La nuova economia del Coronavirus: i settori che possono ancora crescere

Via Vittor Pisani, una strada centrale di Milano, deserta nei giorni del Coronavirus (Shutterstock)
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Via Vittor Pisani, una strada centrale di Milano, deserta nei giorni del Coronavirus (Shutterstock)

Nell’ultima settimana sono state poche le società risparmiate dal massacro nelle borse. Le vendite sui mercati finanziari hanno riguardato qualunque settore, ma ci sono alcune società e alcuni settori dell’economia che, sia pur in un contesto drammatico, potrebbero uscirne bene, se non addirittura rivitalizzati.

Si tratta di società che, durante quella che l’Oms ha classificato mercoledì sera ufficialmente come “pandemia globale”, guardano con ottimismo alla sua conseguenza più lampante: centinaia di persone, di tutte le età e in tutto il mondo, costrette a restare a casa. Dunque società che sfornano prodotti come, ad esempio, burro d’arachidi, attrezzi sportivi e software per le telecomunicazioni. Una vera e propria economia emergente, che non va inquadrata soltanto nel suo aspetto speculativo, ma come la possibile evidenza di una società che continuerà a produrre le sue merci e a spostarle, mentre il virus farà il suo corso.

Negli ultimi giorni, mentre diverse potenze mondiali si dimostrano ondivaghe di fronte alla pandemia, ci sono i broker che scommettono su quali saranno i comportamenti dei consumatori man mano che il virus si espanderà: l’Italia è stata già sigillata nel suo epocale lockdown, ma la più importante economia al mondo, gli Stati Uniti, restano un’incognita. Alla borsa newyorchese hanno reagito bene agli scossoni società come Clorox, la marca leader nel segmento delle salviette disinfettanti, oppure Gilead Sciences e Regeneron, società di biotecnologia che stanno lavorando a possibili trattamenti per il coronavirus, oppure l’azienda farmaceutica Moderna, che sta lavorando sul vaccino del Covid-19.

Altri marchi considerati possibili beneficiari del movimento limitato su scala globale, e in particolare della decisione di sempre più aziende nel mondo di far lavorare da casa i propri dipendenti sono Zoom (che favorisce le conferenze a distanza) Teledoc (telemedicina e assistenza sanitaria virtuale) e Dropbox (servizi di cloud storage). Se il trend del lavoro da remoto dovesse in parte restare anche dopo la crisi, il valore di chi offre strumenti sempre più avanzati di teleconferenze e strumenti di registrazione audio e video potrebbe salire in maniera esponenziale.

La tendenza a restare in casa e l’abbandono delle palestre (per paura del contagio o per decreto) ha fatto salire anche le azioni di Peloton, startup americana del fitness che produce “cyclette” con un allenatore virtuale e corsi online. Ma che possa rappresentare un modello diffuso è decisamente complicato dal prezzo proibitivo dell’oggetto in questione (in media 2000 euro) e dalla sensazione di avere a che fare con un brand troppo elitario e distopico. Del resto, L’attuale crisi non sta coinvolgendo tutti i Paesi nello stesso modo e le preoccupazioni sono tuttora differenti, così come le possibilità di modificare le proprie abitudini di consumo.

Tra i riflessi del virus, com’è ormai noto, c’è una corsa ai disinfettanti per le mani, come Amuchina che in Italia è diventato per alcuni giorni introvabile o venduto a prezzi stellari su internet. Negli Stati Uniti la società Purell, specializzata nella stessa tipologia di prodotto, ha visto le sue bottiglie sparire da un giorno all’altro in molti scaffali, e ha annunciato di aver aumentato notevolmente i volumi di produzione. Per evitare nuovi esaurimenti delle scorte, lo Stato di New York – dove i casi ormai superano quota 200 – nel frattempo si è attrezzato da solo, e ha iniziato a distribuire del liquido disinfettante fatto in casa, dai suoi detenuti.

Secondo Michael Lasser, analista per Ubs intervistato da Axios, le corse dei cittadini ai supermercati, nonostante gli sforzi delle autorità per contenerle, potrebbero beneficiare le grandi catene della distribuzione, che si trovano di fronte a un traffico in crescita nei propri negozi, per lo meno nel breve periodo. Il panico dell’acquisto negli Stati Uniti sta andando oltre gli articoli di emergenza come la carta igienica e l’acqua in bottiglia e si sta estendendo alle conserve, alla farina e allo zucchero, e aziende come Costco si stanno preparando ad assumere nuovo personale e aumentare le ore di lavoro, anche se non è facile per nessuna azienda settare la propria agenda in un scenario ancora incerto come quello attuale, in cui non si sa quando entreranno in vigore le misure più restrittive né quanto dureranno.

In questa nuova “economia del coronavirus”, tra i settori che sembrano potersi fregare le mani ci sono le società che offrono servizi di streaming online, che quando non hanno registrato crescite delle proprie azioni, quasi ovunque hanno contenuto le perdite in un panorama terrificante. Chi se non Netflix, ad esempio, potrebbe beneficiare del fatto che i consumatori restino piantati per giorni e giorni sul proprio divano? In un momento nel quale, con musei e cinema chiusi per decreto, le società legate a spettacoli e spazi d’intrattenimento si stanno mettendo le mani nei capelli?

In realtà, le prospettive per Netflix et similia sono un tantinello più complicate di così: avere più gente bloccata a casa, spinta e fare ingordigia di ore e ore di serie tv e film non necessariamente si potrebbe tradurre in profitti più alti per società del genere. Un colosso come Netflix ha un costo di abbonamento fisso mensile (spesso suddiviso tra più utenti) che non cambia con la variazione dell’uso che se ne fa. In poche parole: più ore di contenuti guardati non vengono automaticamente monetizzati dalla società, che continua a resistere all’ipotesi di inserire spot pubblicitari nel suo servizio. Con l’aumentare della concorrenza in questo settore da parte di Amazon e Disney, nei prossimi mesi, qualcosa sotto questo profilo potrebbe cambiare ma, per adesso, un’audience costretta a isolarsi a casa propria non verrà capitalizzata granchè.

C’è anche un altro fattore di cui tenere conto: con il mercato americano già saturato con oltre 60 milioni di abbonamenti, è improbabile che il Covid-19 porterà nuovi sottoscrittori. Questi, anzi, potrebbero addirittura ridursi in quelle economia ben più fragili di quella statunitense, inclusi gli oltre 100 milioni di sottoscrittori fuori dai confini Usa, dove i contraccolpi sul reddito familiare della crisi post-virus potrebbero farsi laceranti. In Italia milioni di lavoratori con partita IVA vedranno i loro introiti calare visosamente e in fondo, tra i consumi superflui, Netflix potrebbe finire tra quelli sacrificabili. Se a questo aggiungiamo il fatto che Netflix dovrebbe investire oltre 15 miliardi di euro nei contenuti del 2020, superando l’investimento dello scorso anno, e che si tratta di una somma già mobilitata e non stornabile, le cose potrebbero farsi complicate anche per il brand che più viene (anche ironicamente) associato alla nuova routine forzata.

Forse meno complicato da calcolare, ma comunque incerto, un altro effetto delle mutate condizioni economiche al tempo del virus: il forte calo del petrolio di questi giorni, per effetto di una guerra geopolitica tra Stati Uniti, Russia e Arabia Saudita. Come suggerito anche da Codacons, il greggio ormai stabilmente sotto i 40 dollari al barile potrebbe portare a una diminuzione della spesa degli italiani per i rifornimenti. Sul medio periodo le quotazioni petrolifere potrebbero riflettersi positivamente anche sulle bollette energetiche, con un calo delle tariffe per luce e gas nei prossimi mesi. Un vantaggio non da poco in un momento così delicato. Tuttavia il condizionale è d’obbligo perché altri cali storici del prezzo del greggio non hanno corrisposto a ritocchi significativi sui prezzi.