
Ronald Lauder, erede dell’impero cosmetico Estée Lauder, è l’uomo a cui viene attribuita l’origine di una delle proposte più controverse della prima presidenza Trump: l’idea che gli Stati Uniti potessero “comprare” la Groenlandia. A confermarlo a Forbes.com è stato John Bolton, ex consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, oggi tra i più accesi critici dell’ex presidente.
Secondo Bolton, Trump iniziò a parlare seriamente dell’acquisizione della Groenlandia alla fine del 2018, spiegando che la suggestione gli era arrivata da “un importante uomo d’affari” a lui vicino, poi identificato proprio in Lauder. I due si conoscono da decenni: hanno frequentato la Wharton School of Business negli stessi anni e Lauder è da tempo un finanziatore di cause e candidati conservatori. Solo nel marzo dello scorso anno, ad esempio, ha donato 5 milioni di dollari a MAGA Inc., il super PAC che sostiene Trump, come risulta dai dati della Federal Election Commission.
L’interesse di Lauder per la Groenlandia non si è fermato alle idee geopolitiche. Secondo il quotidiano danese Politiken, il miliardario ha investito in un’azienda locale di imbottigliamento di acqua dolce attualmente in perdita, co-proprietà di Jørgen Wæver Johansen, esponente di spicco del partito di governo Siumut a Nuuk e marito dell’attuale ministra degli Esteri groenlandese, Vivian Motzfeldt. Un’operazione che ha sollevato interrogativi su possibili interferenze politiche.
Sempre Politiken riferisce che Lauder è coinvolto anche in un progetto per la costruzione di una centrale idroelettrica presso il più grande lago dell’isola, attraverso Greenland Development Partners, un consorzio con sede nel Delaware che detiene una partecipazione in Greenland Investment Group, presieduto dall’ex vice segretaria di Stato americana Josette Sheeran.
In un editoriale pubblicato sul New York Post lo scorso febbraio, Lauder ha inoltre delineato scenari alternativi all’acquisto diretto dell’isola, come la creazione di “un nuovo accordo trilaterale tra Groenlandia, Danimarca e Stati Uniti per formalizzare la cooperazione artica”.
Lauder non è l’unico grande nome della finanza americana ad aver messo gli occhi sulla Groenlandia. Jeff Bezos, Bill Gates e Michael Bloomberg hanno investito a partire dal 2019 in KoBold Metals, una società specializzata nella ricerca di minerali critici e terre rare — fondamentali per l’elettronica e la transizione energetica — utilizzando tecnologie di esplorazione basate sull’intelligenza artificiale.
L’investimento è avvenuto tramite Breakthrough Energy, il fondo guidato da Gates con l’obiettivo dichiarato di accelerare l’innovazione nel settore dell’energia pulita. Breakthrough Energy ha partecipato anche al round Series C di KoBold nel dicembre 2024, che ha valutato la società poco sotto i 3 miliardi di dollari, a fronte di un apporto di capitale di 537 milioni.
Nel 2022 si è aggiunto anche Sam Altman, CEO di OpenAI, che ha investito attraverso il suo fondo di venture capital Apollo Projects nel round Series B, da 192,5 milioni di dollari. Un recente documento depositato presso la SEC indica che KoBold sta raccogliendo nuovi capitali, aprendo la porta a ulteriori interventi degli stessi miliardari, proprio mentre la Groenlandia torna sotto i riflettori geopolitici.
Anche Peter Thiel, cofondatore di PayPal e Palantir, ha scommesso sull’isola: all’inizio del 2021 ha finanziato la startup Praxis, che punta a costruire in Groenlandia una “città della libertà” tecnologicamente avanzata. Nessuno dei miliardari citati ha risposto alle richieste di commento di Forbes.
Il tema è tornato d’attualità all’inizio di questa settimana, quando Donald Trump ha intensificato le dichiarazioni sulla necessità di assumere il controllo della Groenlandia per ragioni di “sicurezza nazionale”. “Abbiamo bisogno della Groenlandia”, ha detto ai giornalisti a bordo dell’Air Force One, pochi giorni dopo un intervento militare statunitense riuscito in Venezuela.
Le parole di Trump, unite al rifiuto del consigliere della Casa Bianca Stephen Miller di escludere un’opzione militare in un’intervista alla CNN, hanno spinto diversi leader europei a ribadire con una dichiarazione congiunta il sostegno alla sovranità del popolo groenlandese. Successivamente, il segretario di Stato Marco Rubio e lo speaker della Camera Mike Johnson hanno cercato di ridimensionare i toni, assicurando che un’azione militare “non è un’ipotesi reale”.
A sostenere apertamente l’idea di un’annessione americana è invece Elon Musk, che su X ha scritto: “Se il popolo della Groenlandia volesse far parte dell’America, cosa che spero, sarebbe il benvenuto”.
Secondo Marc Jacobsen, esperto di sicurezza artica e professore associato al Royal Danish Defence College, gli investimenti di Lauder difficilmente avranno “una vera sostanza economica”. “Ciò che conta è lo stretto legame con i decisori politici groenlandesi. Qui si parla di strategia e di acquisizione di controllo”, ha spiegato a Forbes.
Jacobsen osserva anche un aumento significativo della presenza americana sull’isola negli ultimi anni, favorito da nuovi voli diretti tra New York e Nuuk. “Ci sono più americani in Groenlandia che mai. A volte è difficile capire se siano solo turisti o se abbiano anche un interesse in investimenti ‘strategici’”.
Quando nell’estate del 2019 Trump fu interrogato per la prima volta sull’ipotesi di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca, cercò di minimizzare: “È solo qualcosa di cui abbiamo parlato. In sostanza è una grande operazione immobiliare… non è la priorità numero uno”. Ma dopo che la premier danese Mette Frederiksen definì l’idea “assurda”, Trump reagì bruscamente, cancellando una visita di Stato a Copenaghen.
Negli anni successivi, e in particolare durante la sua terza campagna presidenziale, Trump ha ripreso più volte il tema, descrivendo la Groenlandia come un’occasione persa. Nel dicembre 2024, poco prima del suo secondo insediamento, è arrivato a definire il “possesso e il controllo” americano dell’isola “una necessità assoluta”.
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