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Cultura 14 Gennaio, 2020 @ 10:09

Gufram: l’azienda che crea le icone del design italiano

di Marco Rubino

La mia grande passione è la street art.Leggi di più dell'autore
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Cactus Gufram, arredamento di design italiano
Cactus Gufram (courtesy Gufram)

Tra i marchi italiani dell’arredamento Gufram è certamente riconosciuto nel mondo per aver forzato i limiti del disegno industriale. Con lo spirito del radical design e le sperimentazioni controcorrente legate alla ricerca estetica, tecnologica e di materiale, Gufram ha realizzato, infatti, sedute e arredi che sono entrati nell’immaginario collettivo: prodotti ludici, sovversivi e dissacranti dall’anima Pop volutamente concepiti come elementi di anti-design.

Charley Vezza direttore creativo diGufram, arredamento di design italiano
Charley Vezza, direttore creativo di Gufram

L’azienda, nata a Torino come realtà artigianale dove le maestranze della tappezzeria, dell’ebanisteria e dell’imbottitura di mobili incontrano le avanguardie artistiche internazionali, produce dal 1966 icone del design che hanno preso forma e valore di unicità grazie alla contaminazione tra l’approccio progettuale industriale, la realizzazione artigianale e l’estro creativo proprio dell’arte.
Definite anche sculture domestiche capaci di interpretare un punto di contatto tra il mondo dell’arte e quello del design, gli inconfondibili arredi di Gufram come il divano Bocca, la chaise longue Pratone e l’appendiabiti Cactus sono custoditi nelle case più belle e nei musei più autorevoli del mondo.
L’azienda nel 2012 è stata acquisita dall’imprenditrice Sandra Vezza. Con la direzione artistica di Charley Vezza, Gufram ha vissuto un ambizioso rilancio attraverso una nuova commerciale e di comunicazione.

Incontriamo Charley per capire di più di questa iconica azienda italiana vero fiore all’occhiello dell’estetica contemporanea che vanta prestigiose collaborazioni con artisti, designer e fashion brand tra cui, uno su tutti Maurizio Cattelan, il maggiore artista italiano vivente.

Qual è stato il tuo primo pensiero il tuo primo giorno di lavoro in Gufram?

La prima cosa che ho fatto è stata parlare con le persone che lavorano in azienda. Mi sono reso subito conto dell’enorme potenziale, ma al contempo del tanto lavoro da fare per far emergere l’eccellenza dei nostri prodotti non solo in Europa, ma in tutto il mondo.

Gufram è sempre considerata tra arte e design. Cos’è Gufram per te?

Gufram per me è un’azienda di design perché i suoi prodotti hanno una funzione, anche se latente. È ovvio che producendo sculture domestiche si crei confusione tra arte e design. La mia definizione migliore è che siamo una azienda che produce cose belle che durano nel tempo, una delle sfide più interessanti di questi anni.

L’idea di un oggetto che dura una vita è contrastante con il business?

Noi potremmo crescere ancora molto di più rispetto a quanto già facciamo, però vogliamo crescere mantenendo questa regola. I nostri oggetti per costo, materiale e idea sono destinati a durare per sempre.
Il concetto di usa e getta è quanto di più lontano ci possa essere dal modo in cui concepiamo e realizziamo i nostri i prodotti: vogliamo contribuire a combattere un consumismo esagerato, soddisfacendo i nostri clienti con oggetti di valore, che durino a lungo.

Gufram si è sempre contraddistinta per il mix tra arte e design prima che questo fenomeno diventasse mainstream. Cosa è cambiato in tale ambito negli anni?

Oggi le contaminazioni sono all’ordine del giorno. In passato c’è sempre stato un filtro professionale che decideva cosa dovesse piacere alla massa: era il ruolo dei media, dei critici o di altre figure d’intermediazione. Forse tale approccio era ingiusto perché non permetteva ad alcuni talenti di emergere.

Il rovescio della medaglia è che oggi, ridimensionando il ruolo degli esperti, insieme al bello emerge anche ciò che bello non è. Perdendo di autorevolezza la critica, è passato il concetto che tutti possono fare tutto.

In giro vedi più bello o più osceno?

C’è sempre stato l’uno e l’altro, ma oggi il confine è davvero labile.

Proseguiamo con la relazione con l’arte: che idea hai della street art?

La street art è l’arte che sento più mia, perché è esplosa nella mia generazione. Quando avevo 24 anni ho visitato al MOCA di Los Angeles quella che è stata la mostra di street art più importante al mondo, la prima dentro a un’istituzione di questo tipo. Il vero problema della street art è l’essere su strada: se si è su strada non si fa mercato e se non si fa mercato non si entra, salvo rare eccezioni, nel vero mondo dell’arte. Hanno provato a staccare i muri e metterli in galleria, ma il contesto è comunque imprescindibile.

Nei decenni passati l’Italia ha avuto tanti creativi, architetti, artisti e molti di loro si sono affermati a livello internazionale. Pensi che l’Italia abbia perso questo primato?

Sicuramente sì. L’Italia non è più al centro del mondo culturale e quindi è molto più difficile per un italiano imporsi nell’ambito della creatività. Non abbiamo più l’influenza creativa di un tempo. L’abbiamo persa per la nostra incapacità cronica di fare sistema.

Come sei arrivato a guidare Gufram?

Nel periodo in cui mia mamma ha acquisito Gufram, che rappresentava da sempre un suo sogno, io mi trovavo a New York. Quando mi ha chiamato per comunicarmi che l’acquisizione era andata in porto, ha anche aggiunto di essersi resa conto che non avrebbe potuto occuparsene da sola e mi ha chiesto una mano.
Io le ho detto che però avrei voluto continuare a vivere negli USA e la sua risposta è stata che se volevo restare lì, avrei dovuto pagarmi da solo le spese dell’affitto. Il giorno dopo sono tornato in Italia! Diciamo quindi che non è stata proprio una mia scelta, malgrado mi piacesse il settore del design. Oggi la ringrazio moltissimo per il suo aut aut.

C’è qualcosa che ti piacerebbe creare per essere ricordato come l’innovatore di Gufram?

Oggi è difficile creare delle icone, perché il mondo viaggia troppo velocemente. Mi piacerebbe essere ricordato come colui che ha portato Gufram fuori dal design, mantenendo inalterato l’approccio anticonformista.

Cosa ti lega a Stefano Seletti e Maurizio Cattelan?

Una grandissima amicizia. Ci siamo trovati a lavorare insieme per puro caso. Abbiamo fatto la prima collaborazione con Toiletpaper (il progetto editoriale di Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari) e da lì abbiamo continuato a lavorare insieme. L’ 80% del nostro rapporto è fatto di relazioni umane, cresciute lavorando insieme. Siamo una famiglia.

Sei un collezionista?

No, l’arte che mi piace costa sempre troppo. Non sono collezionista di nulla.

È importante rendere il design democratico?

Penso che sia giusto che tutti abbiano la possibilità di comprare cose belle, soprattutto se sono anche funzionali. Oggi le case sono più belle grazie ad IKEA. È giusto che il bello sia anche democratico.

Style 17 Dicembre, 2019 @ 9:16

La designer milanese che ha esaltato il lato pop del gioiello

di Alice Rosati

Contributor

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Bea Bongiasca nella sua boutique monomarca

Milanese doc, ha appena aperto la sua prima boutique in Brera. Uno spazio tutto rosa per provare e vivere il tocco pop delle sue creazioni preziose, che hanno conquistato anche l’America

Con i suoi gioielli a tinte pop ha svecchiato le classiche “sciure” milanesi. Beatrice Bongiasca, milanese doc anche lei, classe 1990, si è laureata con lode in Jewellery Design alla Central Saint Martins di Londra, e nel 2014 ha fondato il suo brand Bea Bongiasca. “Ci è voluto un anno di lavoro intenso prima di presentare ufficialmente la prima collezione No Rice, No Life”, racconta. Magra, bionda, ha studiato all’estero, vive in Brera e ha fondato un brand di gioielli: Bea ha tutte le caratteristiche della perfetta Milanese imbellita, ma con un plus: uno stile tutto suo, molto più colorato e non convenzionale, che dà voce ai suoi numerosi viaggi.

Nonostante nel 2017 fosse già stata inserita proprio da Forbes nella seconda classifica annuale dei “30 Under 30 Europe” per le categorie Arts & Dorm Room Founders, Bea rimane con i piedi per terra, conscia del suo successo internazionale, ma desiderosa di fare le cose bene, con i giusti tempi e la cura adeguata a un progetto che è un vero e proprio gioiello.

Divertendosi e facendo divertire con le sue creazioni, intrise di Oriente e Occidente, ha conquistato il mercato americano duplicando il fatturato, e ha aperto la sua prima boutique monomarca in via Solferino 25 a Milano. Un traguardo importante, dopo il successo del Pop-Up Store a La Rinascente, in una location legata ai suoi ricordi di infanzia. Bea in Brera ci è cresciuta, e il rosa, il colore scelto per gli interni della boutique, è lo stesso della sua camera da letto, entrambi disegnati da Massimiliano Locatelli dello studio Locatelli &Partners. Al suo primo negozio ha dedicato un anello inedito, in edizione limitata: è il best seller della collezione You’re So Vine, rivisitato per l’occasione con un fiore viola in ametista che riprende le cementine tipiche della pavimentazione dello store.

Gli interni della boutique monomarca di Bea Bongiasca

Sei passata dall’online al negozio fisico, una dinamica inversa rispetto a quello che succedeva una volta…
“Aprire il negozio è sempre stato il mio obiettivo, e infatti non ho avuto tempo di realizzare che finalmente è successo. Non mi sono ancora posta un nuovo traguardo, voglio prima curare bene i dettagli qui, poi vedremo”.

La boutique di Bea Bongiasca in via Solferino a Milano

Quanto è importante Instagram per avere successo?
“Ho un profilo Instagram che seguo al meglio, ma non devo la mia carriera professionale a questo social network. Non ha avuto la funzione di passaparola, è arrivato dopo. Credo che i follower rappresentino la seconda fase di un brand: solo quando si è già conosciuti, allora anche le interazioni aumentano”.

Qual è il fil rouge che unisce la creazione dei tuoi gioielli?
“E’ senza dubbio il colore, l’essere pop. Con i miei gioielli voglio trasmettere divertimento e leggerezza. Mi piace l’idea di svecchiare i classici, aggiungendo un tocco di allegria”.

Qual è il valore aggiunto dei tuoi gioielli?
Il fatto di usare solo oro 9 carati è una scelta. Sono un marchio giovane, ci sarà sicuramente tempo per l’oro 18 carati. Il valore dei miei gioielli è tutto nel design”.

Qual è la ragazza tipo che indossa gioielli Bea Bongiasca?
“Sono trasversali, non hanno una fascia di età specifica. Il colore riesce a mettere d’accordo gusti e stili. Le mie clienti sono tutte persone cui piace la leggerezza, che si riconoscono in uno stile pop, e non eccessivamente serioso. E poi i gioielli sono molto più liberi della moda, si può giocare e osare, sono l’accessorio audace capace di smorzare un intero look”.

Com’è lo stile della Milanese doc?
“Credo che lo stile della perfetta ragazza milanese si è evoluto. È meno classico, meno da sciura. Ci sono più stili che convivono, più designer, più mix di brand alti e bassi”.

 

Leader 5 Novembre, 2019 @ 10:00

Philippe Starck a Forbes.it: entro vent’anni il design scomparirà

di Riccardo Maurizio Silvestri

Contributor

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Philippe Starck (Tullio M. Puglia/Getty Images for Kartell)

(realizzato in collaborazione con Philippe Branche)

Philippe Starck. Un nome diventato un brand. Come lui si definisce? Un esploratore, non solo del Design, ma soprattutto della natura umana. Dall’ultima stazione spaziale passando per lo spremiagrumi e lo yacht di Steve Jobs, Philippe Starck sembra aver pensato a tutto. Eppure, ancora oggi continua ad immaginare il mondo di domani, come la sedia A.I. progettata dall’intelligenza artificiale e presentata al Salone del Mobile di Milano. Intervista per Forbes Italia sul futuro del Design con una delle figure mondiali dell’estetica contemporanea, dall’iconico bar Felix a Hong Kong da lui progettato.

Come vede il futuro del Design?
Philippe Starck: “Non lo vedo. Ogni cosa nasce, vive, muore; il Design non fa eccezione. È una regola universale. Il Design moderno nasce alla fine degli anni 50 circa con Raymond Loewy ed è prima di tutto un bricolage estetico, il cui scopo è rendere più piacevoli gli oggetti che ci circondano. Tuttavia, la progressiva smaterializzazione della vita moderna finirà con l’uccidere il Design. Meno materia vorrà dire semplicemente meno cose da abbellire. Il Design come lo conosciamo oggi andrà a scomparire entro vent’anni.
Anche se il Design cambierà profondamente negli anni a venire, c’è ancora un’infinità di progetti da realizzare. Recentemente mi sono interessato a quello che definisco il futuro del futuro, ossia lo Spazio. Ho partecipato al progetto della prossima stazione spaziale internazionale in collaborazione con Axiom Space, che seguirà alla Nasa nello sviluppo del turismo spaziale. Ho studiato come il Design può supportare la vita in assenza di gravità. E posso dire con orgoglio che il comandante della stazione spaziale con cui ho collaborato mi ha rivelato che ho trovato molte soluzioni a problemi di vecchia data.”

Quale sarà il ruolo della tecnologia e dell’intelligenza artificiale nel Design di domani?
Philippe Starck: “L’intelligenza artificiale sarà ovunque. E sarà anche l’unico strumento in grado di ristabilizzare il mondo moderno. Il pianeta Terra è come una nave impazzita che brucia da un lato e affonda dall’altro. L’intelligenza artificiale mi sembra necessaria per salvare l’umanità sulla Terra.
Per quanto riguarda il suo impatto sul mondo del Design, di recente ho collaborato con il produttore italiano Kartell e lo specialista di software Autodesk per realizzare la prima sedia interamente progettata dall’intelligenza artificiale. Mi sono posto una domanda semplice: «Come poter supportare il corpo utilizzando il minimo di materiale ed energia?”. Per due anni e mezzo l’intelligenza artificiale ha seguito un processo di deep learning, sperimentando tentativi fino a perfezionarsi. Il risultato finale è un oggetto che sembra una semplice sedia, ma è in realtà molto complesso. L’intelligenza artificiale è riuscita a concepire una sedia molto più efficiente di quanto avrei potuto fare io da solo. Per questo sono totalmente convinto del ruolo positivo della scienza per l’uomo. In ogni opera umana c’è più bene che male, la prova sta nel fatto che siamo ancora vivi. Il progresso è un beneficio immenso e indiscutibile.”

Philippe Starck è profondamente positivista: attraverso l’ordine, il progresso e la scienza, l’umanità si perfeziona. Ma il futuro del Design non dipende solo dall’uso delle nuove tecnologie. Si basa anche su nuovi luoghi di creazione e nuove fonti di ispirazione. Oggi il mondo sta guardando sempre più verso la Cina. Il Regno di Mezzo è divenuto una fonte di ispirazione per molti brand occidentali, in particolare nel settore del lusso. È anche il caso del Design? Due domande sulla Cina per l’iconico designer francese.

Quali sono le sue fonti e luoghi di ispirazione? Si lascia ispirare dalla Cina?
Philippe Starck: “Non ho muse ispiratrici. E la Cina non mi ispira più di altri Paesi. Tuttavia, ho un vizio: sono sapiosessuale, l’intelligenza mi affascina. Einstein, Tolomeo, Pascal, Platone, Cartesio e Victor Hugo sono per me dei maestri assoluti. Ciò che osservo in Cina è un senso molto profondo di vuoto e sintesi.”

Lavora spesso con la Cina?
Philippe Starck: “Principalmente quando sono invitato. Ci sono avventure sempre molto interessanti, come quella per creare il concept phone Mi Mix con Xiaomi, una società ancora giovane e gestita in modo innovativo. Di fronte a una struttura di ragionamento lineare in Occidente, il pensiero cinese è atomizzato. Questo tipo di collaborazioni sono importanti per meglio comprendere le differenze culturali.”

Mentre progetta gli oggetti del domani e si rivolge nuovi mercati come la Cina, Philippe Starck si interessa anche alle future generazioni di designer che saranno più “ecologiche”. Reciprocamente, per i giovani designer come Karl Chucri, co-fondatore del premiato Studio Caramel: “Philippe Starck rimane senza dubbio un maestro del pensiero per tutta la nostra generazione”. Per meglio comprenderlo, concludiamo con delle domande per delineare lo Starck-pensiero.

Come si diventa Philippe Starck?
Philippe Starck: “Non lo si diventa, si deve già un po’ esserlo. Questo può portare a qualche incompatibilità con la società. Ad esempio, ho un forte interesse per la scienza, ma non so risolvere una divisione o una moltiplicazione. Nonostante questo sto cercando di creare una società migliore per i miei amici, la mia famiglia, la mia comunità.”

Il Design è più pratico o estetico?
Philippe Starck: “È soltanto funzionale. L’estetica assume significato solo quando un oggetto ha risposto pienamente al bisogno di funzionalità. Ci sono molti temi con i quali si può giocare: sessuale, politico, umoristico, didattico. Ma il Design deve prima di tutto mettere in luce la funzionalità.”

A quanti progetti lavora ogni anno?
Philippe Starck: “Una media di duecento progetti.”

Quale progetto attuale ha più a cuore?
Philippe Starck: “Sono molto legato alla mia collezione di profumi STARCK PARIS. Sono un sognatore professionista, ma mio malgrado i sogni devono trasformarsi in materia per poter essere apprezzati e condivisi. Invece, con una singola goccia di profumo possiamo creare un universo effimero. È come avvolgere per un po’ una donna in una sfera di cristallo, che la proteggerà e le darà fiducia. È qualcosa di straordinario.”

Cosa pensa della natura umana?
Philippe Starck: “L’essere umano è divenire. Esistiamo solo perché ci evolviamo. Ho creato il profumo Peau d’Ailleurs per essere il simbolo di questa evoluzione, in particolare riguardo la questione dei generi. L’uomo maschile e la donna femminile non sono più due realtà separate. Ne è nata una fragranza senza genere, che permette di avvicinarsi alla natura fluida del genere umano.”

Infine, ha preparato questa intervista?
Philippe Starck: “No. Un’intervista è una conversazione e penso che la preparazione avrebbe impoverito questo scambio.”

Philippe Starck, dunque, un semplice brand? Molto più di questo. È un uomo con un naturale senso di poesia che ha affinato il suo pensiero per offrire la sua visione dell’uomo ai contemporanei. Philippe Starck è quindi un poeta – dall’antico termine greco poiesis che significa “creazione”. Ma dietro al creatore, c’è un fine pensatore che sa come piegare la materia per rivelare nuovi orizzonti.

Life 29 Luglio, 2019 @ 11:00

I designer dell’arredamento di lusso all’Expo Dubai 2020

di Forbes.it

Staff

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Ciarmoli&Queda

di Giuliana Gagliardi

Dinamismo, fantasia, professionalità: una carta vincente che reca la firma dello Studio Ciarmoli Queda, designer fra i più quotati nel mondo dell’arredamento destinato ad ambienti esclusivi. Dinamismo nella ricerca instancabile di materiali unici e durevoli, fantasia nell’assemblare forme e colori, riempire spazi e creare emozioni, professionalità per garantire un lavoro inalterabile, facilmente gestibile e in perfetta armonia con le richieste e le esigenze dei clienti.

Simone e Miguel, i due titolari dello Studio, ci concedono un’intervista esclusiva,  beatamente accomodati all’interno della lussuosa pasticceria Marchesi, locale storico nella Galleria di Milano, un esempio di condivisione fra l’eleganza del passato e i gusti della contemporaneità.

I cocktail che beviamo (assolutamente analcolici) ci vengono serviti in cristalli dal design moderno, sono una scelta dei nostri ospiti, in sintonia con il  mestiere di ricercatori dell’innovazione all’interno di contesti tradizionali che si ripropone anche nei momenti di relax.

Il “nostro viaggio” in “direzione Kempinski” è lungo. Parte dal 2009 quando due giovani designer aprono lo studio a Milano,  unendo l’arte di Simone Ciarmoli, lombardo, con la competenza maturata da Miguel Queda, portoghese di Lisbona, venuto in Italia per frequentare un master alla Marangoni ed esperto nel settore dei tessuti, con un occhio speciale per il dettaglio e la qualità.

Alcuni rivestimenti Ciarmoli&Queda

Simone, invece, sa trasformare  la fantasia di un grande designer in un prodotto perfetto a 360 gradi. Poi, ci mette il cuore e da designer diventa un artista a tutti gli effetti.

Il sodalizio è animato dalla curiosità di trasformare un concept in realtà con la passione per le materie, i colori e la forma che deve essere funzionale e facilmente gestibile.

Competenza e professionalità li hanno fatti incontrare grazie a collaborazioni pregresse, a spot, per nomi importanti come Swarovski e Veuve Clicquot.

Il ritmo di marcia si velocizza quando arriva il primo incarico importante: ridisegnare gli interni di un 102 piedi costruito dal cantiere nautico NumarineMY Caramel, con base a Istanbul.

Ciarmoli e Queda vengono chiamati dall’armatore in persona per creare un interior ad hoc – chiavi in mano – e fare il follow up della produzione che prevedeva molte forniture realizzate in Italia.

Oggi, i loro nomi hanno una marcia in più, legata all’Expo di Dubai 2020 per cui si sono aggiudicati – fra decine di concorrenti – l’allestimento degli interni dell’hotel Kempinski che aprirà i battenti a Business Bay di Dubai. La scelta è arrivata da Emerald Palace Group, partner strategico di Kempinski Hotels S.A.

Ciarmoli&Queda

L’immensa struttura sarà la meta preferita di una clientela super ricercata: imprenditori, uomini politici, sportivi, artisti, personaggi dell’alta società con molti soldi in tasca e capricci da soddisfare.

Si tratta di un progetto da milioni di dollari la cui realizzazione prevede l’uso di materiali pregiatissimi e rari, scelti con estrema accuratezza dai due titolari dello Studio. L’imponenza architettonica dell’edificio si affiancherà alle altre costruzioni situate all’interno del Central Business District, famoso polo attrattivo per uomini d’affari e turisti. L’hotel che, oltre al piano terra e quattro livelli di podium si eleverà su venti piani, disporrà di 270 camere, fra cui otto suite di ampia metratura e una suite presidenziale. Due ristoranti, una Spa, una palestra e una piscina, più sale riunioni, completano l’offerta di ciò che rimarrà, dopo l’expo, come una delle realizzazioni italiane più lussuose per questo evento.

Un’altra vittoria del lusso Made in Italy che, in questi ultimi anni, è in vetta alle preferenze  negli Emirati Arabi Uniti. Scelte che privilegiano la ricerca del bello e del funzionale in un contesto che non vuole rinunciare alla tradizione. Simone Ciarmoli, designer fra i più quotati al mondo è in pole position nelle preferenze di una clientela di altissimo  livello che esige un lusso inattaccabile nel tempo.

“Lusso significa, soprattutto, ciò che perdura – afferma – che si può riparare, che non compromette l’ambiente e chi ci vive. Il vero lusso non produce scarti, non inquina e deve rimanere, nel tempo, facilmente gestibile”.

Alla prossima Expo di Dubai, l’arredo dell’hotel pluristellato si preannuncia come una delle meraviglie di questo evento. “Qualcosa che durerà per sempre e che segnerà la stilizzazione di altre opere che, dagli UAE, disegneranno la nuova mappa del lusso nei mercati emergenti”.

Dedicato a una clientela business, l’hotel avrà anche un occhio di riguardo verso il leisure con aree dedicate. Ispirato concettualmente alla cultura nomade dei beduini, lo stile è a cavallo fra tradizione e futuro.

“Ispirazioni dalla tradizione del  Rinascimento italiano all’arte del ‘900 – afferma Ciarmoli – dal design di Jean Michel Frank al lavoro fotografico di Polidori per la reggia di Versailles. Il futuro sta nell’utilizzo dei materiali e delle tecnologie. La sempre più forte attenzione e rispetto verso materie prime che devono essere sostenibili”.

Questo lavoro è vissuto con la cura che si riserva a una persona da coccolare e abbigliare in modo speciale.

La scelta delle materie prime deriva dalla consapevolezza di non dover deturpare l’ambiente. La maggior parte dei materiali utilizzati proviene dall’Italia come, ad esempio, il marmo di Carrara che è stato selezionato blocco dopo blocco, personalmente dallo Studio. I criteri di scelta sono stati la purezza, il colore e lo sviluppo del taglio. Gli stessi che adottava Michelangelo, “cliente” fra i più assidui delle cave toscane.

I pochi mesi che ci separano dall’inaugurazione dell’Expo 2020, sono caratterizzati da un fervore inusuale e i lavori del Kempinski, così come per tutte le altre realizzazioni a Dubai, procedono a ritmi vorticosi.

“Siamo al quattordicesimo piano. Sono in fase di allestimento anche le camere “mock up” e in Italia siamo in fase di prototipizzazione dei singoli mobili. Ogni singolo pezzo viene controllato dallo studio nella sua finitura grezza, prima di essere realizzato con i materiali prescelti”.

L’esperienza  dello studio maturata nel fashion ha favorito un approccio progettuale con l’inserimento di elementi unici.

Ne è un esempio “La lobby: il suo spazio verticale è attraversato da due monoliti in marmo bianco di Carrara che la adornano in maniera elegante per rendere unico quel momento transitorio di passaggio della clientela o dell’attesa”.

Realizzazioni in cui fantasia e tecnologia devono affiancarsi in modo indissolubile, a metà strada fra volontà del cliente e professionalità.

“Il cliente ha scelto e abbracciato immediatamente lo stile dello Studio Ciarmoli Queda – dicono Simone e Miguel – definito sofisticato, con un approccio intimista e con le sue specificità come l’uso del legno (sempre certificato e sostenibile) in abbinamento con il tessuto. Ne derivano superfici continue che alternano diversi materiali con una palette di cromie, ispirate a una sensazione di comfort e contemporaneità”.

Una parte di rilievo spetta ai tessuti che, negli allestimenti destinati a questi paesi, hanno sempre costituito un esempio di preziosità e sfarzo.

“(I tessuti) sono tutti certificati e contract. Ad esempio, la “pelle ecologica”.

La provenienza è europea e la produzione reca i marchi della Francia e dell’Italia, nella zona del comasco. Qui la tradizione tessile ha ancora artigiani esperti al servizio dell’industria. I tessuti per il contract necessitano di speciali certificazioni e noi abbiamo cercato di non compromettere il design lavorando con jacquard e tessuti con filati riflettenti per creare effetti seducenti. Anche le carte da parati sono realizzate con filati idonei per creare effetti unici e tridimensionali”.

Al taglio del nastro quali nuovi progetti firmati Ciarmoli Queda?

“I progetti non mancano. Al momento sono in corso trattative per un importante progetto in Arabia Saudita, a cavallo tra tradizione e futuro, un nomadismo eclettico per una clientela sempre più esigente”.

Life 19 Luglio, 2019 @ 10:00

Alice Etro racconta la sua esperienza come direttrice creativa di Westwing

di Roberta Maddalena

Staff writer, Forbes.it

Scrivo di moda, viaggi, arte e nuove tendenze.Leggi di più dell'autore
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Alice Etro

Westwing è oggi il punto di riferimento in Italia per l’acquisto online dedicato all’arredamento. Lo shopping club che ha trasformato quella per l’Home&Living in una passione accessibile a tutti, ha convinto il pubblico grazie a proposte dallo stile eclettico e dall’anima digital raggiungendo, solo su Instagram, un seguito di 500mila follower.

E fan di tutto il mondo come Chiara Ferragni, che ha deciso di arredare il suo headquarter di Milano con i mobili del marchio di Monaco di Baviera (tutti ricorderanno sicuramente i bellissimi sgabelli Harlow in versione rosa pastello instagrammati dall’imprenditrice di Cremona), permettendo al marchio di guadagnare grande visibilità soprattuto in Italia, mercato oggi molto importante per il gruppo fondato nel 2011 da Delia Lachance. Oggi, new entry alla direzione creativa per l’Italia è Alice Etro, figlia dello stilista Kean, che in questa intervista racconta a forbes.it perché ha deciso di scommettere su questa nuova avventura creativa.

Hai maturato 10 anni di esperienza nel settore del lusso insieme a Larusmiani. Come mai questa nuova sfida e proprio nel design?

Tutto nasce da una personale esigenza creativa. Dalla passione di comunicare e interpretare, attraverso il mio sguardo, tendenze, movimenti culturali e piccole rivoluzioni quotidiane che sono lo specchio della società in cui viviamo. Tutto quello che ci circonda, dagli oggetti alle immagini, fa parte di un cerchio che inizia e finisce con noi. Per questo quello dalla moda al design non è stato per me un vero cambiamento, nel senso più stretto del termine. Lo definirei un percorso in evoluzione. Westwing rappresenta la combinazione perfetta: la casa, una dimensione fondamentale nella mia vita, il design, inteso come forma di espressione. Il mio obiettivo è quello di raggiungere il massimo potenziale dal canale online, che rende l’offerta dedicata all’Home and Living democratica e ispirazionale, alla pari delle copertine dei magazine.

Di cosa ti occuperai?

Il mio ruolo è selezionare brand e prodotti provenienti da tutto il mondo, riservando una grande attenzione al made in Italy e alla riscoperta dell’artigianalità. Come creative director, sono a capo di un team di professionisti con percorsi e skills differenti. Si tratta di un flusso creativo: le idee nascono da un confronto continuo che si inserisce in seguito in un progetto più strategico con lo scopo di ispirare ogni giorno le persone iscritte al club Westwing. Il nostro modello di business propone offerte a tempo limitato a prezzi estremamente competitivi.

Il modello di Westwing si basa sul cosiddetto “shopping ispirazionale”. Di cosa si tratta?

Westwing è stata fondata nel 2011 da Delia Lachance, già editor per Elle e Elle Decor in Germania. Come giornalista è sempre stata circondata da brand importanti e altri da scoprire, oltre a un’infinita proposta di prodotti per interni, ma non riusciva quasi mai a trovarli online. È stato questo il punto dal quale il mondo Westwing ha avuto inizio: dopotutto, su internet si poteva trovare un’offerta infinita riferita al fashion, dalle scarpe all’abbigliamento, ma non esisteva un corrispettivo per l’arredamento d’interni.

Così ha creato Westwing, il cui obiettivo è ispirare i clienti non solo con prodotti belli, ma anche raccontandone la storia. L’85% delle vendite è generato da iscritti che ci visitano in media 100 volte l’anno. Spesso dicono di iniziare la giornata sfogliando Westwing davanti a una tazza di caffè. Per me è un grande riconoscimento e mi dà la motivazione per offrire ai nostri clienti in Italia suggestioni diverse. Ogni giorno, nuovi suggerimenti prendono forma in campagne ad hoc o temi che presentiamo attraverso uno storytelling estremamente editoriale. L’esperienza d’acquisto si basa sull’idea di shoppable magazine.

Quali sono le tue principali fonti di ispirazione? Il mondo digital o quello reale?

Questo è il punto focale: non esiste più una differenza tra mondo reale e digitale. Sono uno l’estensione dell’altro. Anche in questo caso, si tratta di un cerchio, un circolo virtuoso. Faccio tanta ricerca su Pinterest, Instagram e testate online, ma anche su magazine cartacei. Soprattutto, mi nutro di esperienze: viaggi, arte, musica e, più che mai, persone. La loro anima e le loro storie si riflettono nelle case. Ecco perché il nostro format “Home Stories” (format condiviso su Instagram dove vengono raccontate le case di persone comuni, ndr) è così importante. Ci permette di entrare nella vita quotidiana di persone con i propri vissuti, con scelte stilistiche legate a sogni, ispirazioni e gusti. Condividono con noi i loro ricordi, che diventano parte dell’immaginario di chi si immedesima in ciò che legge, per creare il proprio mix and match.

 Quali saranno i nuovi trend in termini di arredamento?

Viviamo un’epoca in cui il nostro pianeta richiede più che mai la massima attenzione. Il design si fa portavoce di questa esigenza. Il trend del riciclo è quindi un tassello fondamentale. Non solo per il valore dell’eco-sostenibilità, ma anche per la sfida di dare nuova vita a oggetti già dotati di una propria storia. Nella nostra collezione Westwing Collection si possono trovare molti elementi con la paglia di Vienna, che al momento sta vivendo una grande rinascita. È possibile utilizzare questo materiale su piccoli oggetti decorativi come vassoi o lampade da tavolo, ma anche su mobili di grandi dimensioni come una consolle.

Così come il pattern Terrazzo, elemento della tradizione che si racconta anche in chiave più colorata per interni ed esterni. Parlando di forme e materiali, tutto diventa più fluido. Si smussano gli spigoli e si cercano forme morbide, senza dimenticare lavorazioni che raccontano legami e connessioni. Ecco perché il design diventa specchio della società in cui viviamo. Grande spazio quindi alle cosiddette “Ribbed Surface”, superfici a coste che giocano con i volumi e l’opulenza. Forme rotonde, corde e intrecci completano il quadro. Per quanto riguarda i colori, i rossi arrugginiti saranno un tema importante per la prossima stagione autunno-inverno.

Il sito di Westwing

Quale stile preferisci?

Innanzitutto personale. Semplicemente un mix di ricordi, di viaggi, di famiglia, di recupero. E di accenti nuovi, da aggiungere e cambiare a seconda degli stati d’animo e delle stagioni, più connessi tra loro di quanto spesso non vogliamo ammettere. In generale, ogni cosa è in divenire, e oggi la casa è il centro in cui questo continuo movimento prende forma. A me piace essere parte di questo flusso, aggiungendo un’irrinunciabile nota di stile.