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2 gennaio 2026

Chi furono gli “assassini” del Monte dei Paschi: un libro racconta la crisi del sistema bancario italiano

L’ex direttore generale della Fondazione Montepaschi Marco Parlangeli ricostruisce nel suo libro le responsabilità politiche e strategiche che portarono al collasso della banca più antica del mondo
Chi furono gli “assassini” del Monte dei Paschi: un libro racconta la crisi del sistema bancario italiano

Alessandro Rossi
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Alessandro Rossi

Marco Parlangeli oggi è un giornalista e analista economico-finanziario con una lunga esperienza nel racconto delle crisi bancarie e dei loro effetti sul sistema Paese. E’ stato, soprattutto, direttore generale della Fondazione Montepaschi negli anni particolarmente caldi per la banca senese. Fu costretto a lasciare il suo incarico perché in disaccordo con le scelte che stavano per essere compiute.

Nel suo libro I dieci anni che sconvolsero il Monte e gran parte del sistema bancario italiano, ricostruisce con rigore documentale e taglio narrativo il decennio che ha travolto il Monte dei Paschi di Siena, offrendo una chiave di lettura ampia e critica delle dinamiche che hanno segnato non solo l’istituto più antico del mondo, ma anche una parte rilevante del sistema bancario italiano. Forbes Italia lo ha intervistato.

Perché si è deciso a scrivere un libro su vicende che ormai sembrano appartenere alla storia?

Uno degli scopi della pubblicazione del libro è proprio quello di raccontare, soprattutto alla comunità senese ma anche a chiunque segua con interesse le vicende del mondo finanziario, come andarono le cose, non tanto per la mia vicenda personale quanto per il disastro che in quegli anni coinvolse la banca, fino al fallimento di fatto, evitato solo dall’intervento dello Stato con un costo per le casse pubbliche di circa 26 miliardi di euro, praticamente l’entità di una legge finanziaria.

Lei di fatto venne estromesso dalla Fondazione proprio per le sue posizioni contrarie alle scelte dell’epoca.

In estrema sintesi, fu la politica locale, che al tempo controllava la banca, a chiedere le mie dimissioni dopo che, nel corso di una riunione della Deputazione (il cda della Fondazione), dichiarai la mia contrarietà alla decisione di indebitare l’Ente di Palazzo Sansedoni per consentire il mantenimento del 51% della Banca in occasione di un consistente aumento di capitale. Siccome questa era l’indicazione, chiara e forte, ma anche profondamente sbagliata, della classe politica senese (il Partito Democratico locale), sapevo che mi avrebbero chiesto di andarmene. E del resto, come si dice a Siena, non si può stare in paradiso a dispetto dei santi.

Insomma: Parlangeli, una specie di Cassandra bancaria senese?

Il mio monito, ai pochi che ebbero almeno la cortesia di ascoltare le mie ragioni, fu che, tempo pochi anni, la Fondazione avrebbe dovuto regalare la Banca per rimborsare il debito. Sbagliai solo i tempi della mia previsione: non pochi anni, ma tre-quattro mesi dopo successe quello che avevo detto. Resto comunque sempre grato alla mia città per l’incredibile esperienza che mi ha consentito di fare, per le cose che sono riuscito a realizzare e per le persone che ho avuto l’opportunità di conoscere.

Col senno di poi, la crisi del Monte dei Paschi era inevitabile o qualcuno avrebbe potuto fermarla per tempo?

A mio avviso la crisi della banca ha radici di natura strategica ed era dovuta all’incapacità di cambiare il tradizionale modello di business di banca retail, a forte base territoriale e alta intensità di personale. Questo modello, applicato con successo dal Monte in passato, già nel 2000 era arrivato al capolinea e non aveva più futuro, nell’epoca della banca “leggera”, digitale e tecnologica. Solo le banche molto grandi (che potevano ripartire gli ingenti costi degli investimenti in tecnologia su una base di clientela molto ampia) o quelle molto piccole (con un rapporto diretto, personale e consolidato con piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, depositanti) potevano sopravvivere, tanto che gli istituti di medie dimensioni, già all’inizio del 2000, erano scomparsi del tutto, con la sola eccezione del Monte.

Quindi cosa si sarebbe dovuto fare?

Sarebbe stato necessario integrarsi, e quindi essere acquisiti, in una realtà più grande, in grado di competere sullo scenario europeo. Ma questo avrebbe significato, da parte della politica locale, perdere il controllo della Banca, e la politica non ne voleva sapere. In quei dieci anni io feci molti tentativi per realizzare operazioni della specie, e il libro li descrive in modo dettagliato, ma nessuno fu purtroppo coronato dal successo.

Nel decennio che lei racconta, chi sapeva davvero cosa stava succedendo dentro la banca e perché nessuno è intervenuto prima?

Di certo ne avevo piena consapevolezza e in più occasioni cercai di proporre soluzioni che potevano arrestare il piano inclinato su cui vedevo la Banca pericolosamente avviata. In alcune fasi, come racconto nel libro, arrivammo molto vicini a concludere operazioni di integrazione, che avrebbero potuto garantire la sopravvivenza del Monte. Purtroppo, non avevo però la necessaria influenza sulla politica locale, né riuscii ad acquisire il necessario consenso da parte dei decisori del tempo. La politica si dimostrò troppo forte nella difesa dei propri privilegi e dei propri interessi, che almeno in quel frangente contrastavano con gli interessi strategici della Banca.

Il Monte di quegli anni è stato più una banca mal gestita o uno strumento di potere politico-finanziario fuori controllo?

Rispetto alla lungimiranza di chi aveva gestito la Banca nei secoli della sua storia – storia che ho cercato di riepilogare in un intero capitolo del libro – che ne consentì la formidabile crescita e lo sviluppo, in quegli anni mancò la visione strategica in grado di adeguare il modello di Banca a quello che il mercato richiedeva. Prevalsero gli interessi di parte e di corto respiro rispetto a quelli dell’Istituto e della comunità senese. In questo senso si può ben dire che il Monte è stato mal gestito.

Banca d’Italia, Consob, governo: a chi attribuisce le responsabilità più gravi sul piano dei controlli mancati?

Gli “assassini” della Banca furono diversi: quasi come in un giallo di Agatha Christie alla fine di ogni capitolo del libro ne viene individuato uno. Le responsabilità dei mancati controlli a mio avviso ci furono e furono importanti soprattutto nella vicenda dell’acquisizione di Antonveneta, che venne approvata e consentita da tutte le autorità di supervisione del tempo. Anche nella prima vicenda Bnl la mancata approvazione da parte dell’allora governatore della Banca d’Italia Fazio di un progetto ben fatto e condiviso fra i soci fu decisiva. Tuttavia, come dicevo, la responsabilità maggiore fu della mancanza di visione strategica da parte di chi avrebbe dovuto assumere le decisioni necessarie.

C’è un momento preciso in cui, secondo lei, si è rotto definitivamente il patto di fiducia tra il Monte e i suoi clienti?

La clientela, insieme al personale, sono stati nel tempo i maggiori patrimoni della Banca, e le vicende attuali della ripresa del Monte dimostrano che in realtà quel patto di fiducia con i clienti non è mai venuto meno del tutto. Tuttavia, il momento più delicato può forse essere quello – successivo all’acquisizione della Banca del Salento, di cui pure nel mio libro parlo ampiamente – in cui emerse il ricorso ai famigerati prodotti truffa mutuati dall’istituto salentino incorporato, che costò molto al Monte, non solo in termini di immagine.

Dopo tutto quello che è successo, possiamo dire che il sistema bancario italiano abbia davvero imparato la lezione del Monte?

Rispetto al primo decennio del Duemila, il sistema bancario è oggi sicuramente più solido e meglio gestito, per cui probabilmente la lezione è stata imparata. Ma ci si dovrebbe chiedere se il Monte di oggi ha davvero imparato quella lezione. Visti i brillanti risultati della gestione Lovaglio e il ritorno in grande stile fra i big della finanza, pur non avendo più da tempo notizie dall’interno della Banca e limitandomi a quello che si legge, mi pare proprio che i problemi siano stati superati.

E infine, c’entra qualcosa la morte di David Rossi, il responsabile della comunicazione Mps, con la crisi della banca?

David ha lasciato un vuoto incolmabile, era della Contrada della Lupa come me ed era una persona di grande cultura e sensibilità, professionista di valore, persona seria e preparata. La vicenda della sua scomparsa ha lasciato aperti molti dubbi ed interrogativi, anche perché le indagini svolte si sono dimostrate lacunose e approssimative. Non credo però che abbia niente a che vedere con la crisi della banca, che secondo me è invece stata strutturale e dovuta a un modello di business ormai obsoleto e accelerata dalla disastrosa acquisizione di Antonveneta.

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