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Forbes Italia 28 Luglio, 2020 @ 5:45

Vendere online, facendo leva sulle potenzialità delle piattaforme

di Forbes.it

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Articolo apparso sul numero di luglio 2020 di Forbes 2020.

Ricordate il film Un km da Wall Street? Il protagonista è un giovane di 19 anni che, dopo aver abbandonato gli studi al college, ha deciso di aprire una bisca clandestina nel suo appartamento del Queens. La bisca si è rivelata un ottimo affare ma poco dopo il ragazzo è entrato in una società di brokeraggio che gli ha promesso una rapida ascesa nel mondo della finanza. Come molti adolescenti della sua età, anche Mario Selva ha iniziato a sviluppare i primi sogni nel cassetto, primo tra tutti proprio quello di diventare un broker di successo. Nel 2018 Mario ha frequentato il corso di laurea in Economia e Commercio e, nel frattempo, ha studiato da autodidatta marketing. “Quello stesso anno ho fatto il mio primo viaggio negli Stati Uniti grazie ai risparmi accumulati negli anni precedenti; ero già attratto dal settore del marketing online e seguivo molti personaggi di spicco in quel settore (tutti americani). Ho iniziato quindi a sviluppare una vera e propria ossessione e ho deciso di aprire una piccola azienda per vendere prodotti su Amazon”, racconta Selva. Ma subito dopo aver investito tutti i suoi risparmi per ordinare lo stock di merce, si è reso conto che sarebbe stato un fallimento. “In realtà quell’investimento mi ha aperto gli occhi: non potevo dipendere da una piattaforma e non avere il controllo sulla maggior parte delle risorse”.

Così l’imprenditore si è avvicinato al dropshipping, nuovo modello di business già in auge negli States, che si è rivelato l’unico capace di generare ricavi nell’immediato senza dover investire troppo capitale upfront. Oggi, Selva possiede diversi e-commerce in dropshipping. “Questo modello permette di vendere prodotti online senza doversi occupare della spedizione, che viene appunto delegata al fornitore”, prosegue. Negli ultimi due anni, Selva è diventato un esperto di piattaforme quali Facebook for Business, che permette di raggiungere chiunque abbia un account Facebook o Instagram, Shopify, Clickfunnels e Zapier, che possiedono algoritmi in grado di automatizzare il 90% dei processi. Cosa significa? Poter scalare un determinato business in maniera esponenziale e generare cifre importanti: “Il trucco è il target. Facebook ti consente di creare un vero e proprio profilo ideale del tuo potenziale cliente in base a parametri come età, genere, luogo, interessi, comportamenti. La bravura sta poi nel riuscire a leggere i dati di ogni campagna e ottimizzarla applicando il marketing alla psicologia”.

Tutto questo affiancato a un ottimo prodotto. Che sia un brand o un bene gestito da terze parti, insomma, il risultato secondo Selva ha ottime probabilità di generare cifre incredibili. Ma i grandi risultati, si sa, vanno condivisi. Ed è per questo che, attraverso il blog marioselva.com e un corso di formazione ad hoc, lui dispensa consigli utili per chi è alle prime armi o vuole migliorare le prestazioni delle proprie campagne pubblicitarie. “C’è una frase che, chi mi conosce, avrà sentito centinaia di volte e cioè che ‘l’ossessione porta a grandi risultati’. Ecco, credo sia questa una delle doti capaci di fare la differenza. Bisogna studiare e formarsi giorno per giorno. La determinazione è il primo step per riuscire a raggiungere i propri obiettivi”. E di obiettivi futuri Mario Selva ne ha ancora tanti e sempre ambiziosi come quello di rendere la formazione accessibile a tutti: “Viviamo in un’era dove tutto si gioca online e ci sono persone che ancora non hanno la minima idea di cosa sia un e-commerce”, spiega il businessman. Che tra un viaggio e l’altro, soprattutto in America che rappresenta il mercato principale per questo segmento, studia le nuove frontiere del mercato online.

Business 8 Luglio, 2020 @ 11:25

La grande distribuzione sfida Amazon: Walmart avrebbe pronto un concorrente per Prime

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Articolo di Carlie Porterfield su Forbes.com

Secondo quanto riferito martedì da Vox’s Recode citando più fonti anonime, Walmart si starebbe preparando a lanciare questo mese un servizio di abbonamento per competere con Amazon Prime chiamato Walmart +.

Aspetti principali

Secondo l’articolo, il servizio Walmart + includerà consegne a domicilio di generi alimentari e prodotti nello stesso giorno, similmente a quanto fa Amazon Prime, e benefit come prezzi più bassi presso le pompe di benzina dei negozi Walmart.

Stando a quanto riferito, il servizio costerebbe 98 dollari all’anno, leggermente meno di Amazon Prime, che costa 119 dollari all’anno.

Le azioni Walmart sono salite del 6,2% raggiungendo i 126,26 dolari nelle negoziazioni afterhour a seguito dell’articolo. Si tratta del più grande rialzo in un giorno per il titolo negli ultimi tre mesi.

Secondo quanto riferito, anche una carta di credito Walmart + è già in lavorazione, anche se non sarà inclusa nella fase di debutto del servizio, così come “si preve di aggiungere componenti di intrattenimento video al programma di abbonamento”, riporta Recode .

Non è chiaro se Walmart + verrà lanciato inizialmente in una modalità limitata o partirà in quarta con un lancio in tutti gli Stati Uniti a luglio, ha riferito Recode .

Un rappresentante di Walmart ha detto a Forbes martedì che la società non ha nulla da commentare.

Contesto chiave

Recode ha riferito all’inizio di quest’anno che Walmart intendeva lanciare il programma di iscrizione questa primavera, ma il gigante della vendita al dettaglio sarebbe stato costretto a fermare i propri piani quando per via della pandemia di Covid-19 negli Stati Uniti ha deciso di introdurre un programma di consegna espressa in due ore per generi alimentari per i clienti vicini a negozi selezionati. La pandemia ha potenziato le vendite online sia di Walmart che di Amazon, poiché le persone hanno cercato di evitare gli acquisti di persona.

Business 4 Giugno, 2020 @ 2:00

Comprare auto online, per 1 italiano su 4 adesso si può fare

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Tra tutti i settori sui quali il lockdown ha lasciato il proprio segno negativo troviamo anche quello dell’auto. Secondo le ultime rilevazioni rese note dal Ministero dei Trasporti nel mese di maggio la Motorizzazione ha immatricolato 99.711 autovetture, con un calo del 49% rispetto a maggio 2019 (ad aprile sono state invece immatricolate 4.292 autovetture, con un crollo del 97,55% rispetto ad aprile 2019). Dati davvero preoccupanti che tuttavia lasciano intravedere una certa ripresa grazie anche a uno strumento in più nelle mani delle concessionarie: l’online.

Attraverso il canale e-commerce, infatti, le concessionarie più evolute durante il lockdown sono riuscite almeno in parte a supplire all’impossibilità di effettuare la vendita diretta. Una rivoluzione non solo per i concessionari ma anche per gli acquirenti. Secondo una ricerca internazionale di AutoScout24, gli italiani si mostrano ora molto fiduciosi sul rapporto tra auto ed e-commerce rispetto agli altri Paesi europei: quasi uno su quattro ha cambiato positivamente il proprio atteggiamento nei confronti degli acquisti online di auto, e per oltre la metà (53%) questo canale è una buona alternativa a quello tradizionale.

Gioia Manetti VP International & CEO Southern Europe
Gioia Manetti VP International & CEO Southern Europe

“Il settore Automotive si affaccia al trend dell’online transaction in ritardo rispetto ad altri settori, ma a passo deciso, tanto che ci si aspetta che in Europa tra 5 anni oltre il 4% delle transazioni avvenga su questo canale – spiega Gioia Manetti, vice president International e ceo Southern Europe di AutoScout24 – Tutti i paesi si muovono in questa direzione, seppur con tassi di crescita differenti, ma in questo senso l’emergenza Covid-19 è stato un importante acceleratore del processo di digitalizzazione degli attori della filiera, dovuto soprattutto al cambiamento dei consumatori.  Lo dimostra il fatto che si sono vendute auto online pur in lockdown, ‘creando’ o ‘adattando’ i processi esistenti. È ovvio che per il futuro di questo canale saranno determinanti una maggiore offerta di soluzioni di vendita online, cui molti player non sono ancora pronti, ed una crescita della propensione agli acquisti digitali da parte dei consumatori.”

 Un mercato, dunque, che se fino ad oggi era ancora ad una fase iniziale, coperto principalmente dalle case auto, adesso potrebbe avere un’accelerazione a seguito degli ultimi trend di scenario, con nuove sfide, ma anche opportunità per alcune aziende di riadattare strategicamente il modello di business alle nuove esigenze dei consumatori, soprattutto in ottica di e-commerce.

Business 4 Giugno, 2020 @ 1:30

Il servizio a supporto dell’ e-commerce targato eLogy

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Articolo tratto dal numero di maggio 2020 di Forbes Italia

eLogy offre una serie di servizi di supporto relativi alle attività di logistica per gli e-commerce. Tra le funzionalità proposte, un algoritmo per ottimizzare le spedizioni, dei bot che interagiscono con l’utente finale e sistemi di alert per la gestione delle scorte in magazzino

Mentre le piattaforme online dedicate allo shopping hanno subito un processo di innovazione costante negli ultimi anni, la stessa cosa non si può dire per quanto riguarda il processo di post vendita che deriva dall’e-commerce, e in particolare per tutte quelle azioni legate alla logistica. Per sopperire a tale mancanza del mercato è nata eLogy, una piattaforma in cloud di intelligent logistic & fulfillment che offre un ecosistema di servizi a supporto delle vendite è online. Nonostante sia nata soltanto da pochi mesi – con una fase di test a fine del 2019 e l’avvio delle attività nel 2020 –, l’approccio tecnologico della piattaforma ha trovato fin da subito un forte riscontro nel settore: nei primi tre mesi dell’anno il fatturato si aggira attorno ai due milioni di euro. Numeri che sono confermati anche dalla capacità di espandersi rapidamente oltre i confini italiani: il servizio è già arrivato in Spagna e in Francia, e nei prossimi mesi punta conquistare altri mercati esteri.

“Crediamo che l’attività di logistica, pur svolgendosi offline, debba andare di pari passo con l’e-commerce. Abbiamo sviluppato un software per rendere questo mondo tecnologicamente avanzato. La nostra piattaforma si può integrare con qualsiasi sistema di vendita: una volta collegato, il cliente ha a disposizione una panoramica di tutti gli ordini e le spedizioni”, racconta Marco Lanzoni, ceo e fondatore di eLogy.

Marco Lanzoni, ceo e fondatore di eLogy

L’intuizione che ha portato alla nascita della piattaforma arriva dalla precedente esperienza di Lanzoni nell’affiliate marketing: “Quando gli esperti di marketing hanno provato a promuovere i propri prodotti si sono trovati di fronte a dei limiti: la vecchia gestione della logistica non può interagire e integrarsi con la nuova generazione di e-commerce ed è incapace di risolvere i problemi che possono presentarsi”. A questo proposito, eLogy ha implementato una serie di servizi: si parte da un algoritmo capace di scegliere in base all’ordine e al Cap il corriere più performante, per passare a dei bot che tramite Whats App aggiornano l’utente finale sullo stato della spedizione, fino a un’ottimizzazione delle giacenze e dei resi. “La piattaforma gestisce anche eventi come i carrelli abbandonati: tramite call center, gli operatori possono recuperare questi ordini e seguire le fasi di up sell e cross sell”, sottolinea Lanzoni. “Un’altra funzionalità è rappresentata dalla parte warehouse: alert intelligenti aiutano il cliente a monitorare le scorte, per non trovarsi mai out of stock di prodotti. Abbiamo, inoltre, un crm integrato che consente di creare liste di clienti per fare campagne di marketing automation”. Tutti servizi che sembrano diventare ogni giorno più vitali, soprattutto se consideriamo che l’e-commerce si trova ad affrontare oggi una nuova fase. La crisi pandemica che ha investito il mondo ha causato una vera e propria impennata degli accessi ai siti di shopping online: secondo una ricerca di Netcomm, il 75% degli acquirenti da siti di e-commerce non aveva mai fatto prima un acquisto su internet. Anche il fondatore di eLogy vede delle buone prospettive per il settore: “Tutti si stanno abituando a comprare online, soprattutto per quanto riguarda alcune categorie merceologiche. Una cosa che mi auguro è che, soprattutto in Italia, si possa acquisire una maggiore fiducia sui pagamenti online per abbassare il trend del contrassegno”.

Business 29 Maggio, 2020 @ 3:56

La storia di Luca Valori tra e-commerce e mentorship

di Forbes.it

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Articolo tratto dal numero di maggio 2020 di  Forbes Italia

Esperto di e-commerce e strategie comunicative su Instagram, la vita dell’imprenditore nato a Lussemburgo Luca Valori è cambiata esattamente tre anni fa e oggi il suo business gli permette di generare numeri a sei cifre. “Mi sono appassionato al digitale quando frequentavo l’università di Lussemburgo, ramo marketing e comunicazione; proprio per quella passione ho deciso di abbandonare l’università per lavorare come segretario di una scuola e guadagnare i primi soldi per iniziare quindi le mie prime attività online”, racconta Valori.

Dopo nemmeno un anno, decide di lasciare il lavoro e dedicarsi a tempo pieno ad alcuni store online specializzati in dropshipping: “Sono riuscito in pochi mesi a vendere prodotti online per 30-40mila euro al mese”, spiega. E poco tempo dopo, raggiunge un nuovo obiettivo e si dedicata alla vendita di prodotti in dropshipping completamente da casa.

Da gennaio Luca vive a Dubai, dove collabora con diverse aziende: “Attualmente mi occupo di vari business, ho e-commerce attivi dove quotidianamente genero centinaia di vendite, ho un’academy dove insegno a migliaia di studenti e infine delle attività secondarie che si occupano di social media marketing e si rivolgono sia alle aziende sia ai privati”. Un altro business di cui va molto fiero è poi quello delle mentorship private rivolte a imprenditori e privati in sessioni one to one. Sono tanti, inoltre, i corsi online che promuove sulla sua pagina web lucavalori.com: dropshipping elite class, che insegna step by step a strutturare un business in dropshipping in meno di 24 ore, Ecomhacks 2.0 un corso avanzato che spiega come strutturare il proprio e-commerce e creare un vero e proprio brand, e poi un corso che aiuta a crescere e monetizzare attraverso Instagram.

Il dropshipping è un sistema molto innovativo oggi: “E’ un modello di vendita grazie al quale il venditore vende un prodotto a un utente finale, senza possederlo materialmente nel proprio magazzino”, spiega Valori. “Il venditore, effettuata la vendita, trasmetterà l’ordine al fornitore, che in questo caso viene chiamato dropshipper, il quale spedirà il prodotto direttamente all’utente. In questo modo, il venditore si preoccupa esclusivamente della pubblicizzazione dei prodotti, senza le relative incombenze legate ai processi di imballaggio e spedizione, che invece sono a cura del fornitore”. Insomma, è abbastanza chiaro: Luca Valori non si ferma mai. E nel futuro? Quali aspirazioni può ancora avere nel cassetto un talento così precoce? “Attualmente sto progettando un brand con il quale mi voglio posizionare sul mercato. Ogni mese, di solito, avvio altri business secondari nello stesso settore, e nella maggioranza dei casi mi posiziono subito in Italia, dove ho sempre avuto un ottimo riscontro tra studenti e aziende”.

 

Business 29 Maggio, 2020 @ 12:21

Il packaging italiano in corsa per sfruttare l’exploit dell’e-commerce, il caso CMC

di Forbes.it

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e-commerce-packaging
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È sotto gli occhi di tutti come il lockdown abbia dato un’incredibile spinta al settore e-commerce e, a conferma dell’esperienza empirica, arrivano i numeri. Secondo l’analisi NetComm, il Consorzio del commercio elettronico Italiano, da inizio anno sono stati registrati 2 milioni di nuovi consumatori online nel nostro Paese su un totale di 29 milioni, 1,3 milioni dei quali, “nati” a seguito dell’emergenza sanitaria del Covid-19. Un significativo balzo in avanti se si considera che negli stessi mesi dello scorso anno il numero di nuovi utenti e-commerce si attestava a 700.000.

Quello che invece è meno evidente agli occhi dei consumatori è come l’esplosione dell’e-commerce abbia creato un indotto positivo anche in molti settori ad esso connesso, non ultimo il settore del packaging. È il caso ad esempio del gruppo CMC, azienda con sede in Città di Castello (Umbria), che, grazie alla sua esperienza nella costruzione di macchinari innovativi per il packaging e il mailing maturata in più di 40 anni di attività, ha saputo rispondere alle necessità emergenti dei grandi operatori dell’e-commerce, dalla gestione dei picchi operativi all’abbattimento dei costi e ottimizzazione energetica.

Gruppo CMC Packaging
Famiglia Ponti, titolari del Gruppo CMC

Con la sua “CartonWrap”, macchina in grado di realizzare imballaggi dinamici in cartone, protettivi e perfettamente dimensionati al prodotto da spedire, il gruppo CMC è diventando negli ultimi anni un punto di riferimento per i principali operatori internazionali del settore, esportando in tutto il mondo il proprio portafoglio di soluzioni e macchinari altamente innovativi. Un successo che, tradotto in numeri, nel 2019 ha generato un fatturato di circa 61 milioni di euro, registrando una crescita del 17% rispetto all’anno precedente e un tasso di annuo di crescita tra il 2017 e il 2019 del 35%. Un successo che non dovrebbe fermarsi grazie a un portafoglio ordini in forte espansione.

Francesco Ponti, azionista e ceo del gruppo nonché figlio del fondatore Giuseppe Ponti, racconta l’ultimo passo sul sentiero della crescita: l’operazione con cui Francesco e Lorenzo Ponti, supportati dal padre Giuseppe, hanno rilevato le quote di minoranza, riacquistando il 100% del Gruppo CMC, e riorganizzato la capital structure. Con l’operazione di oggi ci prepariamo per affrontare, più patrimonializzati e strutturati, un nuovo importante percorso di crescita”, racconta Francesco. Nell’ambito dell’operazione infatti, Alantra, in qualità di advisor finanziario del gruppo, ha coordinato un club deal di investitori privati, che hanno sottoscritto un aumento di capitale di € 2,5m a fronte dell’emissione di strumenti finanziari partecipativi, e l’emissione di due prestiti obbligazionari per un totale di € 7,0m, interamente strutturati e sottoscritti da Riello Investimenti Partners SGR attraverso il fondo di private debt Impresa Italia.

 

Innovazione 20 Maggio, 2020 @ 11:47

Facebook lancia Shops, il social commerce per piccole imprese e marchi globali

di Forbes.it

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Facebook Shops, la nuova funzione di social commerce
Facebook Shops (about.fb.com)

Stiamo vivendo un momento economico molto difficile. In tanti i settori si fa fatica a ripartire, uno di questi è il commercio. Adesso però c’è un nuovo strumento che potrebbe davvero dare una spinta alle vendite: direttamente da Menlo Park arrivano i Facebook Shops, uno modo semplice e immediato per consentire a chiunque, dal piccolo imprenditore al marchio globale, di usare il sistema app di Facebook (WhatsApp, Messenger e Instagram) per connettersi con i propri clienti. Si confermano così le previsioni dei marketer che facevano del social commerce, la modalità di shopping online all’interno dello stesso ambiente social, una delle tendenze che sarebbero esplose a breve. E del resto non poteva essere diversamente considerando il tempo che si trascorre all’interno di questi canali e soprattutto il numero di persone globalmente connesse ogni giorno.

Come funzionano i Facebook Shops

Attraverso i Facebook Shops è possibile creare un unico negozio online al quale i clienti possano accedere sia su Facebook sia su Instagram. La creazione di un Facebook Shop è semplice e gratuita. Le aziende possono scegliere i prodotti che vogliono inserire nel loro catalogo e, poi, personalizzare il look and feel del negozio con un’immagine di copertina e con colori che rimandano al proprio brand. Questo significa che qualsiasi imprenditore, indipendentemente dalla dimensione della sua azienda o dal budget, può portare la propria attività online e connettersi con i clienti dove e quando preferiscono. 

Dal lato utente è possibile trovare i Facebook Shops sulla pagina Facebook o sul profilo Instagram di un’azienda, oppure scoprirli nelle storie o negli annunci pubblicitari. Da lì, si può sfogliare l’intera collezione, salvare i prodotti ai quali si è interessati e fare un ordine che potrà essere completato sul sito web del brand o – solo negli Stati Uniti – direttamente nell’app, se l’azienda ha attivato il checkout. Inoltre, come in un negozio fisico quando si ha bisogno di chiedere aiuto a un commesso, nei Facebook Shops si potrà inviare messaggi a un’azienda attraverso WhatsApp, Messenger o Instagram Direct per fare domande, ottenere supporto, monitorare le consegne e altro ancora. E in futuro, si potrà visualizzare lo shop di un’azienda e fare acquisti direttamente in una chat di WhatsApp, Messenger o Instagram Direct.

In ultimo, per quanto riguarda la privacy, Facebook ci tiene a precisare che quando si naviga all’interno del negozio di un’azienda, il social condivide informazioni aggregate con l’azienda in merito alle prestazioni e al traffico del negozio, ma non condivide informazioni che identificano personalmente l’utente, come il suo nome o indirizzo email, a meno che non sia l’utente stesso che autorizzi a farlo. 

Social commerce: le altre novità in arrivo da Facebook

Ma l’azienda di Mark Zuckerberg non si “limiterà” ai Facebook Shops, in arrivo a breve nuove funzionalità come Instagram Shop, Live Shopping e altre ancora per integrarle con i Facebook Shops e aiutare i clienti a scoprire i prodotti a cui sono interessati, rendendo più semplice l’acquisto.

Instagram Shop si configura come un nuovo modo per scoprire e acquistare i prodotti amati nella sezione Esplora di Instagram. La funzionalità del Live Shopping renderà ancora più semplice acquistare i prodotti in tempo reale: imprenditori, brand e creator potranno infatti taggare i prodotti del loro Facebook Shop o catalogo prima di andare in diretta e questi verranno mostrati in fondo al video in modo che le persone possano facilmente cliccare per saperne di più e acquistarli. In arrivo anche la funzione che permetterà alle persone di collegare i propri programmi fedeltà all’account Facebook. In ultimo Facebook sta anche lavorando a più stretto contatto con partner come Shopify, BigCommerce, WooCommerce, Channel Advisor, CedCommerce, Cafe24, Tienda Nube and Feedonomics per dare alle piccole imprese il supporto di cui hanno bisogno. Queste aziende offrono strumenti efficaci per aiutare gli imprenditori ad avviare e gestire la loro attività e a spostarsi online.

Innovazione 28 Aprile, 2020 @ 11:26

Tre ragazzi hanno creato il primo supermercato completamente digitale d’Italia

di Francesco Nasato

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E-commerce: Macai, il supermercato digitale dove esiste solo la spesa online
(Courtesy of Macai)

Nel film del 2015 “La grande scommessa” Christian Bale, Steve Carell, Ryan Gosling e Brad Pitt sono un gruppo di investitori di Wall Street che prima degli altri intuisce l’arrivo della grande crisi finanziaria del 2008 e con una strategia in apparenza folle riesce a ricavare un enorme profitto da questa situazione. Se si dovesse scegliere il titolo di un film per descrivere l’avventura di Macai, probabilmente questo sarebbe uno dei più efficaci. Macai, infatti, è una sorta di grande scommessa perché è il primo supermercato italiano interamente digitale e garantisce la consegna della spesa a casa in 24 o 48 ore, a seconda del momento in cui viene effettuato l’ordine. Parola di uno dei tre fondatori, Giovanni Cavallo.

Non è la prima avventura nel mondo food e delivery per Giovanni e per i suoi due soci, Lorenzo Lelli ed Edoardo Tribuzio. I tre infatti sono anche i fondatori di MyMenu, app che dal 2012 permette di ordinare a domicilio da ristoranti di fascia medio-alta. Macai però è un progetto diverso, forse più ambizioso, perché vuole inserirsi in un settore tradizionale come quello dei supermercati andando a sfidare i grandi nomi del settore su un terreno su cui sembrano faticare: quello della spesa online e della sua consegna, soprattutto a livello di tempistiche. Le crisi nascondono al loro interno opportunità improvvise e inattese, con Macai che può rientrare in questa definizione come racconta a Forbes Italia Giovanni Cavallo: “Poco più di due settimane fa mi sono messo ad analizzare il mercato della spesa online e della sua consegna, un settore diventato improvvisamente essenziale con la situazione legata al coronavirus, ma che al momento in Italia ha una penetrazione inferiore all’1%, anche se nei prossimi 7 anni si stima possa arrivare fino al 10%: per capirci un’opportunità da 18 miliardi di euro”.

E-commerce: Macai, il supermercato digitale dove esiste solo la spesa online
I fondatori di Macai

Se mettere in piedi una piattaforma online presenta delle difficoltà, superabili però grazie all’esperienza accumulata con Mymenu, le questioni che riguardano magazzino e logistica appaiono più complicate. La sorte però strizza l’occhio a questo giovane team di imprenditori e mette sulla loro strada un partner importante e in grado di sistemare anche questi aspetti: “Un paio di giorni dopo l’inizio delle nostre riflessioni – spiega ancora Giovanni – siamo stati contattati dal gruppo Dac, già fornitore di nomi importanti, che aveva sentito i nostri nomi legati al progetto Mymenu. Così, senza mai vederci fisicamente e sfruttando al massimo gli strumenti tecnologici a nostra disposizione per accordarci e aggiornarci sull’avanzamento della piattaforma, con un investimento di partenza di alcune decine di migliaia di euro siamo riusciti a partire con Macai lo scorso 8 aprile. Tempistiche impensabili in una situazione normale”.

Macai si presenta così da subito con un catalogo fornito di oltre 2000 prodotti. Più della metà appartengono a grandi marchi e nomi noti alla maggior parte dei consumatori, ma almeno il 30% è composto da prodotti artigianali ed etichette pregiate grazie ad accordi e contatti che il team si è costruito nel corso degli anni grazie al lavoro portato avanti con Mymenu. Le principali innovazioni di Macai però arrivano nel momento in cui si inizia a fare la spesa online: massima semplificazione per ordinare in meno click possibili e la garanzia della consegna contactless dal lunedì al sabato in 24 ore se l’ordine è effettuato entro le 12, due giorni invece se l’ordine arriva dopo mezzogiorno. Spesa minima di 70 euro, costo di consegna 5,90 euro e possibilità di pagare con carta di credito, debito o PayPal. Come si possa garantire una consegna così rapida è ancora Giovanni a provare a spiegarlo: “Abbiamo in dotazione 200 furgoncini refrigerati che ci permettono di soddisfare migliaia di ordini al giorno. Con il passare del tempo però vogliamo rafforzare questa componente. In questo momento, potenzialmente abbiamo la capacità di evadere fino a 5000 ordini ogni giornata”.

Macai è ancora una creatura di business giovanissima eppure le prime risposte sembrano confortanti e allora Giovanni prova a guardare avanti: “Se dovesse andare bene l’obiettivo è di staccare Macai da Mymenu e provare a farlo andare avanti con le proprie gambe andando alla ricerca di capitali. Inevitabile che nei primissimi giorni ci sia stato qualche problema, ma le prime risposte da parte dei consumatori sono assolutamente buone, anzi alcuni hanno già ordinato la loro spesa due-tre volte su Macai”. Il servizio per ora è attivo su tutti i CAP di Milano e Torino, l’intenzione però è di allargarsi rapidamente, magari iniziando con Bologna, città dove risiede Giovanni. Continuando sulla strada di una grande scommessa.

Business 28 Aprile, 2020 @ 10:29

Perché i “venditori” resteranno determinanti anche nel mondo post-Coronavirus

di Alessandro Donetti

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La trasformazione consumer-centrica, spiegata.Leggi di più dell'autore
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Tutti gli istituti di ricerca sono concordi nel ritenere che la rapida diffusione su scala globale del Coronavirus abbia scatenato uno shock economico e sociale senza precedenti. Se per molte famiglie il Coronavirus rappresenta una grave crisi umana, per molte aziende si tratta di qualcosa mai vissuto prima. Molti – praticamente tutti, me compreso – sono concordi nel ritenere che il Coronavirus provocherà un’accelerazione di cambiamenti già in atto in molte aziende, primo tra tutti quello della digitalizzazione.

D’altra parte, se molti dei contatti tra brand e consumatori si sposteranno dal mondo fisico a quello digitale, questo non significa che i processi mentali che guidano la scelta e l’acquisto di un brand da parte dei consumatori subiranno delle modifiche, ed in particolare non subirà alcuna modifica il ruolo giocato dalle emozioni nella mente del consumatore. Si tratta infatti di processi mentali che caratterizzano gli esseri umani e che sono indipendenti dal punto di contatto tra brand e consumatore, sono cioè indipendenti dal canale di acquisto, che sia fisico o digitale.

Osservando invece quello che accade in Rete in queste ultime settimane, ho potuto notare come siano veramente tanti i casi che dimostrano come molti non abbiano minimamente compreso i processi mentali che stanno alla base della scelta di un brand da parte di un consumatore, e soprattutto dimostrano di non avere per niente compreso il ruolo giocato dalle emozioni durante tali processi. Inoltre, molti – anzi, troppi – realizzano azioni generiche che spesso hanno come unico risultato quello di annacquare il lavoro fatto nei decenni per costruire il DNA di un brand.

Un esempio illuminante è quello di RewardStyle – una piattaforma che supporta circa 60.000 influencer nella loro attività di creazione e diffusione di contenuti digitali collegati ai brand per i quali essi lavorano, e che viene utilizzata da centinaia di migliaia di brand. Come riportato dal New York Times, RewardStyle – attraverso una e-mail del 30 marzo – ha comunicato ai propri utenti influencer di “continuare a pubblicare post per catturare domanda, utilizzando un approccio più morbido e guidare così lo shopping online”, e ha poi aggiunto, “per ogni 5 post, ti consigliamo di pubblicare 2 post relativi alla vita in casa e 3 post sullo shopping”.

Non male come suggerimento. Un livello di genericità assolutamente sconcertante!

Un altro esempio è quello di un brand di biancheria intima che ha proposto il “reggiseno adatto per lavorare da casa”. Io non porto il reggiseno, tuttavia penso che dietro tale messaggio ci sia una comprensione decisamente scarsa dei meccanismi di scelta di un brand di reggiseni da parte di una consumatrice, e soprattutto non ci sia alcuna comprensione di come fare leva sulle emozioni di una consumatrice.

Molti hanno poi toccato il fondo realizzando azioni ancora più generiche del tipo, “…l’innovazione sostenibile per ispirare i consumatori di domani”. È un modo certamente molto efficace per scomparire del tutto dal radar dei consumatori.

Come ho scritto più volte, i consumatori acquistano o si sentono legati ad un brand non perché un’emozione è stata suscitata da quel brand, ma perché un brand è percepito come in grado di soddisfare il desiderio di vivere una certa emozione, desiderio che io chiamo “motivatore emozionale”. Tale percezione diventerà poi più forte o più debole a seconda delle emozioni che seguiranno, durante l’interazione con il brand nei punti di contatto fisici e digitali.

Nel mio ultimo articolo ho riportato i risultati di una ricerca da me condotta nelle ultime settimane per un noto brand del settore del lusso che ha consentito di evidenziare i principali desideri emozionali dei consumatori che si trovano in lockdown, e ho suggerito anche alcune azioni che i brand possono realizzare per soddisfare tali desideri emozionali. Vediamo ora tre esempi concreti che si sono dimostrati di grande successo nelle ultime settimane. Sono esempi coerenti con i miei suggerimenti, e dimostrano quanto sia importante la comprensione del ruolo delle emozioni nella mente dei consumatori anche quando il contatto con il brand è un contatto digitale. I primi due esempi derivano da analisi che ho fatto sulla base di materiale disponibile in Rete, mentre il terzo è tratto da una mia recentissima esperienza professionale.

 

Live streaming per i fan di Levi’s

Il 24 marzo Levi’s ha annunciato una nuova serie di esibizioni online dal vivo chiamata “5:01 Live”. Si tratta di una serie di spettacoli dal vivo di artisti musicali molto noti che viene trasmessa ogni giorno su Instagram Live alle 5:01 del pomeriggio del Pacific Time.

L’iniziativa intende collegare e intrattenere i fan del brand, costretti a rimanere nelle proprie abitazioni. Attraverso l’iniziativa, Levi’s è in grado di contribuire alle attività di lotta contro il Coronavirus mediante delle donazioni a favore di enti di beneficenza.

Nei giorni scorsi mi sono permesso di fare una survey su di un campione di follower del profilo Instagram di Levi’s – che per inciso sono 7,3 milioni. La survey mi ha consentito di misurare un livello di fedeltà al brand superiore di circa l’85% da parte dei follower che hanno seguito almeno due eventi 5.01 Live, rispetto ai follower che non hanno seguito alcun evento 5.01 Live. È un risultato certamente straordinario.

 

Festeggiare San Valentino su Taobao e Tmall

All’inizio dell’emergenza globale, quando la Cina si era appena bloccata e le giovani coppie si trovavano nell’impossibilità di incontrarsi fisicamente per festeggiare San Valentino, Alibaba ha lanciato una campagna attraverso Taobao Life e Tmall. Per chi non li conoscesse, ricordo che Taobao Life è il gioco virtuale con avatar in 3D, accessibile dall’applicazione mobile di Taobao – che a sua volta è il marketplace online di Alibaba utilizzato per le vendite tra privati (una sorta di eBay). Tmall invece è la piattaforma online posseduta da Alibaba per le vendite business to consumer.

Per il giorno di San Valentino, Tmall ha collaborato con sei brand del settore del lusso per realizzare una campagna di appuntamenti online su Taobao Life. Dal 14 al 16 febbraio gli utenti hanno avuto la possibilità di accedere a 20 prodotti virtuali dei sei brand, in edizione limitata. Le coppie potevano scegliere uno sfondo di San Valentino brandizzato, incontrarsi nel gioco e fare in modo che i loro avatar si scambiassero foto, per poi scaricarle e condividerle con gli amici attraverso i social media.

La campagna di appuntamenti non è stata però progettata solamente con lo scopo di creare intrattenimento e condivisione di “momenti d’amore”. Infatti, i venti prodotti virtuali ricordano prodotti reali realizzati dai sei brand e potevano essere selezionati e acquistati su Tmall, con uno “sconto speciale per gli innamorati”.

Sebbene Tmall non abbia rilasciato numeri ufficiali, essa ha tuttavia affermato che la campagna ha generato vendite significative, e soprattutto alcuni utenti sono diventati per la prima volta acquirenti nel Tmall Luxury Pavilion. Il successo del gioco forse è derivato anche dal fatto che alcuni degli articoli erano 明星 同 款 – una frase che indica che alcune celebrità erano state viste indossare i prodotti proposti nella campagna.

Le stime più recenti sostengono che la Cina sia la patria di oltre 290 milioni di giovani consumatori GenZ e il loro potere di spesa stia rapidamente crescendo. Inoltre, molti si aspettano che entro il 2025 i consumatori GenZ effettueranno il 55% di tutti gli acquisti di lusso in Cina. La campagna di San Valentino realizzata da Alibaba è stata un modo certamente creativo per coinvolgere emotivamente questo gruppo di consumatori, ed è stata anche rispettosa del grave momento umano che i giovani consumatori cinesi stavano vivendo.

 

Il venditore angelo con le ali digitali

Quando si pensa al mondo Dopo-Coronavirus – in cui molti contatti tra i brand e i consumatori saranno digitali – si dà quasi per scontato che tali contatti saranno in assenza di un “venditore”, cioè di una persona che favorisca e stimoli l’acquisto da parte del consumatore. Certamente si verificherà un forte incremento di acquisti effettuati in self-service, attraverso i canali digitali. Tuttavia, la domanda a cui rispondere è se la presenza di un venditore – che parla con il cliente attraverso una videochiamata e interagisce mediante strumenti e contenuti digitali – possa comunque incrementare la probabilità di acquisto e la fedeltà al brand. La risposta a questa domanda è certamente affermativa, a condizione che il venditore attui la giusta comunicazione verbale e non verbale assieme ai giusti comportamenti, assistiti dai giusti strumenti e contenuti digitali.

Per dimostrare questa mia ultima affermazione, riporto quanto emerso in una mia recentissima esperienza professionale nell’ambito di un progetto di trasformazione consumer-centrico per un brand molto noto del settore abbigliamento e accessori femminili. Nel progetto – iniziato qualche mese fa e proseguito durante il periodo di lockdown – si sono già svolti oltre 250 video-incontri di vendita tra eStylist e consumatrici di vari paesi, realizzati secondo modalità completamente nuove. Ad oggi, ho potuto misurare che una eStylist che utilizza alcune domande che evocano le giuste emozioni positive nella consumatrice che sta dall’altra parte dello schermo, riesce ad ottenere aumenti della probabilità di acquisto fino al 95%, rispetto ad un contatto in cui la cliente si serve da sola sul sito web del brand.

Ad esempio, straordinario è stato un video-incontro in cui una eStylist che aveva notato un ritratto della cliente posizionato su una parete alle spalle della cliente stessa, le ha chiesto, “Quel ritratto alle sue spalle la fa apparire bellissima. Immagino che guardarlo le ricordi momenti di vera felicità, è così?”. A questa domanda gli occhi della cliente si sono illuminati, le si è spalancata la bocca ed ha iniziato una risposta che è durata circa 25 minuti, raccontando come quel ritratto le era stato regalato dal marito 13 anni prima, dopo un viaggio attraverso alcune capitali europee. Quando poi, nel corso di un video-incontro, quella stessa eStylist favorisce l’uso della Realtà Aumentata da parte della consumatrice attraverso la giusta comunicazione verbale – analoga a quella che si dovrebbe usare in negozio quando la cliente è di fronte a uno specchio e sta provando un capo – allora la probabilità di acquisto è arrivata quasi a triplicare rispetto a quando la cliente interagisce da sola con un Virtual Store del brand, ed è più che raddoppiata rispetto al caso in cui è la cliente che da sola utilizza la Realtà Aumentata.

Tutto questo non significa che nel mondo Dopo-Coronavirus i negozi dovranno essere chiusi per sempre. Sicuramente dovranno ridursi di numero e molti di essi dovranno essere rifatti da cima a fondo. Ma soprattutto, dovranno diventare un luogo esclusivo per una clientela super-premium e high-net-worth. In questi luoghi esclusivi lavoreranno venditori e venditrici che sapranno agire da “angelo del consumatore”, rendendolo un consumatore desiderante del brand.

Sono poi assolutamente convinto che i risultati che ho citato nell’ultimo esempio – quello della straordinaria eStylist, per intenderci – possano essere ottenuti anche in settori diversi da quello dell’abbigliamento e accessori, da parte di quei brand che vogliono applicare livelli di prezzo di tipo premium o superiori, per prodotti e servizi di valore unitario medio o alto. Tra questi ci sono certamente molti prodotti finanziari e assicurativi, gli articoli di arredamento e per il fitness, e – per alcune fasi del processo di vendita – anche le moto e le auto. Ho motivo di credere che in questi settori – per ragioni che non sto qui ad elencare – un incontro di vendita mediato da uno strumento e dai giusti contenuti digitali sia non solo meno costoso ma anche più efficace rispetto ad un incontro tradizionale di vendita face-to-face. È chiaro però che per ottenere risultati simili a quelli riportati sopra, è necessario che i brand aumentino in modo considerevole il numero di “venditori angelo” e li dotino delle giuste “ali digitali”, cioè dei giusti strumenti e soprattutto dei giusti contenuti digitali. I “venditori angelo” dovranno avere livelli molto alti di attenzione focalizzata – una capacità che io chiamo “quasi ipnotica” – ed essere in grado di padroneggiare un vocabolario emozionale molto esteso. Si tratta di due capacità che possono essere allenate e quando sono possedute a livelli adeguati consentono di sviluppare rapidamente le giuste abilità di comunicazione verbale, non verbale e di comportamento. Sulla base della mia esperienza professionale e della mia attività di ricerca, posso segnalare infatti che meno del 20% del personale di vendita nei settori consumer ad oggi mostra livelli adeguati di queste due capacità. E il numero di venditori che può essere qualificato come “angelo” – che mostra cioè livelli altissimi di queste due capacità – è ben al di sotto del 5%.

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Nel mondo Dopo-Coronavirus il coinvolgimento emotivo dei consumatori sarà il vero – probabilmente unico – campo di battaglia per i brand che operano nei mercati consumer. I brand dovranno essere emotivamente coinvolgenti in tutti i punti di contatto, non solo nei punti fisici che rimarranno, ma anche in tutti nuovi punti di contatto digitali che nasceranno. Per fare questo, le persone di questi brand che lavorano in attività di vendita e di servizio, dovranno possedere alcune capacità che le rendono “angeli dei consumatori”. Questi angeli – dotati delle giuste “ali digitali” – dovranno essere in grado di governare le emozioni del consumatore, rendendolo un consumatore desiderante del brand, anche quando l’incontro di vendita avviene in modalità remota. Solo in questo modo un brand potrà riuscire a differenziarsi stabilmente rispetto ai concorrenti posizionandosi al centro della vita dei consumatori. Quei brand che invece non saranno in grado di essere emotivamente coinvolgenti in tutti i punti di contatto fisici e digitali probabilmente scompariranno.

 

Business 19 Aprile, 2020 @ 11:00

Manuale rapido per le PMI italiane che vogliono iniziare a vendere online

di Forbes.it

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In questo periodo di emergenza sanitaria, la chiusura dei negozi non impedisce ai commercianti di proseguire la propria attività se la vendita dei prodotti è effettuata online ed è destinata esclusivamente alle consegne a domicilio. Le imprese che commercializzano beni al dettaglio di qualsiasi genere (non solo quelli di prima necessità) possono, quindi, continuare la propria attività di vendita online, e ciò anche nel caso in cui l’attività commerciale in questione rientri tra quelle il cui esercizio offline è stato temporaneamente sospeso dai provvedimenti governativi emergenziali (si pensi, ed esempio, alla ristorazione, alla vendita di capi di abbigliamento, ecc.).

Un investimento, quello in una struttura di ecommerce, che fatto oggi può creare un vantaggio competitivo e lanciare l’azienda nel futuro.

La domanda, a questo punto, è: cosa devono fare in concreto le PMI per aprire un negozio online?

Ecco i consigli di Marco Berliri e Paola La Gumina dello studio legale Hogan Lovells:

  • Marketplace o sito individuale? Il primo dilemma da affrontare per le PMI è se aprire un proprio negozio online o aderire ai grandi marketplace di e-commerce (generici – come, ad esempio, Amazon, eBay o Alibaba – o di settore – come, ad esempio, i marketplace per le consegne di prodotti alimentari a domicilio). Sono innegabili i vantaggi, in termini di possibile visibilità e numero di potenziali clienti, di vendere i propri prodotti sui grandi marketplace, ma sono altrettanto indubbi i vantaggi di aprire un proprio negozio online per chi vuole dare identità e unicità ai propri prodotti. Una terza possibile soluzione per aumentare il potenziale di vendita è naturalmente quella di aprire e operare in autonomia con il proprio e-shop e, contemporaneamente, integrarlo nei marketplace di e-commerce.

 

  • Tipo di business: E’ necessario individuare il proprio tipo di business tra il c.d. business to business (B2B) ossia transazioni commerciali online tra aziende e il c.d. business to consumer (B2C) ossia la forma più nota di e-commerce che riguarda la fornitura di beni e servizi direttamente al consumatore utente finale. A seconda del tipo di business, si rende opportuno fare un planning economico-finanziario per l’attività che si intende svolgere online, al fine di pianificare nel medio e lungo termine i propri obiettivi e organizzare la gestione del proprio magazzino (interno o in outsourcing).

 

  • Adempimenti burocratici: Assumendo che le PMI siano imprese già in essere e quindi iscritte al Registro Imprese della competente Camera di Commercio, è necessario verificare se sia già stato indicato tra le attività svolte dall’impresa – e, in caso negativo, integrare la selezione – il codice Ateco relativo al “commercio al dettaglio di qualsiasi prodotto effettuato via internet”. Ove quest’ultima attività diventi quella “prevalente” per l’impresa, dovrà essere presentata all’Agenzia delle Entrate la dichiarazione di variazione dati così da aggiornare il profilo dell’impresa. Inoltre, nel caso in cui l’impresa intenda effettuare operazioni commerciali anche con altri paesi dell’Unione Europea, sarà necessario verificare se la sua P.IVA sia iscritta al VIES – e, in caso contrario, procedere all’iscrizione – così da poter effettuare le relative operazioni intracomunitarie. Si rende inoltre necessario avere un regime INPS e una posizione INAIL adeguati all’attività in questione. E’ inoltre richiesta la presentazione di una Segnalazione Certificata di Inizio Attività (SCIA) che ha efficacia immediata, tramite lo Sportello Unico per le Attività Produttive. A seconda, poi, della categoria merceologica di vendita (es. alimentare, non alimentare, prodotti speciali, antichi o usati), saranno o meno richiesti alle imprese ulteriori requisiti specifici.

 

  • Creazione della piattaforma: E’ necessario scegliere il c.d. nome a dominio del proprio e-shop e affidarsi ad un webmaster – che si occupi della amministrazione e manutenzione del sito internet – nonché ad un web designer – che si occupi della parte grafica e della gestione dei contenuti del sito (ad esempio, descrizione dei prodotti, cataloghi, foto, video, ecc.) per renderlo facilmente navigabile, semplice e intuibile.

 

  • Creazione dei contenuti legali della piattaforma: Il commercio elettronico rientra tra le c.d. vendite a distanza, che nei business B2C richiedono l’assoggettamento ad una specifica normativa di settore – prevalentemente rinvenibile sia nel D.Lgs. 205/2006 (c.d. Codice del Consumo) sia nel D.Lgs. 70/2003 (che ha implementato in Italia la Direttiva europea sul commercio elettronico 2000/31/CE), sia nella normativa in tema di privacy (tra cui il D.Lgs. 196/2003 c.d. Codice Privacy, e il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (UE) n. 2016/679 c.d. GDPR) – dove è posta la massima attenzione alla tutela del consumatore, sia in termini di trasparenza che di completezza delle informazioni. In rigorosa osservanza di quanto previsto dalla normativa applicabile – con l’aiuto di professionisti del settore – sarà quindi necessario, tra l’altro, (i) redigere i termini e condizioni generali di vendita e l’informativa privacy (adeguatamente corredata dalle informazioni sull’utilizzo dei cookie); (ii) predisporre il formulario e il processo di registrazione degli utenti alla piattaforma nonché un idoneo processo di acquisto; (iii) fornire agli utenti adeguate informazioni in linea con il dettato normativo, sia nella fase pre-contrattuale (a titolo esemplificativo, informazioni sull’identità e i contatti del professionista-venditore, sui prodotti, sui prezzi, sulle modalità di pagamento, sul diritto di recesso, sui costi di restituzione, sulla garanzia sui beni venduti, ecc.), sia durante il processo di vendita (ad esempio, le informazioni che è necessario fornire al consumatore direttamente prima dell’inoltro dell’ordine e al “bottone di acquisto”), sia dopo il processo di vendita (si pensi, ad esempio, alla necessità di fornire al consumatore conferma, su un mezzo durevole, del contratto concluso). Altrettante attività e funzionalità, anche se meno stringenti, dovranno essere effettuate e implementate in caso di vendite B2B. Nell’elaborare tutto quanto sopra, peraltro, l’azienda dovrà tener conto – per esigenze non solo linguistiche, ma anche legali – se i destinatari dei propri prodotti siano solo utenti italiani o anche utenti residenti all’estero.

 

  • Gestione dei pagamenti: nelle vendite a distanza è richiesta trasparenza anche nella scelta delle modalità di pagamento del prezzo da parte dell’acquirente e nella affidabilità delle stesse. Per l’azienda, pertanto, è necessario dotare il proprio e-shop di canali di pagamento ossia integrare l’e-shop con piattaforme di pagamento online. Naturalmente, più saranno le modalità di pagamento disponibili nell’e-shop (si pensi, ad esempio, a pagamenti con carte di credito, carte prepagate, PayPal, Amazon Pay, Stripe, ecc.) più sarà facile – e probabile – per i clienti fare acquisti. Da non sottovalutare, in questo momento storico, anche il ricorso a metodi di pagamento più classici, quali bonifici bancari e pagamenti in contanti in fase di consegna e, da ultimo, il possibile utilizzo, in fase di consegna, di c.d. soluzioni di pagamento in mobilità attraverso c.d. smartPOS e POS mobili.

 

  • Marketing ed advertising: il successo di un e-shop non può prescindere, infine, da attività di marketing e pubblicitarie ad hoc da affidare a professionisti del settore, che consentano all’e-shop di avere visibilità sul mercato attraverso strategie di posizionamento sui motori di ricerca e di integrazione con i social media.