La partita geopolitica tocca anche l’acqua. E gli Usa guardano all’Europa per gestire il fabbisogno idrico

Lucio Miranda, presidente ExportUsa
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Il 22 marzo, dal 1993, si celebra la Giornata Mondiale dell’Acqua. Un’importante occasione per riflettere su questo bene comune e accendere un faro su quei 2 miliardi di persone che, in questo momento, vivono senza accesso all’acqua potabile. Il tema della Giornata dell’acqua di quest’anno è legato alle acque sotterranee. Le acque sotterranee non sono visibili, ma il loro impatto è decisamente molto visibile e riguarda ciascuno di noi perché avranno un ruolo fondamentale nell’adattamento ai cambiamenti climatici. Gestire in modo sostenibile questa risorsa – che non è illimitata – è di vitale importanza per il nostro futuro. 

La gestione dell’acqua torna al centro

Con il rientro negli accordi di Parigi, la sostenibilità torna ad essere una priorità anche per la Casa Bianca. In particolare, trattamento e gestione dell’acqua stanno diventando un tema centrale. A tale proposito il Congresso ha approvato, bipartisan, un primo pacchetto di interventi esclusivamente dedicato alle infrastrutture idriche. L’House of Transportation and Infrastructure Committee (il Comitato sulle infrastrutture del Senato) ha autorizzato un investimento pari a 50 miliardi di dollari in 5 anni per la gestione delle acque reflue, la manutenzione il controllo delle inondazioni, la distribuzione e altri aspetti legati all’acqua. Un piano per gestire in maniera sostenibile una rete di distribuzione idrica lunga circa 2,2 milioni di miglia. 

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La gestione problematica delle acque reflue

“La qualità delle risorse idriche negli States – precisa Lucio Miranda, presidente di ExportUSA (società di consulenza che aiuta aziende e professionisti italiani ed europei a entrare nel mercato americano) – è vessata da tecnologie non aggiornate: dagli impianti per il trattamento dell’acqua ai filtri, dalle valvole alle tubature, sino ai sistemi di monitoraggio delle perdite idriche. L’Europa, in particolare Italia e Olanda, dispongono di tutto il know-how necessario per aiutare gli Stati Uniti a dotarsi di sistemi innovativi per la gestione dei reflui. È questo il momento di investire”.

L’eccellenza veneta 

Nuove Energie, storica realtà veneta leader nel trattamento e filtrazione delle acque, ha colto la palla al balzo investendo negli Stati Uniti dove opera nel settore industriale e civile. In particolare, nel 2010 l’azienda ha investito 400 mila dollari per ottenere un’importante certificazione e legittimare, così, la propria presenza negli Usa in maniera efficace. 

“Il nostro percorso in America – racconta Gianmaria Massignani, ceo del gruppo – è iniziato nel 2007, quando abbiamo deciso di dotarci di intermediari per distribuire e vendere le nostre tecnologie. Nel 2019 abbiamo poi aperto la nostra filiale in America. Costituire la società negli States ci ha permesso di assumere 3 figure professionali, formarle e controllare la distribuzione e i costi dei nostri prodotti. Grazie alla costituzione della società americana, la quota di fatturato relativa a tale area geografica è passata da 1 milione di dollari nel 2019 a 3 milioni di dollari nel 2022”.

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Una perdita giornaliera da 9 mila piscine

Dalla metro area alle zone industriali alle campagne, l’America ha bisogno di finalizzare interventi strutturali importanti. Negli Usa si registrano guasti alla rete idrica ogni due minuti: una perdita giornaliera pari a 22 miliardi di litri, l’equivalente di 9 mila piscine. Le iniziative per rendere la gestione dei reflui industriali e civili sono molteplici: dal piano di 800 milioni di dollari della Città di New York per ristrutturare le infrastrutture idriche sotterranee, al progetto di San Diego del valore di 300 milioni di dollari per modernizzare il principale impianto di trattamento delle acque reflue a molte altre iniziative federali e statali per rendere gli Usa all’avanguardia (fonte: Webuild). 

Un fabbisogno sempre crescente

Il sistema idrico americano è sottoposto a uno stress enorme che cresce costantemente a causa dell’aumento della popolazione e dello sviluppo dell’economia. Attualmente questo sistema fornisce acqua per irrigare 55 milioni di acri (pari a 22,2 milioni di ettari) e rispondere ai bisogni di oltre 300 milioni di persone. Una rete obsoleta (alcune infrastrutture risalirebbero, addirittura, alla prima guerra mondiale) cerca di soddisfare le esigenze di tutti, dalle grandi industrie alle piccole e medie imprese, dalle case dei singoli cittadini alle amministrazioni pubbliche. Questa situazione necessita di interventi immediati, un obbligo da affrontare immediatamente, perché – se è vero che la popolazione americana raggiungerà i 400 milioni di persone entro il 2050 – si registrerà un ulteriore aumento della domanda di acqua e una conseguente pressione sulle infrastrutture esistenti.

Una catena di fornitura sbilanciata a Oriente

Il Covid-19 ha reso drammaticamente evidente qualcosa che già non andava: una supply chain lunga e sbilanciata verso Cina e Asia in generale.  L’assetto geopolitico globale era precario perché erano evidenti la pervasiva presenza cinese nell’economia mondiale e una sbilanciata catena del valore. In un mondo sempre più interconnesso e digitalizzato, dipendiamo dalle forniture asiatiche di beni cruciali quali i dispositivi medici, elettronica, macchinari e beni strumentali. Forniture che, con il virus, si sono improvvisamente arrestate e hanno paralizzato il commercio internazionale, mettendo in crisi soprattutto gli Stati Uniti.

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L’Europa torna al centro

Subito prima dell’emergenza sanitaria, le misure protezionistiche e ritorsive – con i dazi americani al centro del dibattito – hanno scosso i mercati, provocando incertezza nelle imprese e negli investitori. In un contesto di questo tipo, la contrazione dell’export era inevitabile ed è stata acuita dalle misure restrittive, imposte per arginare la pandemia. Dopo un 2020 burrascoso, abbiamo assistito a un più ottimistico 2021 che ha riposizionato, al centro degli interessi commerciali Usa, l’Europa e l’Italia soprattutto per i settori dei macchinari, beni industriali e beni strumentali. L’era Biden sta aprendo, infatti, a una nuova iniezione di finanziamenti pubblici nel mercato americano che, combinata con il ripensamento della supply chain e il congelamento dei dazi punitivi del caso Airbus Boeing, farà slittare il sistema di fornitura dall’Asia all’Europa.

Un’occasione anche per l’Italia

“L’amministrazione USA – conclude Lucio Miranda – aveva inizialmente programmato oltre 4 mila miliardi di dollari di interventi diretti nell’economia americana. Pare ne arriveranno solo 1500. Un piano di investimenti di stampo keynesiano che si ripropone di riammodernare tutto il sistema delle infrastrutture e che vede le prime clausole No China scritte nero su bianco negli appalti. Di conseguenza gli appaltatori americani si rivolgeranno sempre più ai partner europei, in particolare alle imprese italiane leader del settore. L’America non dispone, infatti, di tutto il know-how e di tutte le attrezzature necessarie per dare attuazione a progetti così complessi in maniera autonoma”. 

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