Manager dalla testa ai piedi: Paulo Fonseca si racconta a Forbes

Paulo Fonseca allenatore Roma
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Si potrebbe iniziare a raccontare la storia manageriale di Paulo Fonseca, attuale tecnico della As Roma, prendendo in prestito una bella frase del giornalista e scrittore Romano Battaglia: “I destini dell’uomo sono come fiumi, alcuni scorrono veloci, senza incertezza, lungo facili percorsi. Altri passano attraverso mille difficoltà, ma arrivano ugualmente al mare”. Il fiume, appunto, ha fatto da cornice al percorso da allenatore di Fonseca: prima le rive del Douro che accarezzano Porto, poi le sponde del Kalmius di Donetsk e ora il Tevere, che accompagna da sempre la storia della Città Eterna. Il mare è lì che attende e ogni corso d’acqua ha il proprio da raggiungere; Forbes Italia ha intervistato Paulo Fonseca per conoscere la sorgente di un percorso che ha molto da raccontare.

Portogallo, Ucraina e ora Italia. Lei ha gestito, tra le diverse squadre che ha allenato, anche tre importanti club come Porto, Shakhtar Donetsk e ora Roma. Come è cambiato, se è cambiato, il suo lavoro in queste differenti realtà?
Ovviamente le cose cambiano. Cambia il contesto competitivo, cambia il nostro modo di adattarci, anche per questioni culturali, anche se Portogallo e Italia, essendo Paesi latini, hanno un modo di vivere, di sentire e di amare il calcio molto simile. L’Ucraina è un Paese diverso, con una mentalità diversa, ma alla quale mi sono adattato molto bene. Noi allenatori dobbiamo capire rapidamente che lavorando in Paesi diversi, si lavora anche con modi diversi di vedere la nostra professione, di viverla, di criticarla o anche di valorizzarla.

Prima calciatore, poi allenatore… come è cambiata la sua vita con questo passaggio? Quale dei due ruoli le piace di più e perché?
La responsabilità del ruolo di allenatore è totalmente diversa da quella di un giocatore. Prima mi allenavo e non mi preoccupavo di altro, ora no. Passiamo molte ore a pensare, a realizzare, a progettare, ma devo dire che mi piace molto di più fare l’allenatore, piuttosto che fare il calciatore. È un piacere e una soddisfazione incomparabile con quella di quando ero giocatore.

Quali devono essere secondo lei le doti di un buon manager? La leadership è una dote innata o si può costruire?
Per me, per essere un buon manager è fondamentale essere vero, onesto, entusiasta oltre a essere un grande motivatore. Per dirigere un gruppo di lavoro serve anche una grande capacità di adattamento. Perché la nostra leadership deve essere adattata secondo le caratteristiche delle persone che guidiamo, gli obiettivi del team e gli obiettivi da raggiungere. Per un allenatore è importante avere delle caratteristiche di un leader forte, ma la leadership si può anche lavorare.

Paulo Fonseca Roma
Paulo Fonseca allena la Roma dalla stagione 2019-20 (foto Francesco Pecoraro/Getty Images)

Nel corso della sua attività avrà sicuramente vissuto situazioni complicate a livello manageriale. Quali sono state e come le ha affrontate?
In un gruppo di lavoro ampio capita spesso che ci possano essere dei momenti delicati. In questi casi ci sono diversi modi di agire e ciò dipende molto dalla personalità e dalle caratteristica della persona stessa che si trova a doverli gestire: ogni volta bisogna decidere in base alla situazione specifica, non c’è una regola assoluta. L’importante è affrontare le situazione difficili e prendere decisioni tenendo sempre in considerazione, in primis, l’interesse della squadra con cui si ha a che fare.

Quando ha iniziato la sua carriera da allenatore quali obiettivi si è posto?
Quando si inizia – e io ho iniziato dalla gavetta – l’obiettivo principale è quello di raggiungere le squadre migliori del tuo Paese, nel mio caso del Portogallo, e in seguito raggiungere le migliori squadre in Europa. Posso dire che ora ho già raggiunto una delle migliori squadre d’Europa, ma voglio vincere dei titoli: voglio vincere dei campionati in Europa, voglio vincere dei titoli europei. Nonostante questa ambizione, il mio obiettivo principale è quello di non perdere mai la passione per questa professione, svegliarmi ogni giorno motivato e continuare a essere lo stesso allenatore entusiasta e appassionato.

Qual è la dote umana e manageriale di cui va più orgoglioso? Cosa cambierebbe invece del suo carattere?
Posso dire che mi sento molto bene con me stesso perché provo a essere sempre giusto ed equilibrato. Credo che la questione dell’equilibrio sia fondamentale per avere successo. Cosa cambierei? Penso che siamo tutti diversi, anch’io ho i miei pregi e difetti. E che tutti noi, nella vita, dovremmo cercare sempre di migliorare, ma se cambiamo qualcosa nel nostro carattere, dobbiamo stare attenti: se smettiamo di essere noi stessi, rischiamo di perdere la nostra identità.

Quando non allena cosa le piace fare?
In alcuni momenti mi piace staccare e amo, soprattutto, passare il tempo libero con mia moglie, i miei figli, passeggiare con loro in riva al mare, andare in un buon ristorante e camminare nel centro di Roma. E devo confessare che sono anch’io un amante di Netflix, soprattutto quando sono in viaggio e in trasferta.

Forbes non parla principalmente di calcio ma si rivolge ai manager e agli imprenditori. Secondo lei un allenatore che insegnamenti può dare a chi ricopre un ruolo manageriale, anche se non calcistico?
Un consiglio che posso dare a un leader, che sia nello sport o che sia in un’azienda, è che se vuoi guidare un gruppo, motivarlo e fare arrivare i messaggi alle persone, devi farlo con onestà. Penso che essere sempre veri sia fondamentale: solo così le persone ti rispetteranno di più. Un’altra caratteristica importante credo che sia il saper ascoltare. Ovviamente dovremo prendere sempre le nostre decisioni sulla base di ciò in cui crediamo, ma saper ascoltare gli altri è molto importante per la nostra crescita.