?

G: Quello che vediamo tramite Instagram e la fotografia tramite smartphone è qualcosa di più informativo, privo di velleità artistiche: non ha nulla a che vedere con l’arte fotografica.

Come si è evoluta l’industria del settore?

All’inizio, gli stilisti andavano dalle agenzie di pubblicità e queste rispondevano: ‘non abbiamo parametri per un bene che cambia costantemente a differenza delle auto o dell’acqua. Allora andarono da Lucchini e si decise che la pubblicità di moda non dovesse mai parlare in modo diretto all’acquirente ma creare un mondo di eterna bellezza, erotismo..l’aggancio commerciale? Che se compri quel dato bene forse potresti far parte del mondo della moda. Se ci fai caso, noi “modaioli” non ragioniamo così, non abbiamo bisogno di ostentare alle sfilate e agli eventi il mondo al quale apparteniamo. Il problema è che oggi la politica ha danneggiato la classe media e la pubblicità si rivolge a mercati come quello cinese o russo che hanno un maggiore potere di acquisto. Hai mai visto un acquirente italiano in via Montenapoleone?

Di recente abbiamo dovuto salutare due grandi maestri della fotografia come Robert Frank e Peter Lindbergh…cosa ricordi dei tuoi colleghi?

Peter era una persona adorabile e stimavo molto il suo lavoro. Di Irving Penn, invece, ho sempre amato la bellezza classica, riletta in chiave moderna.

Di tutte le bellissime donne che hai immortalato con la tua lente fotografica, quale di queste ti ha colpito di più?

G: Sono sempre alla ricerca di quello che sta dietro la posa, quello che mi interessa è catturare l’anima. La persona deve sedurmi e io devo sedurre lei…ho amato in modo particolare Carolina Crescentini e Bianca Balti.

Quando capisce che ha realizzato lo “scatto perfetto”? 

G: Capisco di aver ottenuto lo scatto perfetto quando percepisco che la persona ha mollato le difese. Possiamo vedere tutto l’universo a volte tranne noi stessi, e a volte ci vediamo per la prima volta attraverso le foto perché mettono a nudo i nostri tratti più intimi e segreti. Il bello delle immagini è che fermano il tempo. E rimangono eterne. Quasi una cosa contro natura, no?

Se non avesse fatto il fotografo, avrebbe fatto il poeta quindi?

G: Ho fatto il fotografo perché non potevo vivere di poesia, poi però la fotografia mi ha folgorato. Probabilmente finirò la mia vita scrivendo poesie…

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