È morto Shinzo Abe, l’ex premier che ha rilanciato l’economia giapponese

Shinzo Abe
(Photo by Franck Robichon – Pool/Getty Images)
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L’ex premier giapponese Shinzo Abe, 67 anni, promotore di politiche economiche in grado di risollevare il Giappone, è stato ucciso da due colpi di arma da fuoco esplosi da Tetsuya Yamagami, 41enne, ex militare della Marina giapponese. L’omicidio è avvenuto durante un evento elettorale nella regione di Nara, in Giappone. Shinzo Abe è stato il più giovane primo ministro del Giappone e il più longevo: ha ricoperto la carica una prima volta dal settembre 2006 al settembre 2007 e una seconda dal 26 dicembre 2012 al 16 settembre 2020.

Esponente del Partito liberal democratico (Ldp), noto per le sue posizioni di stampo nazionalista, discendeva da una famiglia politica (suo nonno e suo prozio erano stati primi ministri), e iniziò la sua carriera nella camera bassa del parlamento giapponese. Abe è ricordato per il suo legame con gli Stati Uniti, per essere stato sempre sotto la costante minaccia dei missili nordcoreani e, soprattutto, per le audaci strategie di ripresa economica, passate alla storia con il nome di Abenomics, crasi tra Abe ed economics.

Le tre direttrici di Abe

Grazie ad Abe e alla sua squadra di governo, il Giappone è uscito da una lungafase di depressione economica. Le misure applicate dopo la vittoria elettorale elettorale del 2012 seguirono tre direttrici: misure monetarie, fiscali e riforme strutturali. Il modello teorico ispiratore è stato quello keynesiano, con alcuni aspetti di deregolamentazione e di economia dell’offerta. Il punto di partenza delle Abenomics sono gli anni di bassa crescita alternata a recessione, l’elevato debito pubblico, l’invecchiamento della popolazione, abbinato a limitata immigrazione, e la concorrenza della Cina.

Nello specifico, Shinzo Abe ha agito sul deprezzamento dello yen per tutelare e incentivare l’export giapponese. Ha poi fissato il tasso di interesse in negativo (per scoraggiare il risparmio). Con l’aumento della spesa pubblica e una politica monetaria espansiva ha tentato di aumentare l’inflazione (l’obiettivo era arrivare al 2%, mai raggiunto) per uscire dalla deflazione che attanagliava il Giappone da quattro anni prima dell’inizio del suo mandato nel 2012.

Inizialmente l’economia giapponese ne ha beneficiato, con un tasso di crescita che nel primo quadrimestre del 2013 ha raggiunto il 3,5% e un mercato azionario che è cresciuto del 55%. Grazie alle politiche sul deprezzamento dello yen l’esportazione è cresciuta del 12%, con un avanzo commerciale di 300 miliardi di yen. Il periodo di crescita è durato 71 mesi, a soli due mesi dal record del dopoguerra.

Le critiche e le Womenomics

Le critiche mosse alle Abeconomics riguardano in particolare le politiche sull’inflazione, che avrebbero portato all’abbassamento dei salari reali con una conseguente riduzione del potere d’acquisto dei giapponesi. Il governo ha risposto che la questione si sarebbe potuta risolvere con una riforma del sistema fiscale e una maggiore competitività.

Ha ottenuto pochi risultati la sua politica rivolta all’inserimento di più donne nel mondo del lavoro. Per descrivere questa linea è stato coniato il termine “Womenomics”. Il Giappone è però sceso al 120° posto nel Global Gender Gap Index 2021 redatto dal World Economic Forum.

La crisi legata alla pandemia e le dimissioni

Lo scoppio della pandemia ha aggravato i problemi ancora esistenti: la crisi di produzione legata al coronavirus, la crescente voglia di crescità della Cina e la crisi demografica. Come riportava l’Economist in un articolo del settembre 2020, pubblicato dopo le dimissioni di Shinzo Abe, “tutti questi problemi sono stati resi più gestibili dagli otto anni di governo di Abe”.

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