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Leader 28 Ottobre, 2019 @ 2:56

Mario Draghi, il civil servant capace di ammansire la Bundesbank

di Beniamino Piccone

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Il presidente della Bce (Mario Draghi)

Oggi pomeriggio a Francoforte sul Meno una cerimonia solenne celebrerà la fine del mandato – otto lunghi anni – di Mario Draghi alla guida della Banca centrale europea.

Intervistato dal Financial Times, Francesco Giavazzi, suo grande amico, ha detto che Draghi è “cool”, rimane pacato e tranquillo in situazioni complesse, anche quando gli altri perdono la trebisonda: “Siamo stati a un passo dal default nel 1991/2, ma Mario non si è mai scomposto, ha sempre dormito beatamente”.

Questo suo stato deriva certamente dal suo carattere innato, dalla sua enorme conoscenza di politica monetaria – riconosciuta da tutti – ma anche dalle sue capacità negoziali, che sono meno note.

L’esperienza come direttore generale del Tesoro dal 1991 al 2001  – chiamato da Guido Carli, ministro del Tesoro del Governo Andreotti VII, su suggerimento di Carlo Azeglio Ciampi, all’epoca governatore della Banca d’Italia – ha consentito a Draghi di confrontarsi e negoziare con persone di grande qualità. Ha avuto come controparti i diversi ministri del Tesoro che si sono susseguiti dal 1991 in poi: Carli, Barucci, Dini, Ciampi, Amato e Visco. E, prima dell’accorpamento nel 1996 nel ministero del Tesoro, esisteva il ministero del Bilancio che ha avuto come protagonisti Cirino Pomicino, Reviglio, Spaventa, Pagliarini, Masera, Fantozzi, Arcelli.

In particolare Draghi si è formato con persone intelligenti e furbe come Paolo Cirino Pomicino, neurologo con ambizioni economico-finanziarie, promosso a ministro del Bilancio. Durante il dibattito sulla Legge Finanziaria, quando Guido Carli lasciava nel pomeriggio gli scranni in Parlamento colpito da un’asma fortissima, ci pensava Pomicino a invertire i buoni propositi di taglio della spesa e redigere un bilancio di regalie e aiuti a tutti i quanti, specie nei collegi della Campania. Tanto il debito pubblico lo paga Pantalone e le nuove generazioni!

Queste esperienze al Tesoro hanno temprato Draghi, capace di discernere le intenzioni dei suoi numerosi interlocutori. Sono in molti a rievocare l’intervento di Draghi nel luglio 2012 a Londra quando con tre parole “Whatever it takes” riuscì a invertire le aspettative del mercato, che puntava sul disfacimento dell’euro. Pochi sanno quanta fatica fece per “coprirsi” dal fuoco nemico. Costruì nel tempo una relazione di fiducia con il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble e con il primo ministro Angela Merkel.

Secondo il Wall Street Journal, Draghi a Londra parlò senza informare i banchieri centrali nazionali europei. Paventando la reazione del presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, Draghi la sera stessa chiamò Schaeuble e gli chiese di difendere pubblicamente l’operato della Bce. Draghi chiamò anche il presidente francese Hollande e gli chiese una dichiarazione di supporto congiunta con la Merkel, ben sapendo che la Bundesbank sarebbe stata contro le operazioni di Quantitative Easing. Come disse Jacques Delors, uno dei padri dell’euro: “Non tutti i tedeschi credono in Dio, ma tutti credono nella Bundesbank”.

Come negli accordi, sia Schaeuble che il duo Merkel-Hollande difesero l’operato della Bce. Nelle parole del WSJ: “Berlin had broken with the Bundesbank, Mr Draghi had the cover he wanted”.

SuperMario, come è stato soprannominato, come tutti i grandi, ha tratti di umiltà e riconosce gratitudine verso i propri maestri, in primis Federico Caffè, con cui si è laureato. Ma non solo. Anche verso coloro che gli hanno insegnato l’importanza dell’indipendenza di giudizio e lo spirito critico. Prima di partire per Francoforte, nel 2011, Draghi si sentì in dovere di ricordare le qualità di Paolo Baffi, governatore della Banca d’Italia dal 1975 al 1979: “Il fatto che la legge sancisca, come oggi avviene in ambito europeo, l’autonomia della Banca centrale non è tutto: per essere piena e operante, l’autonomia abbisogna di un retroterra culturale e morale che si chiama indipendenza di giudizio, rigore analitico, impegno civile”.

Trending 3 Luglio, 2019 @ 7:05

Le 4 sfide che attendono Christine Lagarde alla Bce

di Forbes.it

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Christine Lagarde, nominata ieri al vertice della Bce (Chip Somodevilla/Getty Images)

Christine Lagarde, attuale direttore del Fondo monetario internazionale (Fmi), è stata nominata ieri futuro presidente della Banca centrale europea (Bce). Nel suo curriculum vanta la positiva gestione delle crisi finanziarie in Grecia e in Argentina, ma alcuni osservatori hanno messo in dubbio le sue competenze di politica monetaria. Soprattutto però sarà chiamata a raccogliere la pesante eredità della presidenza di Mario Draghi.

Ma quali saranno le sfide a cui il nuovo presidente dell’Eurotower dovrà andare incontro? Franco Bruni, professore di teoria e politica monetaria internazionale all’Università Bocconi di Milano, ne aveva scritto alcuni mesi fa in un paper dell’Ispi (Italian Institute for International Political Studies). Ecco un estratto delle sue considerazioni.

“La successione avrà luogo in un periodo delicato: occorrerà infatti uscire in modo ordinato dalla fase emergenziale della politica monetaria che, dopo la crisi globale (2008) e dell’euro area (2010-2), ha usato strumenti non convenzionali (con riferimento ai massicci acquisti di titoli del quantitative easing, ndr). Andranno decisi modi e tempi per liquidare l’enorme portafoglio acquisito, reinvestendo quote decrescenti dei titoli in scadenza. Andrà inoltre deciso quando iniziare ad aumentare i tassi di interesse controllati dalla Bce, giunti ad essere negativi”. In questi anni anche il sistematico preannuncio (forward guidance) del tenore delle politiche future della Bce, per rafforzarne l’impatto influenzando le aspettative, è stato ai limiti del non convenzionale. Andrà stabilito in che misura confermare questo metodo dei preannunci”.

[…]

“Altre questioni investiranno gli ultimi mesi della presidenza Draghi e, ancor più, quella del successore. C’è la crescente necessità di coordinare le politiche monetarie delle principali banche centrali del mondo, per affrontare mercati finanziari sempre più interconnessi. Il coordinamento avviene per ora in sedi riservate e le sue conclusioni non vengono comunicate: può essere che prima o poi serva maggior trasparenza nel governo globale della liquidità. In ogni caso, una delle capacità di Draghi che il nuovo presidente dovrà confermare e sviluppare, è quella di mantenere un rapporto fruttuoso ed equilibrato con la Federal Reserve statunitense”.

“La Bce dovrà gestire con crescente abilità la sua ormai duplice responsabilità: perseguire la stabilità monetaria e, insieme, la stabilità finanziaria. Da ormai quattro anni è infatti incaricata della vigilanza sulla correttezza e sui rischi delle banche europee. Oltre a fornire liquidità straordinaria in casi di crisi temporanee, deve consegnare le banche prossime al fallimento all’autorità di “risoluzione” che è stata nel frattempo creata e che proprio alla fine del 2018 si è deciso di rafforzare. L’attività di vigilanza, soprattutto quando condotta insieme alla politica monetaria, ha fasi prescrittive delicate, anche per i risvolti politici che possono avere le sue decisioni. Sotto la presidenza Draghi la Bce è stata sorprendente per rapidità ed efficienza nell’avviare la gestione delle nuove responsabilità di vigilanza. Nei prossimi anni dovrà perfezionare le sue complesse funzioni, in presenza di mercati spesso fragili e instabili”.

“C’è poi la questione dell’indipendenza della banca centrale, che in diverse parti del mondo non sta attraversando un periodo facile. Indipendenza dalle pressioni politiche che, per cercar consenso di breve periodo, vorrebbero distorcere le sue misure verso obiettivi diversi da quelli datigli statutariamente, cioè la stabilità monetaria e finanziaria; e indipendenza dalle pressioni dei banchieri e dei mercati alla ricerca di favori indebiti e sostegni artificiali. In tema di indipendenza, la Bce è generalmente considerata fra le migliori banche centrali. È un capitale reputazionale che Draghi ha coltivato con prestigio e che non dovrà mai essere intaccato. D’altra parte, l’attuale presidenza ha anche mostrato abilità, oltre che nella comunicazione coi mercati, nel dialogare con Commissione, Consiglio e Parlamento europei, per comprenderne le decisioni e spiegare le proprie, per condividere le analisi macroeconomiche e per illustrare le politiche scali e strutturali consone a favorire l’efficacia di quelle monetarie”.

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