
Aurora Biofarma
In un contesto in cui il settore della salute sta vivendo una grande trasformazione tra innovazione tecnologica e una crescente attenzione alla prevenzione, Aurora Biofarma si distingue come una delle realtà più dinamiche. L’azienda basa la sua leadership su un modello che articola ricerca, sviluppo e distribuzione, intercettando bisogni trasversali sia in ambito umano che veterinario. Per comprendere questa evoluzione, l’amministratore delegato Nicola Di Trapani ha approfondito i passaggi chiave della società.
L’azienda è nata alla fine del 2010 e ha iniziato la sua commercializzazione ai primi di gennaio del 2011. Partendo senza capitali, Aurora Biofarma ha saputo valorizzare fin da subito gli integratori alimentari, conferendo loro importanza e dignità anche attraverso studi clinici. In quel momento storico, la società stava manifestando una spinta salutistica e una maggiore consapevolezza per lo stile di vita, un’esigenza che l’azienda ha intercettato associandosi inizialmente a Federsalus e gestendo il prodotto in maniera seria e corretta.
Sì, l’azienda è partita nel momento in cui si iniziava a parlare di vera nutraceutica, ovvero l’unione tra prodotti naturali e parte farmaceutica, superando il semplice concetto di integratore alimentare. Dopo i primi cinque o sei anni, è iniziata la seconda fase di sviluppo con i Medical Devices, ovvero i dispositivi medici, che si posizionano a metà strada tra farmaceutica e nutraceutica. Aurora Biofarma, concentrandosi soprattutto sull’ambito gastroenterologico, è diventata una delle prime tre o quattro aziende per produzione e sviluppo in questo settore, cavalcando un’eccellenza italiana. Questo approccio ha permesso di superare le barriere regolatorie e di esportare con successo, soprattutto perché nazioni come Francia e Germania erano rimaste ancorate al farmaco tradizionale. Intorno al 2020-2021 è poi iniziata la terza fase, quella farmaceutica.
La parte veterinaria è nata parallelamente all’azienda, a soli due anni dalla sua fondazione, iniziando con i mangimi complementari. Generalmente quello umano e quello veterinario sono mondi separati, gestiti congiuntamente solo da poche multinazionali, ma per Aurora Biofarma questa unione ha rappresentato un enorme vantaggio competitivo. Trasferendo il know-how dell’umana, in particolare l’esperienza nei Medical Device per la gastroenterologia, l’azienda è riuscita a diventare il terzo player del mercato veterinario, competendo con aziende presenti da 20, 30 o 40 anni. Sono state così fornite risposte a disturbi animali prima trascurati per assenza di presidi, come il reflusso gastroesofageo nei cani. D’altronde, la società sta vivendo un forte processo di umanizzazione degli animali da compagnia. Questo fenomeno è evidenziato dall’innovazione del mercato, come la pillola studiata per rallentare l’invecchiamento dei pet, ma anche dalle attenzioni di chi vive solo, che si riflettono in un numero di chiamate ai numeri verdi e in un’attenzione delle associazioni dei consumatori che è proporzionalmente superiore in veterinaria rispetto all’umana.
Rispetto alle origini in cui era focalizzata al 100% sulla nutraceutica, oggi l’azienda si bilancia con un 20% derivante dalla nutraceutica, un 40% dai medical device e un 40% dalla farmaceutica. In ambito farmaceutico, dopo aver iniziato con lo sviluppo per patologie ambulatoriali minori, l’azienda ha acquistato cinque o sei anni fa diverse molecole divenute generiche a livello internazionale. Oggi Aurora dispone di un portafoglio prodotti di primaria importanza, permettendo l’utilizzo di farmaci (che prima erano costosi) a un quinto del costo originario, e promuovendoli attivamente presso la classe medica.
Poiché in Italia non viene sviluppato un farmaco ex novo da circa quarant’anni, i farmaci di Aurora derivano da attività di ricerca e sviluppo (R&D) a livello internazionale. L’azienda, tuttavia, fa ricerca e sviluppo sui medical devices attraverso altre società di propria costituzione, realizzando prodotti di altissima qualità. Il processo parte da uno studio attento delle esigenze dei mercati: dove la ricerca offre vera innovazione, si sviluppa un prodotto orientato al beneficio clinico; dove l’innovazione scarseggia, si lavora sul vantaggio pratico per migliorare la compliance del paziente.
La strategia di internazionalizzazione parte esportando prodotti in numerosi paesi tramite distributori; attualmente l’azienda esporta in Europa, nei paesi arabi, in Indonesia e in Vietnam, ed è in attesa dell’autorizzazione Fda per l’America. Il secondo e più importante passaggio è l’apertura di filiali autonome dirette con propri dipendenti. Sono già state aperte filiali sia umane che veterinarie in Spagna e Portogallo, e si stanno studiando i mercati di Grecia e Turchia. L’obiettivo a breve termine è l’espansione europea entro un anno, anche se penetrare mercati molto protezionisti come Francia e Germania risulta essere la difficoltà maggiore per le aziende italiane.
Guardando ai numeri attuali, l’intero gruppo dovrebbe superare quest’anno i 120 milioni di fatturato grazie anche alle filiali estere. L’obiettivo per la sola commerciale italiana, che opera tra umana e veterinaria, è quello di posizionarsi tra le prime 10-15 aziende del settore, raggiungendo nei prossimi 3-5 anni un fatturato compreso tra i 150 e i 200 milioni.
Guidare Aurora significa anche preparare il futuro in maniera etica. Per questo motivo, da circa quattro anni, è stata creata una prima linea di direttori formata da professionisti tra i 35 e i 40 anni, che lavorano in azienda da oltre un decennio. L’obiettivo è trasferire la mission e preparare la seconda generazione per quando l’azienda dovrà camminare in autonomia, seguendo le tre fasi di sviluppo delle aziende etiche descritte dall’economista Yannes. Da un punto di vista gestionale, il momento più difficile in assoluto è coinciso con il Covid. L’Italia non produceva materie prime attive ma assemblava solamente, causando enormi mancanze. Con una rete esterna bloccata in casa (circa 200 persone all’epoca, cresciute alle 450 attuali), l’azienda prese la decisione valoriale di garantire comunque la retribuzione a tutti, assumendosi il rischio di pagare fino a un’eventuale chiusura totale. Questa scelta di assoluta solidarietà è stata fondamentale e, nei mesi successivi, ha premiato enormemente la società in termini di credibilità e senso di appartenenza.

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