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Leader 11 Giugno, 2020 @ 6:55

Il signore dell’acciaio dà i voti al Piano Colao, gli obiettivi da non mancare secondo Giuseppe Pasini

di Piera Anna Franini

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Giuseppe Pasini, Presidente dell’Associazione Industriale Bresciana (Aib) e Presidente del Gruppo Feralpi (Courtesy Feralpi)

Assieme a Bergamo, Brescia è la città simbolo della virulenza del Covid-19. Due territori affini, quasi gemelli: allineati nelle sofferenze ma anche nel condividere il podio dei distretti industriali al top dell’Europa. Un’industria, quella bresciana, che eccelle in tutti i più importanti settori del manifatturiero, dalla meccanica all’automotive, gomma e plastica, elettronica,  lavorazione dei metalli, tessile-abbigliamento, agroalimentare.

Che aria si respira fra le imprese bresciane? Ne abbiamo parlato con Giuseppe Pasini, Presidente dell’Associazione Industriale Bresciana (Aib) e Presidente del  Gruppo Feralpi, fra i leader europei dell’acciaio con 1,32 miliardi di fatturato e 1500 dipendenti. Pasini è il dodicesimo protagonista del ciclo di interviste dedicate al D.C. (Dopo Coronavirus) progettato dai grandi dell’imprenditoria italiana.

 

Brescia come sta reagendo ?

Sta rialzando la testa, sono convinto che uscirà da questa situazione, le  imprese e il sistema economico in generale sapranno risollevarsi. Poi ci sono comparti che faranno più fatica di altri, penso all’automotive, siamo il secondo cluster dopo Torino nella componentistica dell’automotive, i colleghi che se ne occupano prevedono che i numeri fatti nel  2019 inizieremo a vederli non prima del 2022. Detto questo, i tre pilastri della nostra imprenditoria sono tre: oltre all’automotive, il meccanico e il siderurgico-metallurgico. Quest’ultimo va meglio rispetto ad altri anche se alla fine dell’anno mancheranno fra il  20 e il 25% dei volumi e dunque ricavi, con ripercussioni sulla marginalità delle imprese. Considero il 2020 l’anno zero, tutto si è fermato ma bisogna ripartire. E le premesse ci sono.

 

Tutto sommato Feralpi ha sofferto meno di altre aziende.

Il 50% del nostro fatturato viene fatto all’estero, prevalentemente in Germania la quale non si è mai fermata. Le nostre  attività in Italia invece si sono fermate per due mesi, con circa 820 dipendenti in cig, la parte tedesca (700 dipendenti) ha continuato a produrre.

 

Quindi siete andati a due velocità.

Ma anche in linea con due momenti diversi. Non sento di criticare il mio Paese perché  sono state fermate le aziende. Chiuderle, e in particolare in Lombardia, era necessario. Non dimentichiamo che a un certo punto non avevamo più posti letto per accogliere le persone. Di fronte a una situazione di questo tipo, le  imprese non potevano che abbassare la saracinesca, e se ora la curva dei contagi è ormai vicina allo zero forse lo si deve anche a quell’azione. In Germania non c’è stata un’onda d’urto così violenta.

 

Sabato prendono il via gli Stati Generali dell’Economia. Lei rappresenta gli industriali di una provincia che incide significativamente sul Pil nazionale. E’  stato invitato?

Al momento no. Sono stato a un tavolo in cui  Vittorio Colao aveva chiesto la presenza di imprenditori, vi ho aderito con altri due colleghi in rappresentanza del settore siderurgico.

 

Per dire che fra le 102 proposte del Piano Colao c’è anche un Suo contributo.

Penso di sì. Ho parlato molto di energia verde, della possibilità di sfruttare le nuove tecnologie per l’efficientamento energetico e della necessità di poter disporre di  strumenti che aiutino le imprese a investire in questo. Siamo un Paese che spende troppo poco in ricerca e innovazione.

 

Qual è la forza del Piano firmato dal bresciano Colao?

Riprende le cose che imprenditori e Confindustria andiamo dicendo da tempo.

 

Si teme che gran parte dei 102 capitoletti rimarrà lettera morta. E invece, quali proposte andrebbero assolutamente prese in considerazione?

Il tema del cuneo fiscale in linea con i Paesi anglosassoni, il  costo del lavoro, quindi gli investimenti e in particolare nella digitalizzazione in vista di un Paese più moderno. La promozione del New Green Deal che l’Europa ha lanciato come sfida 2020-2030, ma se vuoi avere aziende efficienti entro il 2030  devi muoverti subito.

Mi è piaciuto il richiamo a un lavoro più equo per tutti. Bisogna che questo Paese si lasci alle spalle una volta per tutte il lavoro nero, il caporalato, lo sfruttamento del lavoro. Io mi sono battuto tanto su questo, bisognerebbe  che anche le imprese, e mi permetto di dire non tanto al Nord quanto in altre aree del Paese,  rompessero con certe consuetudini. In complesso dobbiamo essere più moderni per avvicinarci alle culture e alle economie anglosassoni. Se anche una sola parte del Piano Colao venisse implementata, credo che partirebbe la modernizzazione del Paese e non alludo solo al reparto imprese, ma al settore pubblico: abbiamo bisogno di una burocrazia più snella, velocità decisionale, celerità nel far partire le grandi infrastrutture, semplificazione. Il nostro  è un Paese purtroppo ancora troppo lento

 

Confindustria sta redigendo  un piano da presentare a Giuseppe Conte. Voi cosa proponete tenuto conto della specificità territoriale?

Brescia è una delle città che è cresciuta più di tutte negli ultimi sei-sette anni. Ha dimostrato di poter stare benissimo in un land tedesco, abbiamo un PIL sopra la media nazionale. C’è una cultura del lavoro e del fatturato molto forte. Penso che Brescia vada sentita come modello dello vincente. Detto questo. Anche Brescia deve porsi delle domande.

 

Partiamo dalla numero uno.

Il Covid cosa ci ha insegnato? E’ stato un momento tragico ma ci ha anche spinto a ripensare a come saranno le  nostre imprese nei prossimi 10 anni. Il Covid sta accelerando quello che tante imprese stavano già facendo spingendole più velocemente verso la modernità. Con l’emergenza abbiamo perso una parte della nostra generazione, persone che hanno fatto grande Brescia e l’Italia nel dopoguerra ed è proprio per onorare la memoria di costoro che oggi abbiamo il dovere di modernizzare l’impresa e il Paese. Ci vuole un grande patto fra Stato, impresa e mondo del lavoro cioè sindacato se vogliamo che l’Italia inizi ad essere un Paese più vivace. Il mondo è cambiato, la Cina è diventata una super potenza, gli Usa sanno mantenersi una superpotenza anche per la  reattività dei mercati e per la capacità di equilibrare a loro favore i propri interessi. L’Europa deve capire che deve essere più Europa e ha il dovere di non lasciare indietro nessuno, men che meno l’Italia.

 

E arriviamo al Recovery Found. Per accedervi va elaborato un piano di riforme in linea con le priorità Ue, una condizionalità bocciata da taluni mentre altri vi leggono lo stimolo per svecchiare il Paese. Lei cosa pensa?

In Italia dovrebbero arrivare 170 miliardi di cui una parte a fondo perduto. E’ giusto che l’Europa ci dica che questi soldi vanno spesi per le riforme e per la crescita. E voglio essere altrettanto chiaro: se questi soldi andranno a finire ancora all’Alitalia, all’Ilva, ad aziende che sappiamo perfettamente non avere una prospettiva futura, allora, a quel punto, non sono d’accordo.

 

Così come boccia l’idea che lo Stato entri nelle aziende italiane? C’è chi spinge in questa direzione, vedi la recente intervista a Romano Prodi.

Dissi no su questo fronte anche quando Prodi era a capo del Governo. Lo Stato deve fare lo Stato e l’impresa deve fare l’impresa. Se lo Stato deve entrare nelle imprese e fare assistenzialismo, dico che no, con l’assistenzialismo non andiamo da nessuna parte.

 

E torna in ballo il convitato di pietra-Alitalia.

Bene. Riavvolgiamo il nastro su Alitalia. Guardiamo a questa compagnia aerea nazionale che di nazionale ormai ha ben poco dal momento che ha perso quasi tutte le tratte internazionali. Non abbiamo avuto la capacità di farne una grande compagnia, siamo stati incapaci di farla funzionare. E’ inutile continuare a buttar dentro soldi, è meglio fermare tutto, azzerare. Se lo Stato entra nelle aziende per assisterle e fare un percorso tipo Alitalia, io non ci sto. Dissi no quando Prodi parlava di più Stato nelle imprese ed era in auge, ribadisco il mio no ora.

 

Come risposta alle misure assistenziali del Governo, come tanti imprenditori anche Lei suggerisce come prima azione il riavvio immediato di opere cantierizzabili.

Il Ponte Morandi ha dimostrato che quando noi Italiani vogliamo fare le cose, siamo capaci. Dobbiamo riuscire a trasferire questo modello in altri investimenti strategici, dalle interconnessioni fra  Paesi alle metropolitane nelle città. Parlo da Bresciano, la mia città con la metropolitana e il termovalorizzatore ha dimostrato che la combinazione fra pubblico e privato è vincente. Noi dobbiamo puntare su infrastrutture verdi, con buona pace degli ecologisti che dicono che non dobbiamo bucare le montagne, ma alla fine se vuoi creare benessere e vuoi aprirti ai mercati esteri devi pur portare la merce fuori dall’Italia, non vuoi su gomma? Hai ragione, ma allora  devi farlo con le ferrovie  e quindi devi bucare  le montagne. E ancora, siamo una penisola con tanti porti, sfruttiamoli per far sì che diventino l’interconnessione con tutte le aree del Mediterraneo come ha fatto la Spagna che ci ha superato in questo. Aldilà delle ideologie dobbiamo guardare a queste sfide come a sfide moderne.

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