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Chi è Vitalik Buterin, il fondatore dell’altro Bitcoin

Vitalik Buterin al TechCrunch Disrupt London.

Il 17 giugno 2016 è stato uno dei giorni più difficili della carriera professionale di Vitalik Buterin, il 23enne fondatore della piattaforma blockchain di Ethereum. Quel giorno è stato hackerato uno dei progetti più ambiziosi costruiti grazie alla sua tecnologia: il fondo d’investimenti completamente automatizzato noto come The DAO (Decentralized autonomous organization). Non era una questione da poco: la startup aveva raccolto qualcosa come 160 milioni di dollari da 11mila sostenitori, ed era la prova più lampante delle potenzialità degli smart contract che sono il cuore di Ethereum: contratti intelligenti che eseguono automaticamente un accordo nel momento in cui le condizioni sottoscritte tra le parti vengono soddisfatte. Un hacker (ancora non si è scoperto chi fosse) era però riuscito a sottrarre 50 milioni di dollari dal fondo.

Quanto avvenuto non solo dimostrava che la tecnologia del “registro distribuito”, anonimo e crittografato non fosse affidabile al 100%, ma poneva Buterin di fronte a un autentico dilemma: restare fedele ai principi anarco-libertari della comunità sorta attorno alla blockchain, oppure tradirli per sistemare il guaio che si era trovato a fronteggiare? Non una questione da poco per chi, come Vitalik, ha iniziato a gravitare attorno a quel mondo già nel 2011, quando il padre Dmitry – scienziato informatico russo trasferitosi a Toronto nel 1999 – gli aveva parlato per la prima volta dei neonati Bitcoin: le criptovalute rese possibili dalla blockchain e presentate da Satoshi Nakamoto (pseudonimo dietro il quale si celano uno o più programmatori, mai venuti allo scoperto) in un paper del 2008. Superato lo scetticismo iniziale, il 17enne Vitalik non impiega molto a rendersi conto delle potenzialità enormi che si celano dietro quell’oscura tecnologia finanziaria.

E così, Buterin inizia a scrivere articoli per un piccolo sito specializzato. Articoli pagati 5 bitcoin l’uno (all’epoca circa 4 dollari; oggi sarebbero 32mila). Pochi mesi dopo, nel settembre 2011, unisce le forze con un programmatore rumeno di 23 anni con il quale fonda Bitcoin Magazine, una delle prime vere riviste (online e cartacea) dedicate esclusivamente al mondo delle criptovalute.

L’interesse verso il mondo Bitcoin cresce, come cresce costantemente il valore delle criptomonete accantonate da Buterin grazie agli articoli pubblicati. Sempre più assorbito da questo mondo e dalle sue potenzialità, a 19 anni Vitalik lascia l’università e inizia una sorta di tour mondiale, incontrando altri appassionati e lasciandosi coinvolgere nei più svariati progetti. C’è però un dubbio che continua a tornargli in mente: perché utilizzare la blockchain solo per una criptomoneta, quando è chiaro che potrebbe fare molto di più?

Prende così forma ciò che nel settembre 2014 verrà presentato al mondo con un white paper: Ethereum, una piattaforma sempre basata sulla “catena di blocchi” ma dalle funzionalità molto più generalizzate, sulla quale chiunque può costruire il proprio software approfittando soprattutto dei citati smart contract. Buterin – che non rappresenta certo l’archetipo dell’imprenditore carismatico della Silicon Valley. È un ragazzo magrissimo, vestito con t-shirt improbabili e che quando parla sembra quasi in imbarazzo – inizia a presentarla in giro per le conferenze di tutto il mondo. L’idea ha successo; nel giro di un anno gli ether (la criptovaluta che regola gli scambi su Ethereum) passano dal valore di 1-2 dollari degli inizi ai 20 dollari del 2016 (oggi ne valgono circa 400).

Vitalik Buterin.

Una miriade di startup inizia rapidamente a sfruttare questo strumento: da Ejo, che vende brani musicali senza bisogno di passare da nessun intermediario; a LO3 Energy, che sta immaginando un futuro in cui chiunque abbia dei pannelli solari sul tetto possa vendere energia ai vicini di casa attraverso aste automatiche basate sulla blockchain; per arrivare a Follow My Vote, che ha messo a punto una piattaforma elettorale per votare in maniera sicura dal proprio computer di casa. Tutte applicazioni rese possibili da Ethereum, che si basano su un concetto fondante della blockchain: la decentralizzazione. Il registro che contiene tutte le transazioni e gli accordi è infatti anonimo, crittografato e soprattutto distribuito tra decine di migliaia di nodi (coloro i quali hanno scaricato la blockchain sul proprio computer). In parole povere, non c’è più bisogno di accordare la propria fiducia a un ente centrale che si occupi della gestione e del controllo dei vari processi; è tutto automatizzato. Il codice è sovrano.

E torniamo così al dilemma che Buterin si trova ad affrontare nel giugno 2016 in seguito all’hacking della DAO: se il codice è sovrano e un hacker trova il modo di sfruttare un bug al suo interno, non è tutto legittimo? In fondo, l’hacker non aveva manomesso nulla: aveva però scoperto che poteva richiedere indietro i soldi da lui investiti nella DAO a ciclo continuo, continuando a riceverli senza sosta, ancora e ancora. Nella blockchain, un bug si può considerare una sorta di vuoto legislativo. Ma lasciare che l’hacker si tenesse i suoi soldi (che poteva convertire in denaro reale solo dopo 30 giorni) significava far perdere denaro agli investitori “onesti” e compromettere – definitivamente, forse – la sua creatura. Così, incurante dei principi alla base della blockchain, Buterin risolve il dilemma e opta per il pragmatismo, cancellando le transazioni avvenute dopo l’intervento dell’hacker e trasferendo tutto il carico di lavoro su una nuova blockchain (in gergo, hard fork), restituendo agli investitori gli ether che si erano visti sottrarre.

L’85% dei nodi (senza l’approvazione dei quali era materialmente impossibile eseguire questa operazione) ha accettato la scelta di Buterin; ma un 15% di duri e puri ha rifiutato la decisione dall’alto e ha continuato a lavorare sulla vecchia blockchain, ormai ribattezzata Ethereum Classic (ragion per cui il nostro hacker ha infine potuto prelevare qualcosa come 100mila dollari in ether). Quanto avvenuto dimostra soprattutto una cosa: per quanto automatizzata e decentralizzata, anche la blockchain dipende, in ultima istanza, dalle decisioni di una persona, nei confronti della quale dobbiamo quindi riporre quella fiducia che la blockchain doveva eliminare dalle transazioni. Giunto al momento cruciale della sua vita professionale, Buterin si è dimostrato meno idealista di quanto ci si potesse aspettare.

Ma non deve stupire, considerando che recentemente Buterin si è anche schierato in difesa delle cosiddette blockchain private create da grossi gruppi assicurativi e finanziari; proprio quelle istituzioni che la blockchain, nella sua versione “sovversiva”, vorrebbe eliminare. Un’apparente contraddizione da parte di chi, come Buterin, ha rifiutato i soldi dei venture capitalist, vive ancora oggi come un backpacker vagabondo, ha strutturato Ethereum come una non-profit (con sede in Svizzera) e si ispira dichiaratamente a Linus Torvalds, programmatore di Linux.

La ragione di questo dualismo, forse, va ricercata anche in alcune esperienze personali vissute dallo stesso Vitalik. Dopo aver trascorso due mesi in un appartamento di Barcellona occupato da un gruppo di criptoanarchici, l’inventore di Ethereum ha dichiarato: “Aver vissuto in quel posto mi ha reso molto più scettico nei confronti degli anarchici di sinistra. Mi ha fatto capire che, alla fine, le persone che non accettano regole o incentivi economici per portare a termine i loro progetti non riescono mai a concludere niente”.

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