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18 maggio 2026

Tra Creator e Pet Economy: Luca Gervasi si racconta a Chill&Biz

Luca Gervasi a Chill&Biz, dalla moda al successo nella Creator e Pet Economy: autenticità, business e gestione della community senza filtri.
Tra Creator e Pet Economy: Luca Gervasi si racconta a Chill&Biz

Luca Gervasi

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Tra i microfoni fiammanti e la nuova scenografia degli studi di Piazza Armando Diaz, prende vita una nuova imperdibile puntata del podcast Chill&Biz. A fare gli onori di casa troviamo la rodata coppia formata da Matteo Chiamenti e Andrea Agostini, responsabile marketing di Forbes.
L’ospite d’eccezione di questo episodio è Luca Gervasi, un creator capace di trasformare un evento fortuito in un vero e proprio modello di business, cavalcando l’onda inarrestabile della Creator e della Pet Economy.

Attraverso un dialogo intimo e ironico, Luca ci porta alla scoperta del suo percorso: dai primi passi nel mondo della moda fino al successo virale inaspettato, svelandoci i segreti per mantenere la propria autenticità sui social network senza cedere alla superficialità.



L’intervista completa:

Come si è sviluppata la tua esperienza professionale e come ti ritrovi qua nella Creator Economy?

Mi sono diplomato in ragioneria all’istituto Moreschi, qui a Milano. Dopo il diploma volevo iscrivermi all’università, ma era prima di tutto una scommessa con me stesso, dato che tutti i professori mi avevano sconsigliato di studiare ritenendomi poco portato. Per pagarmi gli studi ho iniziato a fare il cameriere negli skatebox dello stadio di San Siro. Lì c’erano diversi sponsor, tra cui Adecco, che si occupava di trovare gli steward: mi notarono perché a diciotto anni ero talmente terrorizzato da sembrare particolarmente educato e gentile, e mi proposero il mio primo lavoro nella moda come vestierista, colui che mette a posto lo showroom durante le campagne vendite. Ho accettato dicendomi che, pur di pagarmi l’università, fare il cameriere o il vestierista era la stessa cosa. Lavorando negli showroom ho iniziato a osservare tutto, cercando di capire i ruoli dei venditori e dei clienti, e a furia di acquisire competenze mi hanno promosso a “made to measure specialist”, realizzando abiti su misura a livello globale per un brand del lusso.

È stata una vita bellissima ma stancante, in cui cambiavo continente una volta ogni due giorni, ideale dai venticinque ai trent’anni. Volendo cambiare vita ma restando nella moda, sono diventato area manager per un’azienda del lusso a Milano. Poi è arrivato il Covid, il lockdown, e mi hanno regalato un gatto che inizialmente proprio non volevo. Alla fine l’ho tenuto innamorandomene in una notte e, improvvisamente, il mio profilo è cresciuto a dismisura in modo del tutto casuale. Nel frattempo, quella che doveva essere una scommessa persa con lo studio si è trasformata in due lauree, una in marketing internazionale e l’altra in comunicazione specialistica.

Come si fa a passare da un primo video virale a un secondo e quali sono stati gli elementi del tuo successo?

Sono sempre stato propenso alla creazione di contenuti: quando viaggiavo per il mondo, come in Thailandia prendendo un Uber motorbike, pubblicavo storie per i miei amici. Quando è arrivato il gatto, ho semplicemente continuato a registrare la mia quotidianità con superficialità, senza alcuna strategia premeditata. Il vero punto di svolta è stato un video stupidissimo del 2021 che ha fatto trecento milioni di visualizzazioni: cantavo in playback “Bongo cha-cha-cha” appoggiando le mie labbra su quelle del gatto. Il successo è esploso anche per via di un mio errore, perché avevo capito che la canzone dicesse “vongola”, e a furia di ricevere commenti di persone che mi correggevano, il video è diventato virale portandomi trentacinquemila follower dal giorno alla notte. Passare al secondo video è possibile grazie all’intelligenza dell’algoritmo, che targhettizza immediatamente gli utenti: se metti like a un gatto, continuerà a proporti gatti. Nel 2021 i rubinetti delle piattaforme erano aperti per l’avvento dei Reel e di TikTok, è stato il tempismo giusto; se iniziassi oggi da zero con un altro gatto, crescere sarebbe molto più lento. Oggi ho una fanbase di 880.000 persone, di cui seicentomila hanno un gatto. L’elemento che ci ha reso unici è l’artigianalità: un contenuto semplice, poco elaborato, in cui magari accentuo l’espressività del gatto. Inoltre, non essendoci un parlato in italiano, il video ha potuto fare il giro del mondo, dato che una persona su due sul pianeta ha un gatto, generando un’empatia e un’accessibilità universali.

Sui social si parla tanto dell’essere se stessi, l’autogiudizio ha davvero senso o si è sempre un po’ costruiti?

Ognuno di noi è autore di se stesso e sceglie cosa, come e quando pubblicare, quindi per forza di cose ognuno è se stesso. C’è chi si proietta sull’estetica e chi sulla famiglia del Mulino Bianco, ma io ho sempre preferito comunicare la mia realtà senza filtri. Ad esempio, ho un papà dal carattere un po’ fumantino, e mostrarlo ha creato fortissima empatia perché in tante famiglie c’è un personaggio simile. A differenza di chi esce da un programma televisivo, che la gente segue per simpatia ma di cui non conosce il vero vissuto, la mia community mi ha scelto consapevolmente per motivi specifici: l’amore per il mio gatto, per la mia famiglia o per il mio podcast. L’empatia si misura proprio dalla verità che riesci a trasmettere.

Come sei entrato nel business della Creator Economy partendo dal video di un gatto per sbaglio?

Dopo il successo iniziale, ho visto avvicinarsi in modo importante determinati brand di pet food, ma ho connesso i punti della situazione solo tre anni dopo. Sentendo varie interviste e podcast, ho percepito che non solo la Creator Economy funzionava, ma che la Pet Economy stava letteralmente esplodendo. Per cavalcare quest’onda in modo strutturato, ho investito nella realizzazione di un cartone animato sul mio gatto. Esistono tanti gatti famosi come Garfield, gli Aristogatti o Hello Kitty, e il mio progetto è dare la possibilità al pubblico di sapere che il gatto del mio cartone esiste davvero nella realtà. Vorrei fare per lei quello che è stato fatto per Balto a New York: ogni volta che vado in quella città passo dalla sua statua, e vorrei che anche il mio gatto avesse un riconoscimento del genere per l’eternità. Sarò eternamente riconoscente a questo animale: non solo mi ha permesso di cambiare lavoro e vita, ma mi ha cambiato il modo in cui guardo l’esistenza con un amore puro e unico, un amore che lei ricambia pienamente, soprattutto quando le do da mangiare.

Come si gestisce l’equilibrio tra tematiche umane e delicate, come l’amore e le esigenze di business senza snaturarsi?

Ho iniziato a parlare d’amore perché ironizzavo spesso sul mio essere single: i miei video diventavano virali solo se parlavo del gatto o del mio essere single da sette anni. Così sono diventato, con grande orgoglio, il simbolo dei gattari e dei single. A furia di raccontare i miei appuntamenti disastrosi, mi arrivavano messaggi esilaranti dalla community, come quello di una ragazza che al primo appuntamento si è ritrovata con l’auto in panne ed è dovuta scendere a spingere sui tacchi. Questo mi ha spinto a creare un podcast, un posto dove parlare d’amore in maniera leggera ma intensa, targhettizzandomi anche su altri fronti per non rimanere conosciuto solo per il gatto. Rimanere legato a un solo argomento mi avrebbe soddisfatto economicamente, ma non sarebbe stato gratificante a livello personale. L’equilibrio si mantiene non recitando: chi recita deve ricordarsi le battute, mentre essendo me stesso comunico senza filtri l’amore che provo per i miei genitori, i miei amici e il mio gatto. Nel tempo ho solo calibrato il messaggio: prima dicevo di essere “sfigato”, che lanciava un segnale negativo, poi ho corretto il tiro capendo di essere semplicemente “bloccato” a causa di delusioni amorose o appuntamenti sbagliati.

Come gestisci l’interazione con i partner commerciali e hai consigli per monetizzare mantenendo la coerenza?

Non metto dei paletti rigidi semplicemente perché sono fortunato: avendo mostrato apertamente tantissimi aspetti della mia vita nel corso degli anni, qualsiasi cosa io sponsorizzi risulta credibile e mai forzata. Inoltre, sponsorizzo solo cose di un certo livello, non cadendo mai nel tranello dell’offertina per fare cassa o della sovraesposizione pubblicitaria. Il consiglio che do è di mostrare con serenità tutti i contesti della propria vita: se mangi, esci o ti alleni, mostralo, altrimenti un brand sportivo non potrà mai considerarti un ambassador credibile se sui social non ti ha mai visto fare sport. La grande differenza tra la TV e i social è questa: se un conduttore fa una pubblicità in televisione sai che è una marchetta letta da un gobbo, ma sui social la promozione deve essere parte integrante della tua vita vera. Hai il diritto e il dovere di dire la verità a chi ti ascolta: io non sponsorizzerei mai un sito che crasha con link non funzionanti o una finta campagna di saldi, andrei fuori di testa al solo pensiero di non aver verificato e di fare una brutta figura.

Qual è il confine tra la necessità di condivisione della propria emotività sui social e la cosiddetta pornografia sentimentale?

Un limite ci deve essere per forza: quando entro sui social e vedo qualcuno che fa un video mentre piange mi vengono i brividi, perché in un momento di tristezza vera non dovresti pensare ad accendere la videocamera. Ci sono già troppi motivi per stare male guardando le notizie, quindi chi fa il creator e ha la fortuna di fare questo lavoro dovrebbe cercare di intrattenere, applicando un minimo di filtro ed evitando di pubblicare video inutili che servono solo come ganci emotivi. Ho vissuto una situazione limite quando mio padre era ricoverato intubato in terapia intensiva: non potevo pubblicare reel sorridenti per rispettare i contratti commerciali facendo finta di nulla, l’intrattenimento si scontra con i problemi personali. Invece di fare scene pietose, ho semplicemente acceso la videocamera spiegando la verità alla mia community, avvisandoli del perché non avrebbero visto i miei soliti video allegri o “il ballettino con Belen” in quel periodo. Da quella situazione spiacevole, comunicata senza filtri ma con dignità, è nato un bellissimo gruppo in cui tenevo aggiornati i follower sulle condizioni di mio padre, persone che si sono rivelate una vera e propria seconda famiglia. Va benissimo portare le persone nel proprio dietro le quinte, ma non bisogna mai mettere l’esigenza apparente di condivisione davanti al vissuto reale del proprio dolore.

Quali sono le cinque caratteristiche per avere successo nella vita e nel mondo imprenditoriale o social?

Per la vita di tutti i giorni direi l’educazione, l’onestà, la sincerità, la positività e l’intelligenza. Trasportando questi stessi identici elementi nel mondo dei social network, ci aggiungerei senza dubbio anche la trasparenza.

Come gestisci l’interazione con la fanbase e con i cosiddetti hater?

Sarei ipocrita a dire il contrario, ma io fortunatamente non ho hater. Non calcolo le offese pubbliche e non faccio screenshot per creare shitstorm o diffondere messaggi negativi, preferisco rispondere in privato. Se qualcuno mi scrive accusandomi di usare mio padre per i video, gli spiego tranquillamente in chat che mio padre passa le giornate da solo al bar senza fare niente, e io lo integro nei contenuti solo per stimolarlo a fare qualcosa; non ho bisogno di insultare, spiego e basta. A differenza di molti colleghi che per sembrare le persone più amate del mondo vanno a nascondere tutti i messaggi negativi, io lascio tutto visibile. L’unica cosa che mi fa veramente arrabbiare sono i finti etologi del web che commentano i miei video: toccatemi tutto, ma non il gatto, questo potrebbe essere un meme. Quando mi scrivono che il gatto è agitato perché muove la coda vado su tutte le furie: è uno stato emotivo, se fosse qui sul tavolo e le dicessi “amore”, lei muoverebbe la coda, e non penso certo di agitarla chiamandola amore. Detto questo, se ti esponi pubblicando qualcosa, devi accettare che la gente sia libera di commentare, sempre nei limiti dell’educazione.

Come vedi la tua attività imprenditoriale e te stesso tra dieci anni, e che videomessaggio manderesti al te del futuro?

Sono estremamente positivo perché sto gettando basi solide per un futuro importante, lavorando su progetti attuali di cui non posso ancora fare spoiler. So che tra dieci anni guarderò a questo momento con il sorriso, dicendomi di essere stato bravo a non adagiarmi e a trasformare la fortuna di aver ricevuto in regalo un gatto nella volontà di costruire qualcosa di concreto. Se dovessi fissare la telecamera per un videomessaggio al me stesso del futuro, inizierei dicendo: “Mi auguro che tu sia soddisfatto. Hai sempre avuto quella percezione di dover fare di più, faticando a goderti le cose e il presente. Se tra dieci anni, riguardando questo video, sarai finalmente soddisfatto, è solo perché te lo sei meritato”.

Per concludere questa chiacchierata, come ama ricordare una splendida citazione citata a fine podcast: “I gatti sono con noi per ricordarci che non tutto nella vita deve essere spiegato”.