Giorgio Armani on air con la prima sfilata in diretta televisiva a settembre

Giorgio Armani (Pascal Le Segretain/Getty Images)
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Giorgio Armani (Pascal Le Segretain/Getty Images)

Avete mai visto una sfilata in diretta televisiva? La domanda è retorica e la risposta è chiaramente no. Perché finora, da Parigi a New York passando naturalmente per Milano, la moda non ha mai voluto essere democratica fino a tal punto. Ma fatto sta che, all’indomani di una fase che ha costretto ogni settore a ripensare alle sue regole, è scoccata anche per il fashion system l’ora di cambiarle. E non sorprende affatto che sia proprio Giorgio Armani, da diversi mesi già chiaro su quale direzione dovesse prendere la moda, a farsi attore del cambiamento.

La notizia arriva attraverso un’intervista rilasciata dallo stilista al Corriere della Sera, in cui re Giorgio comunica la decisione di sfilare per la prima volta in diretta televisiva. Si tratterà in particolare di uno show a porte chiuse, nel pieno rispetto delle regole anti-Covid, che darà però a tutti, seppur virtualmente, la possibilità di partecipare all’evento. “Il senso di responsabilità è un dovere morale”, spiega il designer al quotidiano, riferendosi alla scelta di sfilare a porte chiuse contrariamente a molti altri colleghi. Lo show, condotto da Lilli Gruber, sarà trasmesso il 26 settembre su La7 alle ore 21, come indicato dal calendario ufficiale condiviso dalla Camera Nazionale della Moda italiana.

Un omaggio al suo pubblico, e un segnale di forte apertura per il settore, dopo la recente decisione dello stilista di voler spostare le sue sfilate di alta moda da Parigi a Milano come gesto di profonda gratitudine per la città che lo ha incoronato re della moda a partire dagli anni ’80. E in quell’occasione aveva annunciato inoltre che le sue collezioni di alta moda non avrebbero avuto stagionalità, comprendendo sia capi adatti all’inverno sia all’estate. Il messaggio? Evitare gli eccessi, tornare a valorizzare la qualità e tornare alla dimensione più autentica del “fare moda”, proprio come aveva detto in una lettera aperta a WWD, denunciando la “sovrapproduzione di capi e un disallineamento criminale tra il tempo e la stagione commerciale”.

Sin dallo scoppio dell’emergenza sanitaria, inoltre, il gruppo Armani aveva comunicato la conversione di tutti i suoi stabilimenti italiani nella produzione di camici monouso destinati alla protezione individuale degli operatori sanitari impegnati a fronteggiare il coronavirus e, a seguito dell’iniziale donazione stanziata a favore della Protezione Civile e degli ospedali Luigi Sacco, San Raffaele, Istituto dei Tumori di Milano e dello Spallanzani di Roma, Giorgio Armani aveva deciso infine di dare il suo contributo anche all’ospedale di Bergamo, a quello di Piacenza e a quello della Versilia per una donazione complessiva di due milioni di euro.