La startup di questi under 30 regala una seconda vita alle batterie usate delle auto elettriche

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Articolo tratto dal numero di febbraio 2022 di Forbes Italia. Abbonati!

Avevano tutti ambizioni diverse Mattia Stighezza, Michele Franceschetti, Antonino Andreacchio, Luca Dallara, Lorenzo Tapini e Marco Mostarda. C’era chi voleva diventare un creativo della Lego, chi un calciatore professionista, chi un pilota di formula uno e chi persino un inventore. Ma alla fine, il desiderio comune di generare un impatto positivo sul mondo ha avuto la meglio. 

Nel 2019 Marco, Michele, Luca e Antonino furono ammessi al Tacc – Training for automotive companies creation, un programma dell’università degli studi di Modena e Reggio Emilia destinato allo sviluppo di startup innovative, con l’obiettivo di stimolare gli studenti di laurea magistrale a generare nuove soluzioni in ambito automotive. Proprio qui, i quattro studenti hanno concepito, grazie al supporto di professori e mentors, la loro prima idea: Remodule, startup che voleva dare una seconda vita alle batterie usate delle auto elettriche. “Proprio durante lo svolgimento del progetto ci siamo avvicinati al mondo delle batterie. Abbiamo capito quanto il problema del loro smaltimento fosse cruciale per il decollo del mercato dell’accumulo elettrico e per il raggiungimento degli obiettivi di contenimento delle emissioni nocive in Europa”, raccontano.

Cosa fa Remodule

Con il crescere dei veicoli elettrici che arriveranno a fine vita, sia per calo prestazionale sia per un nuovo modello, la quantità di celle al litio da smaltire crescerà esponenzialmente. Tuttavia, queste celle hanno ancora prestazioni sufficienti per essere impiegate in applicazioni meno severe, a patto che il loro valore sia stimato con attenzione. Ed è proprio qui che entra in gioco Remodule: recuperare i pacchi batteria destinati allo smaltimento, ricavarne le celle e testarle per poterne certificare le prestazioni. Per rivenderle poi a coloro che si occuperanno di creare batterie per l’accumulo stazionario. “In questo modo, non solo ritarderemmo il riciclo senza comprometterlo, ma offriremmo ai nostri clienti un prodotto dall’alto rapporto qualità prezzo. In ultimo, ma non per importanza, non dimentichiamo l’enorme guadagno ambientale legato alla mancata produzione di celle nuove, facilmente sostituibili con le nostre celle di seconda vita”. 

Grazie alle loro competenze personali – provengono da percorsi di laurea in ambito ingegneristico ed economico -, hanno realizzato il primo prototipo della tecnologia. Inoltre, quello che hanno imparato durante il programma è servito loro per trasformare l’idea in un vero piano industriale. Con Tapini nel ruolo di cmo, il team della neonata società era al completo e, a nemmeno un anno dall’inizio del progetto, si è aggiudicata il suo primo riconoscimento: una menzione speciale del Premio mobilità 2019 promosso dall’Agenzia per l’energia e lo sviluppo sostenibile.

Gli obiettivi a medio termine

Il sistema di Remodule coniuga quindi innovazione e sostenibilità in un’ottica di economia circolare. Ma quali sono i vantaggi per gli attori della filiera? “Il valore aggiunto è quello di essere tra i primi a poter offrire un accumulo domestico e industriale dalle prestazioni equivalenti rispetto alle soluzioni presenti sul mercato, ma a costi inferiori. Senza dimenticare l’impatto ambientale ridotto. In ultimo, adottare la nostra soluzione significa fare un passo in avanti enorme in termini di responsabilità sociale d’impresa”.

Per il futuro, il team non ha paura delle nuove sfide. “L’obiettivo che ci siamo posti a breve termine è quello di avviare il nostro progetto pilota che ha come scopo quello di validare l’intera procedura, dalla fornitura dei pacchi alla vendita delle celle. Più a lungo termine, invece, ci stiamo proiettando verso la costituzione della nostra società, che rappresenterà il passo più importante per noi e per tutti coloro che crederanno nella nostra realtà”. 

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