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11 maggio 2026

Brasile, la fine dei dividendi tax free cambia i conti degli investitori italiani

Per trent'anni i dividendi brasiliani erano esenti da tassazione, anche per gli investitori esteri. Dal 1° gennaio 2026 non è più così
Brasile, la fine dei dividendi tax free cambia i conti degli investitori italiani

Antonello Lupo a sinistra ed Eduardo Lorenzetti Marques a destra

Antonio Ravenna
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Antonio Ravenna

Il Brasile ha rappresentato per oltre trent’anni un caso quasi unico nel panorama fiscale internazionale: dividendi distribuiti dalle società locali esenti da tassazione, anche per gli investitori esteri. Peculiarità che ha portato a una forte presenza degli investitori italiani sul territorio: 13,25 miliardi di euro di stock di investimenti, oltre 40 grandi gruppi industriali italiani presenti sul territorio, più di 1.000 imprese attive, specialmente nei settori alimentare, tessile e nautico, con alcune di esse svolgono un ruolo di primo piano in settori strategici dell’economia, come l’energia.

Dal 1° gennaio 2026, con l’entrata in vigore della Legge n. 15.270/2025, il modello tax free è finito.
Cosa comporta per gli investitori italiani?

Ne parliamo con Eduardo Lorenzetti Marques, Of Counsel, e Antonello Lupo, Partner dello studio legale Ughi e Nunziante.

Avvocato Lupo, chi riguarda concretamente questa misura?
Riguarda direttamente gli investitori stranieri, inclusi i soci italiani di grandi gruppi industriali attivi nel Paese. Fino a oggi i dividendi delle società brasiliane venivano percepiti senza alcuna tassazione in Brasile, con effetti che si riflettevano poi esclusivamente sul piano fiscale italiano. La novità introduce un impatto economico immediato: i dividendi distribuiti subiranno una ritenuta del 10% direttamente alla fonte, con una riduzione diretta dei flussi finanziari verso le società capogruppo estere.

Avvocato Lorenzetti Marques, la ritenuta del 10% si colloca entro i limiti della Convenzione contro le doppie imposizioni tra Brasile e Italia, che consente di tassare i dividendi fino al 15%. Come funziona il coordinamento tra i due sistemi fiscali?
La Convenzione rimane il quadro di riferimento. Il punto critico, però, è il coordinamento con il sistema fiscale italiano: in linea generale, il credito per le imposte estere è riconosciuto solo se il reddito concorre alla formazione della base imponibile in Italia. Per i dividendi, questo principio può limitare la piena recuperabilità dell’imposta pagata in Brasile.

Avvocato Lupo, esiste un meccanismo che consente comunque di recuperare l’imposta pagata?
La Convenzione prevede un meccanismo di credito d’imposta, anche nella forma del cosiddetto matching credit. Alla luce della disciplina convenzionale e della recente giurisprudenza, questo strumento potrebbe consentire, in determinate condizioni, il riconoscimento dell’imposta estera anche in assenza di piena imponibilità in Italia. È un’area che richiede analisi caso per caso: non esiste una risposta automatica.

Avvocato Lorenzetti Marques, cosa devono fare concretamente i gruppi italiani esposti a questa novità?
Serve una rilettura complessiva delle strutture di investimento e dei flussi infragruppo. Il tema non riguarda più soltanto la tassazione domestica: il nuovo contesto fiscale brasiliano è strutturalmente meno favorevole rispetto al passato e richiede una pianificazione che tenga conto di variabili che fino a ieri erano semplicemente assenti.

L’Europa sta spingendo fortemente gli accordi commerciali con i paesi sudamericani, con l’accordo UE-Mercosur. Pensate che questa novità normativa possa porre un freno agli investimenti italiani?
No, l’esenzione fiscale dei dividendi era senz’altro un bonus per l’ingresso dell’investitore diretto nel paese, ma il Brasile nell’ambito dell’accordo UE-Mercosur, è il paese che si beneficerà di più. Ci sono pronostici che stimano che il commercio Brasile – Italia deva aumentare del 40% nei prossimi 10 anni come effetto dell’Accordo. Questo stimolerà gli investimenti reciprocamente.