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17 marzo 2026

Il capitalismo riproduttivo: come la maternità surrogata è diventata un'industria globale

Un business di fatturati miliardari, controlli limitati, squilibri tra committenti facoltosi e donne reclutate in contesti fragili
Il capitalismo riproduttivo: come la maternità surrogata è diventata un'industria globale

(Immagine Getty)

Tommaso Carboni
Scritto da:
Tommaso Carboni

Contenuto tratto dal numero di marzo 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Non è nemmeno chiaro se abbia mai messo piede negli Stati Uniti. Xu Bo, miliardario cinese dei videogiochi, 48 anni, attivissimo sui social, vive molto per conto suo. E a modo suo ha risolto una delle grandi questioni che assillano le aziende familiari, ovvero il ricambio generazionale. Per lui niente successioni appese al caso di un banale accoppiamento. Xu si è fatto produrre un esercito di eredi in laboratorio, tutti maschi, tutti con passaporto americano. Capitalismo riproduttivo in purezza: il mercato unisce domanda e offerta, la scienza e il denaro lubrificano. C’è un’élite che crea i propri embrioni in vitro, poi le agenzie specializzate reclutano donne in giro per il mondo a cui affidare, a pagamento, le gravidanze. Una pletora di intermediari coordina ogni fase del processo, dalla selezione genetica alla logistica post-parto. È un business globale, scalabile, che già oggi fattura decine di miliardi di dollari l’anno. Sui social della Duoyi Network, l’azienda di Xu, si legge che il tycoon ha fatto più di 100 figli nati con maternità surrogata negli Stati Uniti.

Dinastie in provetta

All’inizio i clienti cinesi cercavano soprattutto di aggirare la regola del figlio unico: i bambini tornavano in patria come cittadini americani, sfuggendo alle sanzioni. Ma dal 2015 la politica di un solo figlio è stata abolita, e il governo incoraggia le donne ad avere più bambini possibile (finora con risultati modesti). Così è emersa una nuova clientela. Nathan Zhang, proprietario di Ivf Usa, una rete di cliniche per la fertilità che opera tra America e Messico, racconta di cinesi “follemente ricchi” che commissionano decine, o addirittura centinaia di bambini nati negli Stati Uniti. Un miliardario cinese voleva creare una dinastia “inarrestabile” e pretendeva 200 figli in un colpo solo tramite madri surrogate. Zhang, lievemente turbato, si è fatto degli scrupoli. Ha provato a obiettare: “Come pensi di crescere tutti quei bambini?”. L’uomo ha bofonchiato qualcosa di troppo vago e l’affare è sfumato.

Non sempre va così. Il titolare di un’agenzia californiana dice di aver contribuito, negli ultimi anni, a soddisfare la richiesta di un genitore cinese che voleva 100 figli, distribuendo l’ordine tra più agenzie. Le associazioni di settore consigliano di non lavorare con clienti che chiedono più di due maternità surrogate in contemporanea. Ma le raccomandazioni restano tali. Hu Yihan, amministratrice delegata della clinica newyorkese Global Fertility & Genetics, spiega che, quando un cliente chiede tre o quattro maternità simultanee, la reazione è spesso di entusiasmo. “È un colpaccio”, dicono le agenzie. E in effetti lo è: incassano tra i 40mila e i 50mila dollari per ogni gravidanza, esclusi i compensi alle surrogate.

Qualcosa sta cambiando

I controlli finora sono stati minimi, un vero Far West della fertilità in provetta. Eppure qualcosa sta cambiando. Ad esempio, Xu si è visto rifiutare il riconoscimento di alcuni figli nati negli Usa. Quando il giudice lo convocò in tribunale per un’udienza – era l’estate del 2023 – lui non si presentò, apparendo solo in video dalla Cina. Disse, attraverso un interprete, che sperava di avere una ventina di figli maschi, i quali un giorno avrebbero preso le redini della sua azienda. Alcuni di questi bambini erano già nati e crescevano in California, accuditi da tate e domestiche. Xu non li aveva mai visti di persona, raccontò al giudice, ma li aspettava in Cina, appena ottenuti i documenti necessari per viaggiare. Il giudice si incupiva man mano che Xu parlava, ricorda chi era in aula. Questa, disse, non è una famiglia, ma è qualcos’altro, e non mi piace. Così bloccò la procedura. Per i bambini, che per ora restano in America, non si sa cosa sia peggio: il limbo legale o la febbre di dominio di una specie di colonnello Kurtz della tecnologia cinese.

E Pechino cosa pensa di questi traffici? Sotterraneamente li incoraggia, anche se in pubblico c’è un certo stigma. Il governo consente alle agenzie straniere di promuovere in sordina i loro servizi. Tuttavia, i genitori cinesi che usano madri surrogate possono subire contraccolpi politici e personali. Secondo alcune ricostruzioni, una gravidanza surrogata negli Stati Uniti avrebbe contribuito alla caduta di Qin Gang, ex ministro degli Esteri e uomo di fiducia del presidente Xi Jinping.

Non solo miliardari

Ma la maternità surrogata non è solo una faccenda da miliardari. È usata anche da persone comuni, con un legittimo desiderio di avere figli – e lo sarà sempre di più perché le coppie, invecchiando, diventano meno fertili. Molti cinesi oggi anziani, cresciuti sotto il cappio della politica del figlio unico, la vedono come una seconda occasione biologica. Un modo per allargare la famiglia quando l’età, in teoria, non lo consentirebbe più. “È la vendetta del figlio unico”, racconta Hu, manager di una clinica newyorkese specializzata in clienti cinesi. “Qualsiasi famiglia di medio-alto reddito, qualsiasi uomo di 60 anni sta cercando di recuperare quello che gli è stato negato da giovane. All’epoca non c’erano alternative: niente tecnologia, niente mercato, nessuna via di uscita”. Oggi invece c’è tutto: i soldi, la scienza, gli intermediari. Pronti a trasformare un rimpianto in una linea di business.

Uno scambio non alla pari

Alla fine, però, al di là di cliniche, committenti e studi legali, tutta l’industria si regge su una condizione molto più semplice: la disponibilità delle donne. E finché resta un accordo tra persone consenzienti, può anche essere tutto sommato vantaggioso. Sul sito di World Wide Surrogacy, una grande agenzia americana, si legge che le donne, alla loro prima gravidanza surrogata, oltre a risarcimenti per spese mediche, assistenza ed eventuali perdite di reddito, ricevono un pagamento tra 50mila e 70mila dollari. Le surrogate ‘esperte, invece, possono superare i 90mila dollari. Mentre il conto totale per i genitori arriva facilmente a 200mila dollari.

Nel 2023, scrive il Wall Street Journal, quasi 11mila donne hanno effettuato un trasferimento di embrioni come surrogate negli Stati Uniti – più del doppio rispetto al 2014 – secondo dati che coprono il 95% delle procedure di fecondazione in vitro. I clienti internazionali crescono rapidamente, con i cinesi che rappresentano il 41%. In alcuni casi i genitori non si presentano nemmeno al parto e i bambini vengono ritirati da agenti. Una società dice di aver fatto rimpatriare dagli Usa quasi 100 neonati. Altrove, in paesi come Georgia, Cipro, Messico e Colombia, succedono cose simili, ma con compensi per le donne più bassi: tipicamente 10mila–30mila dollari a seconda del mercato.

Il problema non è tanto la freddezza dello scambio, quanto il fatto che ci sia una parte chiaramente più debole. Le donne ingaggiate possono venire da contesti sociali fragili e avrebbero bisogno di tutele, quando invece il settore è ancora poco regolato e supervisionato. Quando qualcosa va storto, a pagare sono quasi sempre loro. A volte i genitori committenti cambiano idea, non adempiono più ai loro obblighi e, a quel punto, la surrogata si trova sola. Nia Trent-Wilson, una donna texana, ha fatto causa all’agenzia dopo che i genitori (noti per debiti insoluti) hanno interrotto i versamenti. Ha ottenuto 20mila dollari, che per metà sono andati all’avvocato. Ora vorrebbe citare in giudizio anche i genitori. In realtà non ha nulla in contrario alla maternità surrogata: era la sua seconda gravidanza. “Vorrei solo regole più rigide”, dice.

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