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Cultura 13 Gennaio, 2021 @ 10:20

Usciremo dalla pandemia grazie a una scienza globale. La lezione del neurologo Gianvito Martino

di Piera Anna Franini

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Il professore Gianvito Martino
Il professore Gianvito Martino

Cosa stiamo imparando, in tema di scienza, in questi mesi di pandemia? Sono almeno quattro le lezioni.

1) La scienza è l’unico ‘strumento’ a nostra disposizione capace di trovare rimedi efficaci in tempi relativamente brevi;

2) È fondamentale riconoscere il valore fondante della scienza, soprattutto dal punto di vista culturale, e sostenerne concretamente le necessità e gli sviluppi;

3) È indispensabile una cooperazione tra scienziati che superi sia le barriere nazionali che quelle disciplinari;

4) È necessario coinvolgere la società civile nel dibattito culturale intorno ai temi della scienza per poter utilizzare equamente e solidaristicamente i risultati che produce.

Di questo ci parla Gianvito Martino, quarto ospite della serie “Il Fattore R. Riscrivere x Rinascere”.
Martino è professore ordinario di biologia applicata e prorettore alla ricerca e alla terza missione dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. È presidente del comitato scientifico del festival BergamoScienza di cui è stato uno dei fondatori. È stato presidente dell’Associazione Italiana di Neuroimmunologia e della International Society of Neuroimmunology (ISNI). Ha fondato l’European School of Neuroimmunology (ESNI) e la Global Schools of Neuroimmunology (GSNI) di cui è tutt’ora il coordinatore scientifico. Ha firmato oltre 300 pubblicazioni scientifiche e una serie di libri dallo stile chiaro e sobrio. L’ultimo (libro) è Usare il cervello: ciò che la scienza può insegnare alla politica. Il prossimo sarà dedicato al futuro della medicina.

Oggi più che mai, la scienza ha dimostrato di essere l’unico ‘strumento’ capace non solo di cercare ma soprattutto di trovare soluzioni efficaci. E così come l’intelligenza collettiva è la stella polare delle aziende della quarta rivoluzione industriale, anche la scienza vince laddove supera localismi e individualismi. “Per questo è importante far capire – e il Covid-19 ne è un esempio – che solo dando alla scienza la centralità culturale che merita possiamo creare una società competente e in grado di affrontare i diversi temi, soprattutto nell’ambito della salute: una società che si comporta così non può che essere una società più etica e responsabile”, spiega il professore.

Gianvito Martino è asso della neurologia e delle neuroscienze le quali fondano la propria essenza proprio sull’inclusività culturale, l’interazione dei saperi (transdisciplinarità) e il coinvolgimento dei diversi ‘stakeholders’. “Oggi, le neuroscienze si stanno confrontando, tra gli altri, con il concetto di ‘mente estesa’, come direbbero i filosofi: concetto che contempla la possibilità di collegare il cervello umano ad apparecchiature esterne in grado di amplificarne, appunto, le funzionalità. Sono, per esempio, già in uso delle interfacce macchina-cervello che possono aiutare persone che hanno perso l’uso delle gambe a ‘riconquistarlo’. Utilizzando queste apparecchiature indossabili (i.e. esoscheletri) la persona malata riesce a muovere le proprie gambe pensando semplicemente di muoverle: è l’interfaccia che essendo capace di interpretare il pensiero attiva l’esoscheletro e permette il movimento”, tutto questo non sarebbe stato possibile se non grazie alla collaborazione fra diverse aree scientifiche.

C’è un problema, però. Le interfacce macchina-cervello potrebbero essere impiegate non solo per aiutare persone con handicap fisici ma anche per controllarne i comportamenti. “Ecco perché tutta la società civile, senza alcuna barriera ideologica o sociale, deve essere coinvolta in questi argomenti. È essenziale prendere decisioni collettive che muovono da regole condivise. È necessario impiegare queste tecnologie esclusivamente in ambito medico e non per potenziare cervelli di per sé sani (per potenziare il cervello basta usarlo). Bisogna evitare che le neuro tecnologie violino la nostra privacy o che diventino elitarie perché troppo costose. Ciò è possibile solo se costruiamo un sistema inclusivo e globale che vede le scienze, i suoi interpreti ed i suoi prodotti al centro del dibattito pubblico. Altrimenti il rischio reale è che ci siano nel futuro prossimo apparecchiature in grado di decidere per noi, un rischio troppo grosso per essere corso”.

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