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19 gennaio 2026

Il visionario garbato: Brunello Cucinelli è l'imprenditore dell'anno

Lo scorso anno l'imprenditore umbro ha incrementato del 12% il fatturato e ricevuto l'Oscar della moda. La sua storia è ora un documentario
Il visionario garbato: Brunello Cucinelli è l'imprenditore dell'anno

Alessandro Dall'Onda
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Alessandro Dall'Onda

Contenuto tratto dal numero di gennaio 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Lui, che è di origini contadine e non perde mai l’occasione per ricordarlo, definirebbe quella che si sta chiudendo “un’ottima annata”. Non solo per la crescita del fatturato, stimata intorno al 12% sull’anno precedente, ma anche perché, per Brunello Cucinelli e la sua famiglia, è stato un anno di grande raccolta sotto il profilo dell’immagine. A Palazzo Brancaccio a Roma, il 16 dicembre, Forbes lo ha premiato come Top of the Forbes 2025, ma è stato solo l’ultimo riconoscimento in ordine di tempo per lo stilista e imprenditore umbro. La vendemmia di premi è iniziata il 1 dicembre a Londra, dove ha ricevuto dal British Fashion Council l’Outstanding Achievement Award, un riconoscimento paragonato a un Oscar mondiale della moda, precedentemente assegnato a icone come Karl Lagerfeld, Giorgio Armani e Miuccia Prada.

Pochi giorni dopo, il 4, davanti a oltre mille ospiti internazionali, negli studi di Cinecittà, c’è stata per la première mondiale del film documentario Brunello, il visionario garbato, diretto da Giuseppe Tornatore con le musiche di Nicola Piovani. Ma i riconoscimenti hanno coinvolto tutta la famiglia e il top management. A settembre, Carolina Cucinelli è stata inserita da Wwd tra le ’50 Women in Power 2025′ della moda e del retail. A novembre, il ceo Riccardo Stefanelli è entrato nella lista Time 100 Climate 2025 per il suo impegno contro il cambiamento climatico. Ad aprile, lo stesso Brunello aveva ricevuto una laurea honoris causa in architettura.

Allora, benché Cucinelli sia un personaggio molto noto, vale la pena conoscerlo meglio. Forbes lo ha intervistato.

Oltre al premio Top of the Forbes 2025 che ha appena ricevuto e che attesta il suo successo – non solo quello di quest’anno, ma anche quello conseguito nel resto della sua carriera – ai primi di dicembre ha ottenuto un altro importante riconoscimento a Londra. Che effetto le fa? Questi premi sono un traguardo o uno stimolo?
Sì, il 1 dicembre ho ricevuto un premio dalla Camera della moda londinese. È forse il riconoscimento più prestigioso nella storia della moda: in passato è stato attribuito a icone come Ralph Lauren, Prada, Armani. Credo che questo sia il mio primo vero premio alla carriera… e quando te lo danno non è sempre un bel segno!

Non scherzi…
Sono andato al cimitero, nella cappellina della mia famiglia, dai miei nonni, dai miei zii, e ho detto: ‘Ragazzi, devo andare a Londra a ritirare un premio meraviglioso, che mai avremmo immaginato’. L’ho sentito come un riconoscimento anche per loro, per la nostra vita, per ciò che abbiamo costruito. È un premio che consolida un gusto, un’identità di stile. Aver creato un’identità, come ha fatto Giorgio Armani, come ha fatto Ralph Lauren, è la cosa che più mi onora.

E il premio Top of the Forbes, invece?
Beh, che c’entra. È un bel traguardo anche quello. Anzi, direi che è un onore e un privilegio. Se non sbaglio è la prima volta che lo consegnate ed essere il primo è sempre un bel traguardo. Poi c’è Forbes con tutto il suo fascino per il mondo dell’imprenditoria, con la sua autorevolezza. Sì, mi avete fatto proprio un bel regalo. Anche perché nelle motivazioni non c’è solo la moda, ma riconoscete tutti gli sforzi che ho fatto per imporre la mia filosofia di vita anche nel lavoro e nel successo.

Quando questa intervista uscirà, sarà appena arrivato nelle sale Brunello, il visionario garbato, il film diretto da Tornatore con le musiche di Piovani. Come si è sentito nel vedere la sua vita trasformata in un’opera cinematografica?
Scherzosamente dico sempre che i documentari si fanno quando si è morti… perché dopo la morte tutti diventano più buoni! Io invece ho voluto farlo in vita, e farlo con due poeti: Tornatore e Piovani. Con loro condivido una vita semplice, da figli degli anni Sessanta, della campagna. Nel film ci sono testimonianze forti: Mario Draghi, Oprah Winfrey… ed è stato commovente ripercorrere la mia storia. La parte della mia infanzia contadina l’abbiamo girata nella casa dove sono nato. L’ho ricomprata quattro anni fa: il pastore che l’aveva acquistata 50 anni fa non aveva cambiato nulla. Entrare lì, rivedere le travi della camera dove dormivo, dove si appendeva l’uva… è stato un soffio dell’anima.

Già, tutto parte da lì. Dalla campagna e dalla dignità del lavoro, che è uno dei pilastri del suo pensiero imprenditoriale. Come la traduce concretamente nella gestione dell’azienda?
Vengo da una famiglia di contadini e poi di operai. Negli anni Settanta mio padre tornava a casa umiliato, non tanto per i soldi, ma per gli sguardi che riceveva dagli altri. Mi sono sempre detto: qualsiasi cosa farò nella vita, voglio restituire dignità morale ed economica al lavoro operaio. Noi facciamo profitti, certo, siamo quotati in Borsa. Ma sono profitti sani: non voglio dimenticarmi di nessuno, né del creato. Le condizioni di lavoro devono essere buone: finestre, luce, ambienti belli. In Italia l’operaio è considerato l’ultimo gradino, eppure nella mia azienda gli operai guadagnano il 12% più degli impiegati. E poi, niente smart working, perché creerebbe una distanza: l’impiegato potrebbe farlo, l’operaio no. Io voglio uguaglianza, rispetto, equilibrio.

Questo è quello che definisce ‘capitalismo umanistico’?
Sì. Penso che il capitalismo debba essere contemporaneo al tempo in cui viviamo. Oggi, perché tu sia credibile, devi essere vero. Io sono un capitalista, certo, ma vorrei essere un capitalista equilibrato. Non capisco perché dobbiamo puntare a profitti eccessivi quando basta redistribuire l’1% del profitto per cambiare la vita dei collaboratori. Se non rivalutiamo il lavoro, chi produrrà nelle nostre fabbriche nei prossimi anni? Il problema non sarà vendere, ma trovare chi lavora.

Lei è artigiano e industriale allo stesso tempo. Come vede l’introduzione della tecnologia e dell’intelligenza artificiale?
Oggi il 62% dei nostri capi è fatto a mano. L’intelligenza artificiale la usiamo già, ma in modo gentile: elimina attività ripetitive, non sostituisce l’uomo. L’IA nasce dalla ragione, ma la follia appartiene all’essere umano. Ragione e follia non possono incontrarsi, ma possono collaborare. Ci saranno nuovi lavori e la tecnologia ci libererà da alcune durezze.

La sua azienda è anche una comunità. Qual è il valore più grande che trasmette?
Sono cresciuto con San Francesco e San Benedetto. A 11 anni volevo fare il monaco. Di Benedetto amo l’idea di curare la mente con lo studio, l’anima con la preghiera e il corpo con il lavoro. Di Francesco amo il non-giudizio. Lui diceva: ‘Io voglio vivere così; chi vuole mi segua’. La mia cultura è quella del borgo, della spiritualità semplice. E penso che oggi ci sia un grande bisogno di recuperarla: l’anima soffre, e soffre tanto.

Parliamo di mercato. Il lusso sta cambiando. Come immagina l’evoluzione del ‘lusso gentile’?
Per me il lusso è simbolo del bene morale. Fino a 30 anni fa non aveva aggettivi: era lusso e basta. Oggi dobbiamo tornare alla normalità: un capo ben fatto, esclusivo, duraturo. Non amo la velocità, ma la rapidità: otto ore di lavoro concentrate, niente dispersioni. La troppa velocità ci ha tolto qualcosa dell’animo.

Eppure molti vedono un mondo pieno di odio.
Io non la penso così. È un mondo duro, sì, perché abbiamo il telefono e ci mandiamo messaggi taglienti. Ma la storia dell’umanità è stata infinitamente più violenta. Penso alla Guerra dei trent’anni: morì metà degli europei. Oggi, rispetto a come erano trattati donne, omosessuali, bambini 50 anni fa, viviamo un’epoca di grande progresso morale.

A quale pensatore si sente più vicino?
Marco Aurelio. Imperatore, filosofo, uomo di guerra e di crisi. Eppure ha scritto pagine meravigliose su se stesso. Apri I Colloqui con sé stesso il giorno in cui sei inquieto, e ti rassereni. Il giorno in cui sei felice, ti invita alla misura.

Molti giovani la guardano come un modello. Tre consigli?
Primo: sostituite la paura con la speranza. Secondo: non abbiate insonnia. Noi genitori abbiamo insegnato ai figli ad avere paura del domani. Dormite tranquilli: questa paura non deve contagiarvi. Terzo: camminate con i piedi per terra e guardate le stelle. Il cielo ispira, ma non lo guardiamo più.

Quanto è importante ridere?
Ridere è vita. Sono figlio di Lorenzo il Magnifico: faccio scherzi ovunque. L’ultimo in Giappone: il cuoco mi mette un cetriolino davanti, si gira, e io me lo porto via… purtroppo lui non ha riso! I giapponesi su queste cose sono tremendi.

In un mondo globalizzato, come si mantiene un forte radicamento al territorio?
L’essere umano ha un solo luogo dell’anima. Per molti è il luogo dei primi 20 anni. Tanta gente ricchissima, quando le chiedi del luogo dell’anima, si emoziona. Io rimarrò sempre legato alla mia terra. L’Italia ha uno dei migliori stati sociali al mondo, una qualità umana straordinaria. Ma dobbiamo ridare dignità al lavoro: senza quello non c’è futuro.

Quale sogno vorrebbe lasciare ai posteri?
I poeti sono gli uomini più grandi della storia. L’impero di Augusto è scomparso, Ovidio no. Vorrei lasciare una visione poetica del lavoro e, dall’altra parte, delle opere. Sono convinto che l’anima sia immortale, e che noi siamo solo custodi temporanei del tempo che ci è dato.

Un giornale di economia deve chiederglielo per forza: che futuro vede per il settore della moda e del lusso?
L’anno sarà bellissimo. La moda ha vissuto tre anni di crescita, ora è in una fase di riequilibrio. Io suggerisco piani a cinque anni, non a tre: serve visione. L’Italia, poi, ha più chance di tanti altri paesi: siamo lo 0,66% della popolazione mondiale, e siamo la settima potenza. La nostra qualità, creatività e unicità sono un patrimonio da non perdere. Li dobbiamo custodire, con dignità e con rispetto.  

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