Leonardo Del Vecchio
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Perché la finanza italiana è tornata a ruotare attorno a Mediobanca

ritratto di leonardo del vecchio
Leonardo Del Vecchio, presidente di Luxottica

Si narra che le disavventure di Giovanni Perissinotto in quel di Generali siano cominciate quando la compagnia del Leone mise gli occhi su un grande investimento immobiliare alla Defence, il centro direzionale parigino, soffiando un buon affare alla Foncière des Regions, la società controllata da Leonardo Del Vecchio destinata poi a fondersi con Beni Stabili. Un vero e proprio sgarbo al re degli occhiali che è tra l’altro uno dei soci più importanti di Generali. Uno sgarbo costato caro al numero uno del Leone del tempo. Qualche mese dopo Del Vecchio insorse contro la gestione Perissinotto: “In cinque anni il titolo – dichiarò in un’intervista –  ha perso i due terzi del suo valore. Dal primo gennaio è sotto del 12%, a confronto Allianz è sopra del 14%, in un anno il titolo ha perso il 34%. Dividendo quasi azzerato. Quello che mi dà fastidio è che i fondamentali sono buoni, l’attività assicurativa funziona. Ma voler fare i finanzieri è quello che rovina tutto”. E sotto le bordate di Del Vecchio la poltrona del manager cominciò a scottare.

Cambiamo palcoscenico: nello scorso luglio, archiviata con la sconfitta di Humanitas e Policlinico San Donato, sembrava tornata la pace attorno allo Ieo, l’istituto fondato da Umberto Veronesi. Ma, al contrario, si scatenò un conflitto ancor più aspro tra i Big della finanza italiana. Da una parte Mediobanca (forte del 25,73%) del capitale spalleggiata da alcuni partner forti, tra cui Mediolanum ed Unipol, per una quota vicina al 50%. Dall’altra la Fondazione Leonardo Del Vecchio che si era fatto avanti attraverso il suo braccio destro Francesco Milleri (che siede in cda), proponendo la donazione di 500 milioni per sostenere un progetto di sviluppo, immobiliare e sanitario, mai formalmente presentato in cda ed alla fine ritirato per l’opposizione degli altri soci. Ma non di Unicredit, che aveva ceduto le sue quote alla Fondazione di Del Vecchio, contabilizzando una perdita di 39 milioni.

Secondo i bene informati è questa una delle chiavi di lettura per capire le ragioni dell’offensiva che Leonardo Del Vecchio, forte, per ora, del 7% circa del capitale, intende lanciare contro la gestione dell’istituto di piazzetta Cuccia dicendo, in vista dell’assemblea di “aspettarsi un nuovo piano industriale che non basi i risultati di Mediobanca solo su Generali e Compass, ma progetti un futuro da banca di investimenti”. Intanto, per valutare  gli umori del mercato, Del Vecchio avrebbe sollecitato un pre-sondaggio presso gli azionisti da parte del proxy advisor Georgeson e fatto i primi passi informali per verificare la disponibilità delle autorità comunitarie a dare l’assenso all’aumento della quota di Delfin oltre il 10%.  Un’eventuale scalata si profila comunque molto difficile, vista la forza di Nagel, confortata peraltro dai risultati. Ma Del Vecchio potrebbe contare sull’appoggio di Unicredit, che potrebbe smobilizzare la sua quota  ritenendolo un investimento finanziario e non strategico, a maggior ragione dopo aver proposto un patto forte e la rimozione della previsione statutaria di scegliere l’ad tra i dirigenti con oltre tre anni di anzianità. E lo stesso vale per Bolloré, che ha mano libera una volta uscito dal patto.

Il patron di Essilor/Luxottica si è preparato del resto per un lungo assedio, mica per un blitz. “Siamo un azionista di lungo periodo e daremo il nostro sostegno per accelerare la creazione di valore a vantaggio di tutti gli stakeholder” ha voluto dichiarare Del Vecchio. Questo attraverso una strategia da banca di investimenti, emancipata dalla stretta dipendenza dalle Generali, che non sembra combaciare con le linee del business plan che Nagel presenterà il 12 novembre in cui non dovrebbe più figurare la previsione di cedere il 3% della compagnia nell’arco del triennio. La partita, insomma, è appena iniziata.

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