Samsung resta senza guida, l’erede del fondatore torna in carcere per corruzione

Lee Jae-yong vicepresidente Samsung
Lee Jae-Yong, vicepresidente Samsung, risponde alle domande durante l’audizione parlamentare sulle accuse di corruzione. Assemblea Nazionale, Seoul – Corea del Sud 6 dicembre 2016 (Photo by Jeon Heon-Kyun-Pool/Getty Images)
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Lee Jae-yong vicepresidente Samsung
Lee Jae-Yong, vicepresidente Samsung, risponde alle domande durante l’audizione parlamentare sulle accuse di corruzione. Assemblea Nazionale, Seoul – Corea del Sud 6 dicembre 2016 (Photo by Jeon Heon-Kyun-Pool/Getty Images)

Lee Jae-yong (conosciuto in occidente come Jay Y. Lee), figlio di Lee Kun-hee fondatore di Samsung e da dopo la sua morte avvenuta nel mese di ottobre a capo del colosso tecnologico, è stato condannato a 2 anni e mezzo di prigione per corruzione e appropriazione indebita. Secondo quanto riportato dall’agenzia stampa coreana Yonhap, l’erede miliardario – che Forbes inserisce al 4° posto della classifica delle persone più ricche della Corea nel 2020 – è stato condotto in carcere direttamente dall’aula di tribunale lasciando così l’azienda priva di una guida.

Aspetti chiavi

  • L’Alta Corte di Seoul ha inflitto a Jay Y. Lee, vicepresidente di Samsung Electronics Co., la pena detentiva per aver corrotto l’ex presidente sudcoreana Park Geun-hye e la sua amica di lunga data, Choi Soon-sil, al fine di ottenere il sostegno del governo per un trasferimento regolare da padre a figlio del potere manageriale alla Samsung.
  • Il comitato interno a Samsung istituito da Jay Y. Lee a febbraio per monitorare la conformità dell’azienda alle leggi e all’etica, dopo che lo stesso tribunale aveva ordinato a Lee nell’ottobre 2019 di elaborare misure per prevenire le carenze etiche in Samsung è stato ritenuto dal tribunale non abbastanza efficace da essere preso in considerazione per la sentenza.
  • Dopo aver ascoltato il verdetto Jay Y. Lee ha fissato per un po’ il vuoto. Quando i giudici hanno lasciato l’aula e si è accasciato su una sedia.

Il contesto

Il 52enne Jay Y. Lee è stato accusato nel febbraio 2017 di aver elargito tangenti per un totale di circa 8,6 miliardi di won pari a 7,8 milioni di dollari al fine di ingraziarsi Choi Soon-sil, amica e confidente di lunga data della presidente sudcoreana Park Geun-hye, per ottenere il favore del governo alla transizione del controllo manageriale di Samsung dal padre Lee Kun-hee. Parte di questi soldi sono andati a sostegno delle spese relative alla formazione equestre della figlia di Choi, altri a una fondazione sportiva gestita dalla famiglia di Choi. Per tali ragioni l’erede Samsung era stato condannato a 5 anni di carcere e la presidente Park Geun-hye era stata costretta a dare le proprie dimissioni. Nel 2018 tuttavia la condanna era stata sospesa e Jay Y. Lee aveva ricevuto la libertà condizionale. L’ultima sentenza di questi giorni ha però riportato in carcere il miliardario e confermata la detenzione anche per l’ex presidente sudcoreana che dovrà ora scontare ben 20 anni di carcere.

La citazione

Il verdetto finale ha deluso le speranze dei sostenitori di Jay Y. Lee e di altri leader d’azienda che hanno chiesto alla corte clemenza nei confronti del rampollo Samsung, citando il suo ruolo nell’aiutare a superare le difficoltà economiche portate dalla pandemia di coronavirus. “La natura del caso si configura in un abuso di potere dell’ex presidente, che ha violato la libertà e i diritti di proprietà dell’azienda. Detto questo, la sentenza è molto deplorevole”, ha affermato Lee In-jae, uno degli avvocati di Lee. Tuttavia, dall’altra parte della barricata la sentenza è stata ampiamente accolta con favore dagli attivisti anti-corruzione che hanno chiesto alla magistratura di mostrare una forte volontà di affrontare le relazioni tra l’industria e l’élite politica.